Diplomazia
Giorgia Meloni, Leone XIV e Donald Trump (foto Ansa, collage di Michelangelo Ballardini)
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rincarato la dose contro la presidente del consiglio, Giorgia Meloni: «Non abbiamo più lo stesso rapporto - ha detto a Fox News - è stata negativa. Con chiunque ci abbia rifiutato l'aiuto in questa situazione iraniana, non abbiamo più lo stesso rapporto». Non la manda giù e anzi il giorno dopo l'inquilino della Casa Bianca infierisce, dopo le dichiarazioni fatte ieri al "Corriere della sera": «Pensavo Meloni avesse coraggio, ma mi sbagliavo», «non è più la stessa persona e neanche l’Italia sarà la stessa [...] ha fallito». Il peccato del nostro capo del governo che ha tanto deluso Trump è stato aver definito “inaccettabili” le sue parole nei confronti del Papa, descritto dal tycoon tra le altre affermazioni come "debole" e "pessimo".
«Anche l’elegante Atene e la rozza Sparta si alleavano quando trovavano un nemico comune. Questa si chiama democrazia». La citazione da uno dei monologhi dell’attore Ascanio Celestini descrive bene quello che l’attacco verbale del Presidente Usa contro Papa Leone XIV prima, e Meloni poi, ha fatto alla politica italiana. O almeno in parte. A difendere l'operato di Meloni sono intervenuti i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ma anche le opposizioni con il leader di Azione Carlo Calenda e la segretaria Pd, Elly Schlein. «Nessun capo di Stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al nostro Paese e al nostro governo. Siamo avversari in quest’aula ma siamo tutte e tutti cittadini italiani e rappresentanti degli italiani», ha detto la dem.
Ma esattamente come accadeva nella penisola ellenica della metafora di Celestini, anche in Parlamento qualcuno è rimasto fuori dal coro. Giuseppe Conte e Matteo Renzi hanno approfittato del colpo ricevuto dell'avversaria per lanciare i propri affondi. «Con quell’atteggiamento sottomesso era facile prevedere che le pretese di Washington sarebbero diventate sempre più alte e inaccoglibili», ha commentato il leader dei Cinque stelle, «ora è stata scaricata anche dal suo guru, dal suo leader. Da dopo il referendum ogni giorno un problema. Saranno 15 mesi di piano inclinato fino alle elezioni, il crollo è appena cominciato», prevede invece il numero uno di Italia Viva.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è andato anche un passo oltre, non limitandosi al solo commento, naturalmente in difesa della sovranità italiana, ma offrendo anche all’emulo di Washington una ricetta per guarire dall’«inebriamento da potere». Trump non viene citato esplicitamente, ma è molto chiaro si parli di lui. Gli antidoti alla sbornia di onnipotenza sono due: uno sistemico, l’equilibrio dei poteri, e uno personale, ovvero «una buona dose di autoironia».
Come spesso accade però, forse il rumore più forte lo fa chi rimane in silenzio. Matteo Salvini, segretario della Lega, ha criticato a sua volta l’uscita di Trump su Papa Leone, ma non ha commentato in nessun modo le bordate a stelle e strisce sulla propria alleata di governo. L’altra grande assente è Meloni stessa. Non ha ribattuto alle accuse e si è limitata a dire «non so quanti leader abbiano espresso parole così chiare, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza», aggiungendo che al di sopra di tutte le simpatie politiche, quando non è d’accordo su qualcosa lo deve dire. Ma, ha precisato, il posizionamento in politica estera dell’Italia rimane fermamente europeo e occidentale.
La scelta di non rispondere a tono potrebbe essere stata dettata dalla speranza che The Donald, come spesso fa, cambi presto bersaglio e concentri il suo interesse su altro, facendo cadere il conflitto con lo Stivale nell’oblio. Il rischio è che invece i rapporti siano inevitabilmente compromessi e che in pochi giorni Trump abbia perso, in un caso per le sue azioni, in uno suo malgrado, i due capi di Stato europei più vicini alle sue posizioni, Meloni in Italia e Orbán in Ungheria.
Cosa significhi questo per il nostro Paese rimane un’incognita. Nel continente abbiamo l’esempio di un governo in piena rotta con la Casa Bianca, quello spagnolo di Pedro Sanchez, e comunque in netto contrasto c'è anche la Francia di Emmanuel Macron. C’è stato anche un esempio di qualcuno che non è stato al gioco delle minacce di Trump e alla fine ne ha svelato il bluff, la Cina di Xi Jinping. L’Italia però non ha sicuramente il potere contrattuale del colosso dell’estremo oriente, né si è posta da subito di traverso al governo statunitense in virtù del suo colore come la Spagna socialista.
Passare da “alleati” di Washington a essere considerati nei fatti “traditori” cambia radicalmente il posizionamento del nostro Paese. Il governo iraniano stesso ha riconosciuto l'importanza della situazione, proponendosi ironicamente come nuovo alleato al posto degli Stati Uniti. A un anno dalle prossime elezioni politiche, se questo sarà un bene o un male per le sorti del governo Meloni è tutto da vedere.