minori
Il carcere minorile al Pratello (foto Ansa)
L’Emilia-Romagna mette in campo una serie di strumenti per contrastare violenza e cyberbullismo tra i giovani, in aumento a partire dal periodo post covid. In aumento è anche l’uso di coltelli, soprattutto in funzione difensiva. Durante il convegno "Dalla crisi alla resilienza: comprendere la violenza giovanile nell'era post-pandemica" tenutosi in regione, Gianguido Nobili, responsabile Area sicurezza urbana e legalità dell'Emilia-Romagna, ha ricordato l'importanza di «prevenire con interventi multilivello. Servono misure a scuola, nel mondo dello sport e dello svago». Oltre agli interventi di prevenzione, che puntano a stimolare gli interessi dei ragazzi coinvolgendoli in attività come laboratori artistici, informatici, fotografici, sport e volontariato che offrano anche opportunità formative, per Nobili è quindi fondamentale il dialogo con le famiglie.
Prevenzione, mediazione sociale e comunitaria e affiancamento dei giovani prima di tutto. Quando questi strumenti non bastano, e si è tentata la strada degli interventi “moralizzanti” per proporre modelli alternativi, entra in gioco la prevenzione situazionale. «Vogliamo - ha spiegato Nobili - che prevalga l’approccio preventivo per evitare criminalizzazione e stigmatizzazione. Rafforzare reti di protezione e potenziare i programmi nelle scuole è fondamentale, quando non basta serve però intervenire con videosorveglianza, forze dell’ordine e unità cinofile per ostacolare e rendere più difficili le attività illecite e pericolose».
I dati, in Italia, parlano di un leggero aumento del cyberbullismo dopo la fine del Covid. In aumento anche le segnalazioni su tentati omicidi, minacce, rapine e percosse. In contrasto i dati raccolti dalle scuole rispetto a quelli raccolti dalle forze dell’ordine: se nel primo caso il panorama post Covid appare quasi invariato, nel secondo si segnala una leggera ma sostenuta impennata. A pesare, per Gabriele Prati, professore di psicologia dell’Università di Bologna, «i cambiamenti socio-economici e l’aumento di disuguaglianze e povertà».
Gli strumenti per il reintegro in società dei giovani che hanno commesso crimini esistono e sono efficaci. È il caso della “messa in prova”, una modalità che secondo Chiara Scivoletto, criminologa dell’Università di Parma, ha dato sempre esiti positivi. I report dimostrano che su circa 4.700 casi, l’80% ha dato esito positivo, con l’estinzione del reato come esito finale. Si tratta soprattutto di giovani italiani, prevalentemente maschi, ai quali è concessa la possibilità di evitare la punizione svolgendo attività di volontariato e lavori socialmente utili. Adesso però, con la legge Caivano – lamenta Scivoletto – lo strumento ha perso di efficacia. È stato escluso per i reati più gravi e applicato in forme ibride. La Corte costituzionale è intervenuta per un ridimensionamento del rigore della legge Caivano su uno strumento così prezioso».