il quindici

Il fac simile della scheda elettorale del 22 e 23 marzo (foto Ansa)

 

Le Olimpiadi invernali, Sanremo, l’attacco israelo-americano all’Iran, tra dieci giorni, il 22 e 23 marzo, il referendum giustizia. Lo stereotipo vuole gli italiani come un popolo di “tuttologi da bar”, allenatori quando gioca la nazionale, virologi nelle pandemie, geopolitici in scenari di guerra, esperti di tutto con una formazione su niente. Sicuramente un’esagerazione, ma con un fondo di verità e se questo atteggiamento di per sé non aiuta, nel caso del referendum si aggiunge un caos informativo estremamente rumoroso. I tentativi di mettere ordine però non mancano, a Bologna sono stati organizzati molti incontri pubblici tra esperti per analizzare il quesito ed esporre le ragioni del voto in un clima di dialogo. I cittadini hanno risposto con sale piene e una partecipazione attiva; applausi, ma anche borbottii, commenti e domande gridate, prove che l’argomento scalda alcuni animi, soprattutto di adulti e anziani. Non che i più giovani siano rimasti indifferenti, le aule magne universitarie sono state gli spazi perfetti per conferenze e dibattiti.

Tuttavia, come spesso accade in queste votazioni plebiscitarie, il quesito molto tecnico passa in secondo piano rispetto allo scontro politico e la chiamata alle urne diventa un voto di apprezzamento o meno al governo di turno. I detrattori paventano gli scenari più apocalittici, i sostenitori creano catene causa-effetto inesistenti per convincere della necessità di votare. Ecco dunque che malgrado l’appello della Presidente del consiglio Giorgia Meloni a non trasformare il referendum in una “lotta nel fango” se ne sono sentite di ogni: il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito il Consiglio superiore della magistratura un’associazione paramafiosa, la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi ha parlato dei magistrati come di un plotone di esecuzione, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha sostenuto la causa del “sì” assicurando che, in caso di vittoria, l’Italia non sarebbe costretta a risarcire la nave per il soccorso dei migranti della ong Sea-Watch dopo il fermo del 2019. Meloni stessa alla fine ha definito la magistratura uno strumento politicizzato usato dalla sinistra quando non riesce a vincere le elezioni. Cerchiamo di capire cosa c’è scritto realmente in questa riforma e perché ha creato una spaccatura così marcata anche tra gli addetti ai lavori. La riforma della giustizia è uno dei tre grandi progetti del governo Meloni, insieme al presidenzialismo e all’autonomia differenziata. La legge che modificherebbe due articoli della Costituzione e ne influenzerebbe altri cinque, è stata approvata dal Parlamento il 30 ottobre scorso, dopo una doppia approvazione sia alla Camera che al Senato. Non ha ricevuto però il sostegno dei due terzi dei parlamentari, ed è stato dunque possibile richiedere un referendum confermativo. Si tratta di una votazione in cui non c’è una soglia minima di partecipazione perché sia valida e in cui vince semplicemente la parte che riceve anche un singolo voto in più.

Sono tre i cambiamenti principali in caso di vittoria del “sì”: la separazione delle carriere fra la magistratura requirente, i pubblici ministeri, e la giudicante, i giudici, la conseguente divisione del Consiglio superiore della magistratura in due rami separati per i due ruoli, i cui componenti non sarebbero più eletti dai pari ma sorteggiati a eccezione di quelli scelti dal Parlamento, l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i magistrati. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare i contatti troppo frequenti tra chi accusa gli imputati e chi li giudica, per garantire maggiore imparzialità, e depotenziare le correnti interne alla magistratura. Le possibili conseguenze di questi cambiamenti sono riassunte bene dalle motivazioni sia del “sì” che del “no”. La divisione delle carriere è una questione annosa. Fu a lungo una battaglia della sinistra, incarnata fra i tanti dal giurista socialista Giuliano Vassalli, autore dell’omonimo codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989. Fu il testo con cui l’Italia passò da un sistema inquisitorio di epoca fascista a uno accusatorio adatto a una democrazia, anche se solo in parte. Vassalli non riuscì infatti a completare il cambiamento separando le carriere, a causa della forte opposizione della magistratura stessa. L’argomento passò poi in secondo piano. Il terrorismo degli Anni di piombo, la lotta alla criminalità organizzata e infine il processo Mani pulite posero il potere giudiziario al centro delle vicende storiche del Paese, rendendo impraticabile una riforma. Da una ventina d’anni la questione è riaffiorata, questa volta da destra: la battaglia di Silvio Berlusconi contro le “toghe rosse”, che a suo dire lo indagavano pretestuosamente per tenerlo lontano dalla politica che contava, è sopravvissuta alla sua stessa morte. Ed ecco un primo fattore: chi sostiene la divisione di ruoli netta fra chi indaga e chi giudica per principio storico e democratico e chi la ritiene irricevibile per il pulpito da cui arriva, una destra poco incline al rispetto del diritto e spesso polemica con la magistratura.

Della vecchia guardia di Vassalli fa parte anche il professor Augusto Barbera, ex deputato comunista e già presidente del Csm. Partecipando a uno degli eventi di dibattito dell’ultimo mese ha spiegato le ragioni del suo voto per il “sì”. «Il giurista si basa sui fatti, che in questo caso sono le norme- ha esordito - e guardando alla proposta di riforma e non a chi la propone io non ci trovo nulla di inaccettabile o pericoloso. Capisco che tuttavia viviamo in un’epoca di post verità, in cui contano più i timori e le sensazioni rispetto ai fatti. I sostenitori del “no” fanno proprio questo, un esercizio di post-verità degno di Trump». Anche altri favorevoli al “sì” parlano delle carriere separate come una questione di principio più che un’esigenza pratica, visto che i dati confermano si tratti di un fenomeno marginale. Negli ultimi 5 anni solo l’1% dei magistrati ha cambiato carriera, un effetto della riforma Cartabia del 2022 che consente un solo cambio e solo entro 6 anni da quando si matura il diritto a farlo. Il pubblico ministero della Procura di Bologna, Elena Caruso, pone l’attenzione su un altro aspetto, la riforma come un unico pacchetto. La divisione delle carriere non è approvabile separatamente dalla riforma del Csm e dall’istituzione dell’Alta corte, due cambiamenti profondi e questa volta molto pratici. E all’osservazione di Barbera sulla poca aderenza al dato di fatto di queste speculazioni sul futuro della magistratura, risponde Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il “no”: «Quando sui rischi di cui parliamo per la futura indipendenza della magistratura si commenta “sì, ma potrebbe essere, non lo sai per certo”, la mia risposta è “ovvio, non lo so, ma non lo voglio neanche sapere”. La riforma contiene i presupposti per lo smontaggio dell’autonomia dei giudici e questo mi basta per dire no».

Le norme che cambierebbero il volto del Csm sono diverse. Oltre a essere raddoppiato in virtù della doppia carriera, ci sarebbe un nuovo metodo di elezione dei suoi membri. I due terzi togati del Consiglio, ossia i membri parte della magistratura, andrebbero estratti a sorte e non eletti, mentre il restante terzo detto laico verrebbe ancora eletto dal Parlamento. L’Alta corte disciplinare invece avrebbe 15 membri, 9 magistrati sorteggiati, 3 laici scelti dal Presidente della Repubblica e 3 dal Parlamento. Nelle intenzioni del governo il sorteggio dovrebbe mettere un freno all’influenza delle correnti, associazioni di magistrati politicamente connotate che rappresentano gli interessi di ciascun’area nelle elezioni del Consiglio. Estraendo a sorte gli eletti diventerebbe impossibile creare gruppi organizzati, «i magistrati sarebbero più liberi - commenta l’avvocato penalista bolognese Francesco Antonio Maisano - lo stesso Presidente Mattarella ha parlato del correntismo come di una pietra al collo dei giudici». Non la pensa così sempre Bachelet, che parte proprio dal sorteggio per criticare l’eventuale nuovo assetto. «L’estrazione a sorte dei membri togati è letteralmente presunzione di delinquenza. Non si ritengono i magistrati meritevoli di nominare i propri rappresentanti, mentre si lascia la possibilità di farlo ai parlamentari». Il professore è poi scettico anche sulle conseguenze indirette della riforma: il cambio della composizione dei collegi giudicanti o della maggioranza necessaria per eleggere i membri laici del Csm, oggi di tre quinti del Parlamento. «Speculazioni - ribatte Maisano - non scenderanno i lanzichenecchi del diritto a saccheggiare la giustizia italiana», ma Bachelet rincara la dose sull’Alta corte: «Non sarebbe presieduta dal Presidente della Repubblica, ma da uno dei membri eletto tra i 6 non togati. La composizione stessa dell’organismo non rispetterebbe le proporzioni di due terzi togati e un terzo laico del Csm. Si vorrebbero liberare i magistrati dalle “catene” del correntismo ma poi li si pone sotto questa Corte disciplinare che mi sembra serva solo a intimidirli». Da un lato il “sì” più legato al principio della separazione delle carriere e al bisogno di depotenziare le correnti , dall’altro il “no” concentrato sul possibile ridimensionamento del ruolo della magistratura.

Il vero nodo per il professore di diritto costituzionale Andrea Morrone rimane però il futuro del pubblico ministero: «Nell’assemblea costituente la Dc di Giovanni Leone avrebbe voluto il pm alle dipendenze dell’esecutivo, Togliatti con i comunisti chiedeva un modello sovietico con il pm posto sotto il Parlamento. Alla fine prevalse una terza via, unica al mondo, in cui il pubblico ministero fu integrato ai giudici in un’unica magistratura, venendo normato di conseguenza. Se si dovesse staccare il pm da quest’ordine, sotto quale giurisdizione finirebbe?». Il docente dell’Università di Bologna non ha la risposta. Neppure i sondaggi sanno dire chiaramente un pronostico affidabile. A seconda del campione analizzato dai diversi istituti di statistica emerge un testa a testa, una netta vittoria del “sì” e in qualche caso anche un piccolo vantaggio del “no”.

Quel che è certo è che alle urne mancheranno molti fuori sede, che secondo l’ultimo dato dell’Univeristà a Bologna sono almeno 32.000. Il governo non ha garantito il voto a chi studia lontano da casa e l’unica possibilità di partecipare al referendum senza rientrare con treni (i cui biglietti per gli elettori saranno scontati del 60% per i regionali e del 70% per alta velocità e Intercity) o voli è essere nominati rappresentanti di lista in un seggio. Si ottiene così il diritto di votare nel luogo dove si presta servizio, in una sezione diversa da quella di residenza. La richiesta per il ruolo va presentata a partiti e gruppi politici presenti in Parlamento o a gruppi promotori del referendum, che passeranno poi i nomi dei selezionati al Comune. Ogni soggetto politico può nominare un solo rappresentante per seggio.

 

Originariamente pubblicato sul Quindici n.15 del 12 marzo 2026.