Il Quindici
Lo scrittore Michele Mari (foto Ansa)
Un vincolo stipulato anni addietro, una riffa ghiotta e le più torbide e irrazionali pulsioni nascoste dietro il velo dell’amicizia, il tutto mescolato in una trama che si trascina il tempo esausto eppure immutabile della scuola. Questo il mix di elementi presenti in quel calderone che è l’ultimo romanzo dello scrittore milanese Michele Mari, “I convitati di pietra” (Einaudi). Una storia nera, ironica, giocosa e spietata, in cui Mari ritorna a saggiare il campo delle sue ossessioni, selezionando stavolta la memoria degli anni del liceo per il microscopio. Tempo dopo l’esame di maturità, a una cena di classe, trenta ex alunni decidono di stringere un patto singolare: ogni anno verseranno una cifra che andrà ad arricchire un tesoretto spettante agli ultimi tre compagni rimasti in vita. Da qui prenderanno sempre più respiro la gelosia e la sete di denaro, una situazione che sfocerà in scommesse su chi schiatta prima, tentativi di assassinio, riti per attirare sventure o semplici scherzi del caso. Gli ex alunni di Mari li seguiamo nelle loro vicissitudini fino al 2050, leggendo pagine che contengono le caratteristiche della storia di formazione, del “thriller” sui generis, del genere tragicomico e del futuristico, senza però soffocare il tema di fondo del romanzo: l’apparizione continua dello spettro del passato. Mari si confronta con esso, scruta la sua giovinezza, riflette sulla vecchiaia, rendendo “I convitati di pietra” l’ennesimo magistrale tassello del suo mosaico autobiografico, levigato con la sua solita prosa studiata, ricercata, ricca di vari registri e citazioni dalla cultura popolare. In questo libro il senso di estraniazione, di non appartenenza alla “classe” (qui le interpretazioni possono essere tante) del Mari liceale è palpabile, ma emerge la sua protesta, la sua incapacità di accettare lo scorrere del tempo, facendoci sentire più uniti sulla vasta arca della vita, non priva di falle.
La recensione è tratta dal n. 15 di "Quindici" del 12 marzo 2026