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La fluttuazione del prezzo dei carburanti (foto Ansa)

 

Gli italiani non vogliono la crescita dei prezzi dell’energia, dunque non vogliono lo stretto di Hormuz chiuso, dunque non vogliono la guerra in Iran, dunque non avrebbero voluto che Trump attaccasse l’Iran, dunque non vedono di buon occhio chi lo spalleggia e dunque anche il governo italiano soffre nei consensi. L’ultimo sondaggio di YouTrend per SkyTg24, condotto fra l’11 e il 13 aprile, non lascia dubbi. Il 57% degli intervistati giudica negativamente l’operato del Governo Meloni, un aumento di otto punti percentuali rispetto alla rilevazione del 23 marzo, mentre le opinioni positive calano al 34%, -5%. Sullo scarto di tredici punti percentuali pesa sicuramente il contraccolpo subito dalla netta sconfitta del governo al referendum sulla riforma giustizia, ma altri dati confermano anche il ruolo giocato dalla situazione estera. Quasi otto persone su dieci non hanno una buona opinione sulle operazioni dell’amministrazione statunitense in Iran, ampiamente criticate anche nell’elettorato di destra. Solo il 15% di chi ha votato per Meloni ne dà un giudizio positivo. 

Le principali preoccupazioni dei cittadini sono l’aumento del prezzo di benzina, gasolio e bollette (42%) e il rischio di recessione per l’economia italiana (18%), ma alcuni (13%) temono addirittura che si arrivi a un razionamento dei carburanti. Contemporaneamente, al primo posto nella lista delle priorità che il governo dovrebbe darsi secondo l’elettorato, è schizzata la tutela di famiglie e imprese dall’aumento dei prezzi causato dalla crisi energetica, che col 38% doppia abbondantemente gli investimenti per i salari al secondo posto. 

Conferme che la vicinanza a Trump della presidente del Consiglio, da un anno attiva per fare da ponte transatlantico fra Washington e Bruxelles, stava diventando sempre più impopolare e scomoda da mantenere. Per questo lo strappo avvenuto nei giorni scorsi tra Meloni e la Casa Bianca potrebbe non essere solo un male per lei. Il distanziamento è avvenuto dopo l'attacco di Trump al Papa, definito «pessimo» e un «debole», e la difesa del Santo padre da parte della presidente del Consiglio. Meloni da alleata è diventata per Donald «una persona cambiata e non coraggiosa». Anche gli altri fatti degli ultimi giorni sembrano segnali di un possibile riposizionamento di Giorgia Meloni nello scenario internazionale, più vicina all’Unione europea e più distante dagli Usa. Il mancato rinnovo del patto per la difesa fra Roma e Tel Aviv e l’intesa con l’Ucraina di Zelensky per la produzione congiunta di droni e contraerea potrebbero suggerire una nuova gerarchia delle priorità: meno Trump e Netanyahu, più Ucraina ed Europa. Fermo restando, come ribadito da Palazzo Chigi, che l’alleanza con Nato e Stati Uniti resta indiscutibile.  

C’è un anno abbondante di tempo prima delle prossime Politiche, uno spazio sufficiente per tentare di ribaltare l’andamento negativo dei consensi attuale. Perché se è vero che gli italiani raramente si recano alle urne con in mente la politica estera, è vero anche che gli effetti sui portafogli degli elettori di crisi internazionali sono molto sentiti e imputati al governo di turno.