Il Quindici

Dante e Virgilio in un paesaggio infernale ritratto da Gustave Dorè (foto Creative Commons)

 

“E io etterno duro” è l’iscrizione che Dante pone sulla porta di ingresso dell’Inferno, ma che oggi potrebbe essere affissa sotto ogni portico bolognese. Il dialogo del Sommo Poeta con il capoluogo emiliano è vecchio sette secoli. Nella “Commedia” questa è la seconda città più presente e più colpita dalle sue invettive, dopo la natìa Firenze. È il segno di un legame profondo, nato dalla frequentazione, durante i suoi due soggiorni in città, degli ambienti universitari e politici, e maturato poi in giudizio severo. Bologna continua a ricordare Dante, e Dante continua a parlare alla città. Il 25 marzo è la Giornata nazionale dedicata alla persona e all’opera del poeta, data scelta perché la più accreditata per l’inizio del viaggio nell’Inferno. E anche quest’anno l’Alma Mater organizza un evento per ricordare. «L’idea questa volta - spiega Giuseppe Ledda, dantista, docente all’università e tra gli organizzatori dell’evento annuale - è quella di organizzare una Lectura dantis franciscana, incrociando il centenario appunto di San Francesco. Una lettura del canto XI del Paradiso, con circa trenta partecipanti tra docenti e alunni della triennale. Ognuno leggerà e commenterà un verso o una terzina. Grazie alla collaborazione con l’Officina San Francesco di Bologna, ci sarà anche la recitazione del canto con l’attore Jacopo Trebbi. Ci riuniremo alle 15 del 25 marzo, in via Zamboni 32. L’idea è creare un canto corale, un dialogo».

Per ricordare il legame di Dante con Bologna, non si può non partire dalla Garisenda, simbolo della città. È noto a tutti il paragone che Dante costruisce nell’Inferno tra la Torre e il gigante Anteo. Eppure, la torre compare ben prima nella composizione poetica di Dante, in un sonetto amoroso giovanile. Il primo soggiorno di Dante nella città dei portici risale probabilmente al 1286- 1287, forse come studente. Nel 1287, il notaio Enrichetto delle Querce trascrisse in un Memoriale - il registro in cui i notai riportavano gli atti stipulati nel Comune - un sonetto di Dante, che inizia con il verso “No me poriano zamai fare emenda”, scritto in volgare bolognese. «Il poeta - spiega Ledda- si mostra irato con i propri occhi perché, intenti ad ammirare la Garisenda, non avevano visto quella “ch’è la maçor dela qual se favelli”, “la maggiore di cui si parla”. Forse il riferimento è alla ragazza bolognese di cui il giovane Dante era innamorato. Altri pensano alla torre degli Asinelli, altri ancora a Strada Maggiore». In questo periodo molti fiorentini svolgevano attività di studio o insegnamento a Bologna, oppure si dedicavano qui ad attività commerciali. Ed è probabile che Dante sia stato attratto dalla grande tradizione di poesia in volgare a tema amoroso, cha ha avuto come esponente massimo Guido Guinizzelli. Lui è dunque ben inserito e apprezzato nei raffinati circoli poetici bolognesi.

Il poeta torna a Bologna tra il 1304 e il 1306, durante i primi anni del suo esilio, quando la città era sotto il governo dei Guelfi Bianchi e appariva ospitale nei confronti dei fuoriusciti fiorentini Bianchi. Mancano prove documentarie certe, ma secondo studi recenti sembrerebbe che Dante abbia avviato a Bologna la composizione del “De vulgari eloquentia”, il suo trattato linguistico in latino. L’Alighieri aveva una forte attenzione ai fenomeni linguistici bolognesi. «Dante – spiega Ledda- dimostra di conoscere così bene il volgare bolognese da osservare la differenza tra la lingua di Strada Maggiore e quella di Porta San Felice. Inoltre, tra tutti i volgari, il bolognese è considerato il migliore ed è lodato per la sua equilibrata mescolanza di tratti dolci e aspri».

Nel 1306 cambia tutto: il governo viene rovesciato e se ne instaura uno nuovo, ostile nei confronti dei rifugiati, costretti ad abbandonare la città. «Si può ipotizzare che il poeta debba rinunciare alla città nella quale sperava di potersi stabilire. Nel clima di alta cultura dell’università e nel circolo degli scrittori d’amore vedeva forse un ambiente adatto a portare avanti i suoi interessi e la sua carriera». Certo è che in quell’anno Dante abbandona la scrittura del trattato e si immerge nel progetto della “Commedia”. «La rappresentazione di Bologna - continua lo studioso - cambia radicalmente. Forse è proprio il risentimento per il fallimento delle speranze che causa l’atteggiamento negativo del poeta verso la città nella prima cantica. Abbondano i dannati, e la città è oggetto di allusioni sprezzanti. Dante scopre il fallimento della dimensione comunale. Le invettive contro Bologna sono tra le più violente e puntute».

Il primo bolognese che si incontra nell’Inferno, nel canto XV, è Francesco D’Accursio, figlio di Accursio, giurista eponimo del palazzo sede del Comune. Alighieri lo colloca nel terzo girone del VII cerchio, quello dei sodomiti. Anche Francesco era giurista e docente universitario negli anni in cui Dante era in città. D’Accursio è accomunato nel peccato e nella pena a Brunetto Latini, maestro del poeta. I sodomiti sono costretti a camminare perennemente in una landa desertica, sferzati da una pioggia di fuoco. «D’Accursio – spiega Ledda- viene punito non in quanto bolognese, ma in quanto rappresentante di una cerchia di intellettuali e chierici. Una sorta di peccato professionale, e un’allusione anche all’ambiente universitario, che però non è immune dalla condanna». Di Francesco D’Accursio, oggi sepolto in piazza Malpighi, non si conosce nient’altro e del peccato che per Dante gli vale la perdizione nell’Inferno non c’è altra traccia.

Più lampante è la presenza dei bolognesi e di Bologna nell’ottavo cerchio dell’Inferno, noto come Malebolge. Qui si trovano i dannati che hanno frodato chi non si fidava di loro. Nella prima delle dieci bolge sono puniti i ruffiani e i seduttori, ovvero coloro che hanno indotto con l’inganno donne a soddisfare il piacere altrui e il proprio. La loro pena è camminare nudi lungo la bolgia, sferzati sul di dietro da diavoli armati di frusta. Nel contrappasso scelto dal poeta si può forse ritrovare l’usanza medievale di colpire pubblicamente le prostitute e i loro lenoni. La prima anima che Dante riconosce qui è quella di un ruffiano bolognese, Venedico Caccianemico. Anche il dannato riconosce Dante, e «cerca di nascondersi per non essere da lui individuato in una condizione tanto infamante. Il fatto che il poeta sottolinei questo reciproco riconoscimento è prova della sua volontà di alludere a uno stretto rapporto con Bologna», spiega il docente. Il Sommo chiede poi al dannato “che ti mena a sì pungenti salse?”. Chiarisce il professor Ledda: «Le pungenti salse, oltre a essere perifrasi metaforica per le pene infernali, secondo il commentatore Benvenuto da Imola potrebbero essere una velenosa allusione a Bologna». Le Salse era il nome di un burrone nelle vicinanze della città, nella zona dove oggi si trova la Rotonda della Madonna del Monte, sul monte dell’Osservanza, dove si gettavano i corpi dei criminali più feroci. Secondo questa fonte, era un insulto comune a Bologna dire a qualcuno che il padre era stato gettato alle Salse. Venedico era un rappresentante importante della consorteria bolognese dei guelfi Geremei, contrapposta ai ghibellini Lambertazzi. Dante allude a una sconcia novella, sulla quale non ci sono riscontri documentari: Caccianemico avrebbe convinto la sorella Ghisolabella ad accondiscendere ai desideri sessuali del Marchese di Ferrara, prostituendola a lui per trarne vantaggi economici e politici.

Ma Caccianemico non è solo: «E non pur io qui piango bolognese; / anzi n’è questo loco tanto pieno, /che tante lingue non son ora apprese/ a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; /e se di ciò vuoi fede o testimonio, /rècati a mente il nostro avaro seno” (Inf. XVIII, vv. 58-63). Non è certo se con “qui” Dante volesse fare riferimento alla bolgia o al cerchio dei fraudolenti, ma quel che dice attraverso la voce di Venedico è che l’Inferno è talmente pieno di bolognesi che non sono più numerosi quelli che vivono nella città. Ma non c’è da stupirsi: questo dipende dal cuore avido degli abitanti della città. «I bolognesi - chiarisce lo studioso - sono qui identificati come coloro che dicono “sipa” per dire “sì”. Il dialetto bolognese, lodato nel “De vulgari eloquentia”, viene stigmatizzato nella sua dimensione municipale e considerato strumento abituale di frode».

La polemica antibolognese del poeta nelle Malebolge continua poi nella bolgia degli ipocriti, la sesta. I dannati procedono lentamente e piangendo. Indossano pesanti cappe con bassi cappucci, dorate all’esterno e di piombo all’interno. Dante nel canto XXIII incontra due bolognesi, i frati gaudenti Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò. Furono chiamati a Firenze dopo la battaglia di Benevento, per favorire la pacificazione tra guelfi e ghibellini. Secondo Dante, finsero di comportarsi da pacificatori. Un’altra critica alla nostra città la si trova proprio nelle parole del frate Catalano, che smentisce Malacoda, il capo dei diavoli Malebranche; Dante e Virgilio lo avevano incontrato nella bolgia precedente. Il diavolo aveva detto ai due che tutti i ponti che sormontavano la bolgia successiva erano crollati, eccetto uno. Ma non è vero. Virgilio si stupisce della menzogna del diavolo, e Catalano reagisce in maniera beffarda, affermando che proprio a Bologna, sede dell’università e culla del sapere, ha sentito parlare di molti vizi del diavolo, fra i quali il suo essere bugiardo. «La rima Bologna: menzogna, - spiega Ledda - l’atteggiamento beffardo degli ipocriti bolognesi e l’allusione sarcastica alla città universitaria costituiscono un altro momento della polemica antibolognese».

A chiudere la cornice, che ha il suo punto di inizio nel sonetto della Garisenda, ritorna proprio la torre. Un rovesciamento di quel florido rapporto iniziale del Poeta con la città. Nel canto XXXI la Garisenda è paragonata al gigante Anteo. Dopo l’ottavo cerchio infernale, davanti a Dante e a Virgilio si apre un profondo pozzo circolare, dove si trova il nono e ultimo cerchio. Dalla riva del pozzo emergono i corpi di giganti, che hanno i piedi incatenati e rappresentano la superba ribellione al divino. Virgilio chiede ad Anteo di deporre lui e Dante sul fondo del pozzo. Dante in cambio può concedergli l’immortalità tramite i suoi versi. Anteo non si fa pregare: come la torre della Garisenda, che se si guarda dalla parte dove pende mentre dietro passa una nuvola sembra sul punto di cadere, così Anteo pare a Dante quando il gigante si china verso di lui per sollevarlo. «Se ricordiamo il sonetto della Garisenda - spiega Ledda - e poi vediamo qui la torre citata come esempio della superbia più estrema e di violenza cieca, notiamo subito come l’incanto lirico del componimento giovanile è perduto. La torre è anche simbolo di violenta sopraffazione su altri uomini. In questo passo si richiama allusivamente anche la realtà politica bolognese e si introduce al tema delle guerre civili che dilaniano le città italiane e che popoleranno i canti successivi».

 

L'articolo è stato pubblicato nel n.15 di "Quindici" del 12 marzo 2026