Il quindici

La cardiochirurga Sofia Martin Suarez (foto di Federica Cecchi) 

 

Nata in Francia, ma di origini spagnole, si è innamorata di Bologna a metà anni '90 durante un Erasmus estivo e da quel momento non l’ha più lasciata. È la cardiochirurga responsabile del percorso trapianti cardiaci all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Prima donna in Italia nel 2007 a fare un trapianto di cuore, ha all’attivo più di duecento interventi. «Non saprei fare altro nella vita, la chirurgia è un sogno che avevo sin da bambina», dice. Alla medicina affianca un grande amore per le sue due figlie e per il mare: nell’agosto del 2025 ha anche attraversato a nuoto lo Stretto di Messina. «Il cuore è un organo con una grande personalità e per me, ogni volta, è un’emozione fortissima vederlo e sentirlo ripartire. Il trapianto è sempre un evento enorme»

 

 

Dottoressa, lei è responsabile del percorso trapianti di cuore all’Ircss Sant’Orsola, una bella responsabilità.

«Mi rende molto orgogliosa. E devo dire che la vita mi ha messo davanti a questa strada in modo quasi casuale. Sono arrivata a Bologna nel 1996 per un Erasmus estivo di tre mesi. Già da bambina, figlia di un “naso” produttore di aromi per profumi, il mio sogno era quello di fare la cardiochirurga. Subito dopo la laurea in medicina nel mio Paese sono ritornata qui, nonostante la mancanza del mare e spesso del sole, per frequentare la scuola di specializzazione. Proprio al Sant’Orsola, ancora studentessa, ho conosciuto uno dei miei maestri, il professor Angelo Pietrangeli. Oggi sento la responsabilità di mantenere e di rispettare l’eredità scientifica sua e di tutti quelli che sono venuti dopo di lui. E non nascondo che, ormai, l’ospedale è un ambiente molto familiare, con una componente umana piuttosto forte».

 

L’empatia che si affianca alla medicina. E qual è la molla che le dà il coraggio ogni giorno di prendere il bisturi in mano?

«Ormai è talmente naturale che non so se sarei in grado di fare altro nella vita. Il coraggio, certo, è entrato in gioco nelle prime fasi della mia carriera, oggi sono indubbiamente più sicura. Ciò non vuol dire che manchi la consapevolezza di ogni gesto che faccio. Ogni piccolo gesto può portare a complicanze, quindi più che di coraggio io parlerei di responsabilità. Che non si perde mai». Entrando ora nel dettaglio dei trapianti, come siamo messi in Italia con la sensibilizzazione alla donazione degli organi? «Devo dire che proprio in Italia c’è molta eterogeneità nelle diverse regioni. Nel Sud del Paese c’è ancora, purtroppo, un’alta prevalenza di opposizione alla donazione. In Emilia-Romagna siamo ai vertici delle classifiche».

 

Cosa si può fare ancora di più?

«Oggi è facilissimo diventare donatori, forse il gesto più semplice che esista, ma è necessario sensibilizzare ancora di più la popolazione con eventi e incontri che partano dalle scuole e dai bambini. Poi è chiaro che la cultura di riferimento e le credenze religiose possono condizionare la scelta di donare. È per questo che bisogna lavorare molto sulla sensibilità sociale». Ecco, proprio con riferimento alla società, fino a pochi anni fa, la cardiochirurgia era appannaggio del genere maschile. Oggi la situazione è migliorata? «Sicuramente la situazione è diversa rispetto al passato e migliorerà ancora. Negli ultimi vent’anni si è assistito a un forte cambiamento nella società internazionale. Oggi, la maggior parte degli studenti di medicina sono donne e anche i pazienti rimangono meno stupiti nel trovarsi davanti una cardiochirurga. Un leggero senso di stupore, però, c’è ancora. E non parlo solo dei pazienti, anche dei colleghi. Una completa parità in termini di credibilità non si è ancora raggiunta».

 

Lei ha due figlie, come riesce a conciliare lavoro e maternità? 

«Sì, ho due figlie e ho dovuto soccombere alla legge sulla maternità. La mia specialità medica spesso mi sottopone a rischi biologici e tossici e sono stata obbligata ad abbandonare temporaneamente la professione non solo durante le gravidanze, ma anche per ulteriori sette mesi dopo i parti. Anche mio marito è cardiochirurgo, quindi cerchiamo di sostenerci a vicenda. I figli non sono fatti soltanto dalle donne, i genitori sono due e la responsabilità di crescita deve essere a carico di entrambi. E penso che la maternità dovrebbe essere un po’ più libera».

 

Cioè?

«La donna dovrebbe poter scegliere più liberamente quando rientrare al lavoro e se rientrare precocemente rispetto ai tempi stabiliti. Più si prolunga l’assenza più ci sono ripercussioni. Io sarei rientrata in servizio prima ma, ovviamente, mi sono adeguata alla legge. Senza contare che molti, quando ho detto di essere incinta mi hanno guardata e mi hanno detto: “Non sei più la stessa Sofia di prima”. Appena è stato possibile, invece, io sono tornata. A pieno turno. Altroché non più quella di prima (ride ndr).»

 

Ricollegandoci a questo, spesso si sente parlare di carenze nel mondo sanitario. Mancanza di medici, pronto soccorso intasati. Come vede la situazione?

«C’è un assoluto bisogno di rendersi conto che l’Italia, come anche altri Paesi del mondo, ha un sistema sanitario estremamente privilegiato. Un sistema universale che cerca di curare al meglio tutti. Questo, forse, non viene apprezzato abbastanza ed è altrettanto chiaro che un sistema del genere non è facile da gestire. Io non sono un politico, ma credo di poter affermare senza dubbio che la sanità italiana sia ottima. Non sarei quindi estremamente critica. Poi, certamente, tutto si può sempre migliorare».

 

In termini di ricerca, per esempio, all’Italia manca qualcosa rispetto agli Stati Uniti?

«L’investimento in America è enorme, ma in Italia la ricerca è molto, molto potente. Finalmente iniziamo a produrre un buon numero di studi sulla nostra esperienza pratica e di analisi retrospettive. Inoltre, nonostante la differenza di mezzi rispetto agli Stati Uniti, in Italia sappiamo promuovere bene le nostre ricerche. Poi, attenzione, una cosa è la ricerca, un’altra cosa è il sistema sanitario nel suo complesso che, come sappiamo tutti, è piuttosto diverso qui in Italia rispetto agli Stati Uniti».

 

Tornando ai trapianti, la preparazione dell’intervento e la sua esecuzione richiedono la sinergia tra tantissime specialità mediche. Quali sono i medici e i settori coinvolti?

«Potrei dire che entrano in gioco tutte le diverse specialità della medicina. A partire dalle analisi e dagli esami preliminari per far sì che un paziente venga messo in lista d’attesa. Si procede a una valutazione multidisciplinare che, una volta conclusa, può portare il paziente stesso a diventare candidato al trapianto. Le richieste spesso superano le disponibilità di organi e bisogna essere molto precisi e attenti. E, soprattutto, il trapianto si può effettuare su pazienti che siano poi in grado di tollerare e gestire quella che sarà la terapia successiva. Il Centro Regionale Trapianti segue il percorso di donazione dall’inizio alla fine. Poi ci sono gli anestesisti, i perfusionisti, gli operatori socio-assistenziali, il personale della terapia intensiva, i fisioterapisti, gli infettivologi, gli immunologi, gli anatomopatologi».

 

Un elenco infinito. Quanti siete in sala operatoria e quanto dura, in media, un trapianto?

«Tutto inizia con una telefonata: c’è un organo disponibile con i parametri e le caratteristiche di un nostro paziente e da qui parte la macchina organizzativa. Tutto deve essere fatto in modo tale da garantire la massima coordinazione possibile tra l’equipe che va sul luogo del prelievo e l’equipe che al Sant’Orsola si sta preparando al trapianto. La sofferenza dell’organo aumenta progressivamente con il passare del tempo e oltre le cinque ore dal prelievo il danno può essere irreversibile. Per questo il coordinamento temporale è fondamentale. Oggi si possono utilizzare apparecchi che ci consentono di trasportare il cuore battente e irrorato, ma la logica rimane sempre la stessa».

 

Il fattore tempo.

«Sì. Più velocemente si procede, meglio è. In sala, poi, ci sono una decina di persone e l’intervento può durare in media sei, sette ore. Tutto dipende dalle condizioni del paziente e da quello che accade durante l’operazione. Ho fatto trapianti che si sono conclusi dopo diciotto, venti ore».

 

Una prova di forza non indifferente per il cardiochirurgo. Spesso si dice che chi opera deve avere mani forti, è così?

«Io penso che non sia una questione di forza. Anche perché, se cosi fosse, potrebbe diventare cardiochirurgo solo un peso massimo. No, la cardiochirurgia è una disciplina molto delicata e, certamente, ci sono fasi dell’intervento che una certa quantità di forza la richiedono. Ciò che conta maggiormente, però, in un settore così sistematico come la cardiochirurgia, è la precisione, la delicatezza e il tatto».

 

Si arriverà mai al trapianto di cuore totalmente artificiale?

«Allora, la ricerca ha fatto passi da gigante soprattutto per quanto riguarda la fase del post intervento. I farmaci antirigetto sono migliorati e danno meno effetti collaterali rispetto al passato. La storia del trapianto cardiaco è favolosa e tutti noi non possiamo fare a meno di ricordare Christian Barnard, il cardiochirurgo sudafricano che fece il primo trapianto nel 1968. La ricerca sul cuore artificiale è molto complessa e bisogna ancora lavorare molto».

 

E l’intelligenza artificiale è utilizzata durante l’intervento?

«No, ci limitiamo all’intelligenza nostra e a quello che siamo». Quali sono le prospettive di vita di un paziente trapiantato? «Il trapianto ha una mortalità nel corso dell’intervento che si aggira intorno al 10% e bisogna tener presente che un conto è trapiantare un paziente che non si è mai sottoposto a un intervento, un conto è trattare un paziente che ha già subito operazioni. In quest’ultimo caso la difficoltà e il rischio aumentano. Spesso ci troviamo davanti a soggetti che arrivano in sala con una sofferenza multi organica e, certo, il cuore non funziona, ma anche tutti gli altri organi ne risentono e ne soffrono. Questi casi sono molto delicati. E l’aspettativa di vita? «Noi medici prendiamo come parametro l’aspettativa a cinque, dieci, quindici anni e così via. A cinque anni, l’aspettativa di vita di un paziente trapiantato si aggira attorno all’80% e proprio il Sant’Orsola detiene il record in Italia. Personalmente, io ho in cura pazienti che sono stati trapiantati trent’anni fa e stanno bene. Poi è chiaro, un altro grande chirurgo, Giuseppe Marinelli, diceva che il trapianto è la sostituzione di una malattia con un’altra. Però la qualità della vita è migliorata tantissimo rispetto al passato».

 

Tanto che proprio una sua paziente è anche diventata madre.

«Sì, anzi forse proprio grazie al trapianto. Per tenere sotto controllo il cuore, la paziente era stata ricoverata sin dai primi mesi della gravidanza e, in quelle settimane, i ginecologi, che sono fondamentali in questi casi nella gestione combinata insieme ai cardiologi, avevano scoperto che il nascituro era in sofferenza a causa del cordone ombelicale. Sono intervenuti tempestivamente e tutto si è risolto nel migliore dei modi».

 

Ecco che ritorna la sinergia e la collaborazione tra le diverse discipline. Come si raggiunge questo stato di perfetto coordinamento?

«Come si raggiunge? Beh, intanto perché ci conosciamo tutti molto bene. E poi grazie ai protocolli. In sala operatoria e anche nelle fasi post intervento, sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare. E quando. Ognuno di noi conosce tutti i dettagli, persino la misura dell’ago e del filo che verranno usati. La tecnica, l’esperienza e il senso di fratellanza e di complicità che ci unisce ci consentono di arrivare ai risultati che speriamo di raggiungere sempre».

 

Come si comunica in quei momenti di tensione in cui siete davanti al paziente a cuore aperto in sala operatoria?

«Ci sono persone con cui lavoro in sala operatoria da tanti anni e li ritengo parte della mia famiglia. Abbiamo tutti la mascherina e parliamo moltissimo con lo sguardo. Basta un’occhiata per capire se qualcuno è in un momento di difficoltà e se è così cerchiamo di aiutarci. Si tollerano anche i momenti di tensione proprio perché tutti teniamo alla stessa cosa, al benessere del paziente, e l’esperienza fa sì che tutto funzioni al meglio anche nei momenti concitati».

 

Crede che dal punto di vista politico, il sistema nazionale abbia fatto abbastanza per la sanità?

«Come ho già detto non sono un politico e capisco poco di politica. Posso dirle, però, che se l’essere umano fosse più empatico e fosse più attento a guardare le cose anche oltre la sua visione singola, ecco, ci si renderebbe conto di quanto siamo privilegiati in Italia. Io sono molto grata a questo Paese e sono molto orgogliosa e felice di lavorare qui. In America un trapianto cardiaco costa alle assicurazioni più di trecentomila dollari e la somma totale può anche aumentare. Questo la dice lunga sulla necessità di essere fieri del nostro sistema sanitario».

 

Cosa ne pensa delle nuove modalità di accesso alla facoltà di Medicina?

«Posso dirvi che non ho sentito particolari osservazioni e credo che le discussioni attuali siano un ottimo modo per far approcciare allo studio della medicina le persone interessate. Così, possono decidere autonomamente e consapevolmente che cosa fare e valutare se hanno le capacità per affrontare un percorso così lungo e difficile».

 

Nel poco tempo libero che ha, cosa fa?

«Mi piace molto leggere. Adesso ho iniziato “Il Mondo di Sofia” di Jostein Gaarder, uno di quei libri che penso tutti dovremmo leggere. Poi nuoto e corro e posso vantarmi di aver attraversato lo Stretto di Messina nel 2025. Mi piacerebbe anche diventare triatleta, ma la bicicletta non so dove metterla. Una passione quasi pari alla cardiochirurgia, che però è rimasta nel cassetto, è il windsurf. Tornerò a cavalcare le onde quando andrò in pensione».

 

Le piacciono le emozioni forti, insomma. Qual è il momento più intenso dell’intervento?

«Il trapianto è un intervento connotato da tantissime emozioni da parte del paziente e da parte nostra. Si crea un legame fortissimo e io non mi dimentico neanche per un secondo del donatore che ha perso la vita e che, con la sua generosità, ha consentito a un’altra persona di continuare la propria esistenza. Sicuramente il momento più intenso è quando il cuore riparte, prima con un battito insicuro, poi sempre più ritmato e regolare. Il cuore ha molta personalità rispetto ad altri organi, ma non penso che l’anima si trasmetta attraverso il trapianto, come molti pazienti mi chiedono. Penso, però, che ogni cuore si comporti in modo unico e non sempre prevedibile. Quando lo vediamo battere nuovamente l’emozione è sempre, ogni volta, fortissima. È un evento enorme. Ed è incredibile che l’essere umano abbia sviluppato queste conoscenze. Probabilmente c’è qualcuno che ha fatto sì che proprio noi, esseri umani, potessimo fare tutto questo».

 

 

 L'intervista è tratta dal numero 15 di "Quindici" del 12 marzo 2026