Dantedì

Copertina del volume (foto concessa dall’editore Le Lettere)

 

“Nanna”. “Collega”. “Profano”. Può sembrare strano, eppure queste tre parole sono unite da un legame molto importante. Senza Dante non farebbero parte dell’italiano. Assieme a moltissime altre. Persino alcune, come “perizoma”, che, nel percorrere i secoli fino ai giorni nostri, hanno cambiato il loro significato nel tempo. Spesso si dice che Dante Alighieri, il Sommo Poeta, è il “padre della lingua italiana”, ma sappiamo davvero il perché? Ce lo spiega la professoressa Chiara Coluccia, docente di linguistica italiana all’Università di Bologna che da anni studia il lessico dantesco, intervistata da InCronac@ in occasione del Dantedì, giornata che si celebra ogni anno il 25 marzo, data ideale d’inizio del viaggio raccontato nella “Divina Commedia”. Anticipando quello che da maggio si potrà leggere nel volume “Dante e l’italiano. Biografia del lessico”, edito dall’editore Le Lettere in una collana della Società Dantesca Italiana, in cui si raccoglie la sua ricerca.

Un’indagine rigorosa, che mira a dimostrare la diffusione che termini e modi di dire coniati o usati per la prima volta in volgare da Dante hanno avuto nell’italiano contemporaneo. La tesi di partenza, così come già l’aveva espressa il grande linguista Tullio De Mauro, è infatti quella di un’incredibile longevità del lessico dantesco nella lingua che parliamo oggi. Un unicum che non trova riscontro nella altre lingue europee. E cioè che già alla fine del Trecento, quindi all’inizio della storia dell’italiano, oltre l’80% di quello che De Mauro definisce il “vocabolario fondamentale” ha raggiunto la sua configurazione attuale. Vale a dire quel gruppo di circa duemila termini che qualunque parlante nativo conosce e usa quotidianamente. Insomma, più di otto parole su dieci che diciamo e scriviamo tutti i giorni stanno già nella “Divina Commedia”. Ed ecco perché Dante è ancora oggi così rilevante. Tanto da meritare un giorno tutto per sé.

 

Com’è nata l’idea del libro?

«Al centro della mia indagine, pubblicata in una collana della prestigiosa Società Dantesca Italiana, c’è la tesi della straordinaria longevità del lessico dantesco. Ho cercato di tracciare il ponte che unisce le parole coniate o impiegate per la prima volta da Dante in volgare all’italiano di oggi, mettendo in luce anche quanto siano ancora diffuse nell’uso quotidiano».

 

In effetti Dante è considerato il “padre della lingua italiana”. Ma come mai?

«Perché gran parte del lessico che oggi usiamo più di frequente – stabilito sulla base di dati statistici – fu già plasmata e resa stabile nel Trecento, in particolare attraverso la “Divina Commedia”. Dante ha ricoperto un ruolo decisivo sia nel processo storico di formazione che in quello di stabilizzazione nel corso dei secoli della nostra lingua».

 

Quanto della lingua della “Divina Commedia” si è trasmesso fino all'italiano di oggi?

«Rispondo con dei dati numerici forniti da Tullio De Mauro: “Quando Dante comincia a scrivere la “Commedia”, il vocabolario fondamentale (dell’italiano di oggi) è già costituito al 60%. La “Commedia” lo fa proprio, lo integra e col suo sigillo lo trasmette nei secoli fino a noi. Alla fine del Trecento l’attuale vocabolario fondamentale italiano è configurato e completo all’81,5%. Ben poco è stato aggiunto dai secoli seguenti. Tutte le volte che ci è dato di parlare con le parole del vocabolario fondamentale, e accade quando riusciamo ad essere assai chiari, non è enfasi retorica dire che parliamo la lingua di Dante. È un fatto».

 

Facciamo qualche esempio. Quali sono le parole che “ha inventato” Dante?

«Potrei citare numerosissimi casi. Innanzitutto ci sono molte parole che all’inizio erano ricercate e che poi, col tempo, sono diventate di uso comune nella storia della lingua italiana proprio perché è stato Dante ad averle adottate: “collega”, “fertile”, “molesto”, “mesto”, “puerile”, “profano”, “infimo”, “coagulare”, ecc. Ma ci sono anche termini di ambiti molto differenti. Per dire, parole della lingua popolare come “broda”, parole del linguaggio infantile come “nanna”, onomatopee come “tin tin” e così via. Insomma, una parte molto ampia del lessico dantesco è confluita nell'italiano di oggi, spesso attraverso percorsi discontinui, con fasi di latenza e successive riscoperte».

 

Ci sono anche delle parole che nel tempo hanno cambiato significato?

«Certo, sono tanti i termini che oggi hanno un significato diverso da quello originario. Per esempio “nuca”, che deriva dall’arabo e che Dante usa con il significato di “midollo spinale”. Oppure “perizoma”, di origine greca, che il poeta usa per indicare “ciò che impedisce la visione della parte inferiore del corpo”. Tutte e due queste parole sono state registrate per la prima volta nella nostra lingua nell’Inferno e poi nei secoli hanno visto il loro significato cambiare. Tra i modi di dire, potrei citare “cosa fatta capo ha”, che ha via via assunto un carattere sentenzioso e proverbiale e che oggi gode di ottima salute, anche se con sfumature di significato differenti da quelle che aveva quando è comparso».

 

Come mai il significato delle parole e delle espressioni cambia?

«Le lingue si evolvono, perché si adattano alle evoluzioni della società, della cultura e della tecnologia. Sono molte le parole che si trasformano nella loro forma o che modificano il loro significato nel corso dei secoli. Parole identiche possono assumere valori molto diversi, a seconda delle diverse fasi storiche in cui si trovano a vivere».

 

Chiudiamo con una curiosità. Dante usa qualche parola in bolognese?

«Ricordo che Dante, in una fase del suo esilio, ha vissuto a Bologna e ha conosciuto molto bene la realtà linguistica locale. Quando aveva 22 anni, in lingua bolognese – badate bene, lui era fiorentino! – ha scritto il celebre “sonetto della Garisenda”, che inizia “No me poriano zamay far emenda / de lor gran fallo gl’ochi mei”. Dante se la prende con i propri occhi che, intenti ad ammirare la Garisenda, non hanno visto passare la donna amata. Parla poi di Bologna nel trattato “De vulgari eloquentia”, quando, volendo esemplificare – con straordinaria sensibilità, considerata l’epoca! – come le lingue presentino variazioni anche in uno spazio ristretto e non solo tra regione e regione o tra città e città, scrive: “È ancora più stupefacente (che sia diverso il modo di parlare di) gente che vive sotto una stessa organizzazione cittadina, come i Bolognesi di Borgo San Felice (cioè della periferia) e i Bolognesi di Strada Maggiore (cioè del centro)”. Infine, nella “Commedia”, usa l’antica particella affermativa “sipa”, cioè “sì”, per indicare il volgare bolognese, secondo l’uso di classificare le lingue sulla base delle rispettive particelle affermative. Come nel caso della “lingua d’oc” e della “lingua d’oïl” [vale a dire il provenzale e il francese antico, ndr]».