l'intervista
Silvestro Ramunno, presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna (foto di Adriana Tuzzo)
«Ho letto la richiesta di "assunzione di responsabilità" quasi come un invito alle dimissioni». Così il presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, Silvestro Ramunno, ha commentato a InCronac@ il richiamo dell’amministratore delegato Rai, Giampaolo Rossi, rivolto al direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, dopo le vicende legate alle ripetute gaffe in telecronaca durante le Olimpiadi e al rapporto conflittuale con la redazione. In merito, Ramunno sottolinea che non intende sostituirsi ai sindacati, ma desidera concentrare l’attenzione sulla tutela della qualità dell’informazione; inoltre, affronta anche i problemi d’attualità di gestione all’interno del Gruppo Gedi, evidenziando la mancanza di trasparenza da parte degli editori e lo sciopero de "la Repubblica", con possibili implicazioni più ampie sull’intero settore editoriale.
L’ad Rossi ha chiesto una "assunzione di responsabilità pubblica". Sarà sufficiente a risanare l'ambiente o il direttore rischia comunque il posto, considerando anche le precedenti mozioni di sfiducia?
«Io ho letto quella richiesta di "assunzione di responsabilità" quasi come un invito alle dimissioni. Non si tratta solo di chiedere scusa, ma di fare un passo indietro per ristabilire un clima positivo. Un direttore sfiduciato dalla redazione fatica a esercitare la sua autorità. Quando la gerarchia è compromessa, l'intera redazione ne risente e lavorare bene diventa quasi impossibile».
È corretto, dal punto di vista professionale, che un direttore sostituisca all'ultimo momento un telecronista in un evento di massima esposizione?
«Dal punto di vista formale, un direttore ha il potere decisionale di intervenire. Tuttavia, dal punto di vista sostanziale e professionale, non mi sembra una scelta corretta. Eventi come un'Olimpiade richiedono una preparazione meticolosa; non sono cose che si improvvisano all'ultimo minuto. Solitamente, un buon direttore valorizza la propria squadra e i suoi talenti migliori, restando nelle retrovie per promuovere gli altri. Al di là della forma, è una scelta che non ho condiviso».
In merito al rifiuto di mandare in onda il comunicato dell'Usigrai: si tratta di una violazione o è una scelta lecita della direzione?
«È una violazione contrattuale. I contratti prevedono che i comitati di redazione possano pubblicare i propri comunicati. A meno che non contengano frasi offensive, diffamatorie o palesemente false, cosa che non credo sia mai avvenuta, i comunicati vanno pubblicati. Esiste una prassi consolidata di correttezza e trasparenza. L'Ordine non entra nelle questioni sindacali, ma qui parliamo di etica e trasparenza informativa. Le notizie non si censurano, si pubblicano e, semmai, si replica».
Molti giornalisti hanno risposto con il ritiro delle firme. Lo vede come un gesto puramente simbolico o come una forma reale di tutela del lavoro giornalistico?
«Il ritiro della firma è una forma di protesta storica e significativa. Significa dire: "Io faccio il lavoro, ma non ci metto la faccia perché non mi riconosco in questo contesto". Pur non essendo uno sciopero, evidenzia chiaramente un malessere interno alla redazione. È un primo passo che segnala una rottura profonda; vedremo se le interlocuzioni successive porteranno a soluzioni concrete o ad altre forme di protesta».
Spostiamoci sul Gruppo GEDI e sullo sciopero a Repubblica. È un segnale che riguarda l'intero settore o un problema circoscritto a queste testate?
«La vicenda di Repubblica evidenzia la pochezza di certi editori. Abbiamo assistito allo smantellamento progressivo di un gruppo storico senza che ci fosse un'interlocuzione trasparente con chi il giornale lo fa ogni giorno. È preoccupante perché avviene nel quasi totale disinteresse della politica e dell'opinione pubblica. Meno qualità nell'informazione significa avere una democrazia più debole».
Quali dovrebbero essere le garanzie minime in una trattativa di vendita per tutelare una redazione?
«La prima è l'autonomia della redazione: senza indipendenza non c'è informazione. Poi servono investimenti reali sul futuro, non solo sulla "transizione digitale" intesa come slogan, ma sul valore del prodotto. L'editore deve fare l'editore, non usare il giornale per acquisire potere o influenzare dinamiche politiche. Infine, bisogna salvaguardare l'integrità del gruppo, evitando lo "spezzatino" tra radio, web e carta».
È legittimo che i giornalisti scoprano della vendita della propria testata dai rumors o dagli altri giornali, anziché dalla proprietà?
«Contrattualmente esistono degli obblighi di informativa (solitamente 72 ore prima della formalizzazione). Tuttavia, le trattative iniziano sempre in via riservata. Se la società è quotata, come nel caso del Resto del Carlino, ci sono obblighi di trasparenza verso il mercato. La correttezza vorrebbe che l'azienda informasse contestualmente, o poco prima, i propri dipendenti».
Il caso GEDI rischia di diventare un precedente pericoloso per tutto il panorama editoriale italiano?
«Spero vivamente di no. Mi auguro che questo serva da lezione per imparare a gestire le crisi in modo più trasparente, rispettando il vero valore di queste aziende: le persone. Giornalisti, poligrafici e amministrativi sono il patrimonio della democrazia. Voglio restare ottimista, nonostante i segnali attuali spingano verso il pessimismo della ragione».