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Ecco come sarà una parte del Museo dei Bambini al Pilastro (render dal sito Crescebologna)
Nel 2026 Bologna si prepara ancora una volta a cambiare volto. E lo fa partendo dalla sua periferia. L’anno che verrà vedrà il completamento, almeno per quanto riguarda la prima fase, dei “piani urbani integrati”, ovvero di una serie di interventi e investimenti che puntano a ridefinire profondamente gli spazi pubblici della città. Questi finanziamenti nascono con l’obiettivo di sostenere progetti fondamentali come la manutenzione e il riuso di aree pubbliche e di edifici, oltre che la rigenerazione e la valorizzazione di aree urbane sottoutilizzate o inutilizzate. Gli interventi riguardano il recupero delle aree e delle strutture pubbliche, il miglioramento del decoro urbano e del tessuto sociale e ambientale, lo sviluppo dei servizi culturali, educativi, sportivi e della sicurezza per i residenti che abitano i diversi quartieri coinvolti in questo progetto.
Il piano d’investimento è stato presentato a dicembre 2022 e tutti i progetti (a livello nazionale sono 300 in 14 città metropolitane da nord a sud) dovrebbero essere completati entro giugno 2026. Con un investimento di oltre 210 milioni di euro finanziati dal “piano complementare” (ovvero una serie di finanziamenti di spalla al Pnrr stanziato dal Governo che conta 30,6 miliardi di risorse nazionali, disponibili in aggiunta alle sovvenzioni e ai fondi previsti nell’ambito del Recovery and Resilience Facility) e il supporto appunto dei fondi Pnrr, il capoluogo emiliano lancia la “Città della Conoscenza”. Si tratta di un piano di rigenerazione urbana che trasforma ex scali ferroviari, parcheggi in disuso e aree periferiche in nuovi distretti culturali e sociali, integrandosi con “Impronta verde”, un piano che mette al primo posto la rigenerazione delle aree verdi della periferia cittadina.
Dall’ambizioso polo archivistico della Cineteca che nascerà al Pilastro fino alla "Fabbrica del Sapere" annunciata al Pilastro e destinata ai più piccoli e alla rinascita green dell’ex Scalo ferroviario del Ravone si sta definendo la Bologna di domani. Analizziamo questi tre progetti cardine. Il primo tassello del mosaico sarà la riqualificazione dell’area dell’ex parcheggio Giuriolo (che si trova nell’omonima via al civico 3, verso Corticella). Un colosso di cemento e asfalto costruito per i Mondiali di Italia90 e poi caduto in degrado nel cuore del quartiere Navile. Qui, la Fondazione Cineteca di Bologna sta realizzando il suo più grande progetto infrastrutturale: il Centro Polifunzionale Renato Zangheri, destinato a diventare uno dei poli archivistici e di restauro cinematografico più importanti d’Europa. Il progetto non è una semplice ristrutturazione, ma una riconversione radicale dell’edificio e del suo contesto. Il Centro ospiterà l’intero Archivio Film, che comprende oltre 80.000 pellicole storiche e contemporanee, per le quali saranno realizzati depositi climatizzati all’avanguardia atti a favorire la conservazione a lungo termine. Tali spazi garantiranno standard di sicurezza unici, permettendo la tutela di pellicole infiammabili e materiali fragili che costituiscono un patrimonio inestimabile per la storia del cinema mondiale.
Il cuore operativo sarà il laboratorio “L’immagine ritrovata”, già celebre a livello internazionale per i restauri di capolavori del cinema muto e moderno, che qui troverà spazi ampliati e dotazioni tecniche di ultima generazione. L’impatto sul quartiere sarà duplice. Da un lato, il progetto salderà un debito storico, eliminando un vuoto urbanistico e trasformando il cemento in cultura. Dall’altro, creerà nuove aree di fruizione pubblica. Tra i servizi previsti figurano una sala espositiva per mostre tematiche legate al cinema e alla fotografia e l’atteso recupero del prestigioso “Fondo fotografico Villani”. Quest’ultimo custodisce 70 anni di storia in 500mila immagini e testimonia il lavoro dello studio di Achille e Vittorio Villani. Si tratta di un archivio capace di raccontare la società, l’arte, la moda, l’industria, l’economia del nostro Paese e, in particolare, di Bologna, città dove il laboratorio è stato attivo dal 1914 al 1980. Ora, dopo quasi 40 anni dall’acquisizione da parte della ditta Fratelli Alinari e dal suo trasferimento in Toscana, il Fondo Villani torna a Bologna. L’elemento più atteso resta però la realizzazione di un’arena cinematografica a cielo aperto sul tetto, che offrirà una vista inedita sulla città e ospiterà proiezioni estive. L’idea è di trasformare un’area periferica strategica in un nuovo distretto culturale, in continuità ideale con la Manifattura delle Arti nata nel centro cittadino. Parole d’ordine: riuso edilizio e valorizzazione della memoria audiovisiva. Un altro elemento che fungerà da tessuto connettivo per la trasformazione di Bologna è la cosiddetta "Via della conoscenza", una pista ciclabile lunga chilometri che attraverserà il quadrante nord-ovest della città. Definirla però soltanto pista ciclabile è riduttivo.
Questo corridoio ecologico collegherà fisicamente il Polo della Memoria che sorgerà nell’ex Scalo Ravone alla stazione attraverso il distretto del Navile e le nuove aree universitarie del Lazzaretto. La "Via della Conoscenza" sarà dotata di un profilo digitale all’avanguardia: lungo il percorso verranno installati sensori per il monitoraggio della qualità dell’aria e colonnine intelligenti per l’accesso a servizi digitali urbani, trasformando ogni spostamento – si legge nei documenti comunali – in un’esperienza di cittadinanza attiva e consapevole. L’obiettivo è quello di armonizzare il paesaggio urbano con la tecnologia, creando un sistema di navigazione per pedoni e ciclisti che integri dati in tempo reale sulla mobilità e sugli eventi culturali dei vari distretti attraversati. Il secondo intervento della Bologna che verrà sarà al Pilastro.
Si tratta del Museo dei Bambini, il cui nome provvisorio è "Futura". Si tratta non solo di un progetto museale, bensì un’operazione di ricucitura sociale e urbanistica nel Quartiere San Donato-San Vitale, all’interno del parco dedicato in via Pirandello, al Pilastro, alla memoria dei tre carabinieri uccisi dalla banda della Uno Bianca il 4 gennaio 1991: Mauro Mitilini, Andrea Moneta, Otello Stefanini. Questa iniziativa incarna la volontà di utilizzare la cultura e l’educazione come strumenti di coesione e contrasto alla marginalità sociale. L’edificio stesso sarà un esempio di bioedilizia in quanto progettato per integrarsi armoniosamente nel verde del parco circostante, riducendo al minimo l’impatto ambientale attraverso l’uso di materiali riciclabili e sistemi di efficientamento energetico di classe A. Il design architettonico prevede ampie vetrate per favorire l’illuminazione naturale e tetti verdi che contribuiranno all’isolamento termico della struttura. L’edificio, moderno e sostenibile, avrà una superficie di circa 1.500 metri quadrati e si svilupperà su tre piani. Si ispira al modello anglosassone dei "Childrens Museum", luoghi dove l’apprendimento avviene per esperienza diretta e gioco interattivo. All’interno si troveranno spazi espositivi dinamici dedicati all’interazione con scienza, tecnologia, arte e natura, affiancati da atelier creativi e laboratori flessibili per attività didattiche e workshop. Questi spazi saranno aperti anche alle scuole e alle famiglie, creando un ecosistema formativo permanente che coinvolgerà – nelle intenzioni- l’intero territorio cittadino e promuoverà lo scambio intergenerazionale. Per la prima infanzia è prevista una palestra sensoriale specifica per lo sviluppo delle competenze cognitive e motorie nella fascia che va da zero a sei anni, mentre un apposito laboratorio alimentare educherà i più giovani alla sostenibilità e alle tradizioni gastronomiche. Il posizionamento nel Pilastro non è casuale. Il museo si inserirà in un contesto già dotato di importanti presidi come la Biblioteca Spina e la Casa Gialla, potenziando il ruolo del quartiere come polo educativo accessibile e di riferimento per l’intera area metropolitana. Insomma, un polo che non sia solo un luogo di svago, ma centro di ricerca pedagogica in grado di collaborare con l’Università al fine di studiare nuove metodologie di apprendimento non formale. L’obiettivo è abbattere le disuguaglianze educative, garantendo a tutti l’accesso a esperienze formative di alta qualità e trasformando un’area storicamente complessa in una Fabbrica del Sapere e dell’Opportunità. Il terzo intervento riguarderà invece il rilancio dell’ex Scalo Ravone, una vasta area ferroviaria di 121.000 metri quadrati lungo il torrente Ravone, una delle più grandi “cicatrici” urbane della città. I primi cantieri sono iniziati a novembre 2025 con demolizioni che permetteranno di desigillare quasi 100mila metri quadri di terreno cementificato. In tutto saranno piantati mille nuovi alberi. L’investimento è di 80 milioni di euro e l’opera dovrà essere collaudata entro il 31 dicembre 2027. Questa enorme superficie, un tempo dedicata allo smistamento merci, diventerà un laboratorio di biodiversità e inclusione sociale a cielo aperto. Qui prenderà forma il SimBolo Park, un progetto che unisce rigenerazione ambientale, memoria storica e innovazione sociale all’interno della più ampia cornice della “Città della Conoscenza”.
L’elemento centrale del piano è la sostenibilità visto che l’80% delle superfici sarà trasformato in un parco urbano car-free con oltre 1.000 nuovi alberi. L’inserimento dello Scalo Ravone nel bando internazionale “Reinventing Cities” della rete mondiale C40 eleva la sfida bolognese a una dimensione globale. Essere parte del network C40 significa confrontarsi con metropoli come Parigi, Oslo o New York nella ricerca di soluzioni concrete alla crisi climatica. La chiamata ai team multidisciplinari, composti da architetti, esperti di energia, sociologi e gruppi di quartiere, mira a trasformare l’ex scalo e il palazzo Aiuto Materno (un grande edificio dismesso tra le vie Don Minzoni, Porto e Rosselli) in modelli di vita urbana sostenibile. Il bando richiede esplicitamente progetti che minimizzino l’impronta di carbonio lungo l’intero ciclo di vita degli edifici e che promuovano un “Global Green New Deal” a misura di quartiere. Questo significa che sul Ravone vedremo non solo nuovi edifici, ma sperimenteremo modalità inedite di gestione dei rifiuti, del riciclo delle acque piovane e della produzione energetica condivisa attraverso le comunità energetiche. I team sono stati invitati a presentare proposte che coniughino residenzialità sociale e funzioni pubbliche in edifici ad emissioni quasi nulle, capaci di rigenerare non solo lo spazio fisico ma anche il tessuto relazionale della zona. Parallelamente alla creazione del polmone verde, il progetto prevede il recupero di sette edifici storici dell’ex scalo che ospiteranno laboratori e spazi di co-working per imprese sociali, strutture di housing sociale destinate a residenze temporanee e ampie aree per lo sport, la cultura e gli eventi, in linea con le esperienze limitrofe. Ovvero a quello che sta succedendo a DumBo e Tpo. Il recupero degli edifici manterrà l’archeologia industriale esistente, trasformando magazzini e rimesse in moderni spazi dell’innovazione sociale, dove il passato ferroviario della città potrà dialogare con le nuove professioni digitali.
Oltre a questi spazi, verrà realizzato il Polo della Memoria Democratica destinato a diventare un luogo di riflessione sui valori fondanti della Repubblica. Il luogo sarà un punto di incontro tra storia e futuro, ospitando archivi e percorsi espositivi incentrati sull’antifascismo, la lotta allo stragismo e i diritti civili. Il polo sarà strettamente connesso con il quartiere Bolognina, integrando la memoria storica nel tessuto quotidiano dei residenti e offrendo spazi di consultazione per studiosi e cittadini. L’ambizione di Bologna, dunque, è quella di utilizzare questi massicci investimenti per attuare una vera e propria transizione verso la “città dei 15 minuti”, una città dove i servizi essenziali, la cultura e il verde siano accessibili a ogni cittadino senza la necessità di lunghi spostamenti motorizzati. Il recupero di queste aree non ha solo un valore estetico, ma funge da volano economico: la creazione di nuovi hub per il co-working, di laboratori artigianali e di spazi per start-up punterà ad attirare talenti e giovani professionisti, contrastando il rischio di desertificazione sociale delle aree ex industriali. È una scommessa sulla conoscenza come bene comune, capace di generare ricchezza non solo materiale, ma anche sociale e civile. «Bisogna rafforzare il senso di appartenenza a una comunità che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici», ha detto il sindaco Lepore. Questi interventi non sono semplici operazioni di restyling architettonico, ma rappresentano un cambio di paradigma per l’identità stessa della città. Integrando la sfida climatica globale di "Reinventing Cities" con la necessità locale di spazi educativi e sociali, Bologna scommette sulla cultura e sulla sostenibilità come unici motori possibili per lo sviluppo. Come andrà? Se il progetto della "Città della Conoscenza" saprà mantenere le promesse di inclusione e innovazione, il capoluogo emiliano si candiderà a diventare un modello europeo di resilienza urbana, dove il recupero delle “cicatrici” del passato diventa la base solida su cui edificare il benessere delle prossime generazioni e un futuro migliore con innovazioni e ricerca.