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Manifestante brucia la foto di Khamenei durante un presidio in Piazza Maggiore a Bologna (foto di Stella Chirdo)

 

I suoi 29 anni Ami li ha vissuti tutti sotto il regime. Originario del Kurdistan iraniano, nella parte ovest del paese, è arrivato in Italia due anni fa per studiare antropologia all’Alma Mater Studiorum. Quando si è sparsa la notizia che l’ayatollah Khamenei era morto in un raid israeliano, la prima cosa che ha provato è stata un gran senso di euforia. «Ero con i miei amici quando è arrivata la notizia. Ho avuto dei sentimenti contrastanti – spiega Ami – ero felice al pensiero che nel mondo ci fosse una brutta persona in meno». Dopo poco, però, si è reso conto che la sua felicità, così come quella della maggior parte degli iraniani, era precaria e non sufficiente ad archiviare trent’anni di repressione: «Ali Khamenei è morto senza aver dato conto di tutte le guerre che ha acceso in Medio Oriente, di tutte le persone che ha massacrato nelle strade iraniane e di tutti gli attivisti che ha ucciso o rinchiuso in carcere. Purtroppo – aggiunge – questa possibilità di giustizia non esiste più». 

Lo scorso 24 dicembre Ami tornava a Bologna dall’Iran, dove aveva passato le vacanze in famiglia. Cinque giorni dopo sono scoppiate le prime proteste nel Gran bazar di Teheran. «Fortunatamente o sfortunatamente sono uscito dal Paese prima dell’inizio delle manifestazioni. Però mentre ero là vedevo che il prezzo del dollaro stava crescendo e la gente era molto arrabbiata. Nelle settimane successive al massacro, mi hanno raccontato che per le strade c’era un silenzio disumano». Per tutto il mese di gennaio è sceso in piazza con il collettivo “Hamsaye”, fondato lo scorso giugno in seguito alla guerra dei Dodici giorni tra Iran e Israele. In persiano “Hamsaye” significa «coloro che condividono un'ombra in comune» ed è un termine che si usa per riferirsi ai propri vicini di casa. «Con un gruppo di amici iraniani qui a Bologna – spiega Ami – abbiamo iniziato a fare un presidio, per continuare a parlare della situazione in Iran. Sentivamo il bisogno di uno spazio per esaurire tutte le energie negative che avevamo dentro di noi. Poi abbiamo decido di invitare anche altre persone, non solo studenti, che condividevano la lotta contro ogni tipo di discriminazione». Fuori dall’Iran, aggiunge Ami, la situazione è «un po’ bipolare»: c’è chi adora Trump perché pensa che stia salvando il paese e chi invece non vede di buon occhio un intervento esterno. Come collettivo, “Hamsaye” è stato più volte accusato di essere antipatriottico: «Noi non vogliamo la guerra e siamo contro la strumentalizzazione dell’Iran. Avremmo preferito un intervento militare internazionale, che fosse la comunità mondiale a porre fine al regime, se veramente è finito. Dopo la morte di Khamenei – continua l’attivista – siamo andati a festeggiare ai giardini Margherita e l’indomani siamo stati accusati di essere degli anti-iraniani solo perché abbiamo detto che comunque, per noi, Trump non è la soluzione». 

Da cinque giorni il Medio Oriente è una regione che brucia. Tra esultanze e preoccupazioni, le bombe continuano a cadere da entrambi i lati e, come spesso accade, a subirne le maggiori conseguenze sono i civili. «Non è vero che stanno bombardando solo luoghi militari – puntualizza Ami – colpiscono anche zone residenziali e scuole. Capisco che vogliano attuare il cambio di regime, ma a chi vogliono dare questa responsabilità sul futuro dell’Iran non lo sappiamo ancora. Durante i giorni di “Donna vita libertà”, il movimento nato nel 2022 dopo la morte di Masha Amini, c’era un gruppo, per quanto non omogeneo, che dava speranza per il futuro». Adesso, invece, “Hamsaye” è convinto che i sostenitori dell’intervento di Stati Uniti e Israele cercano di rimuovere qualsiasi voce dissonante. «Con l’accusa di portare la democrazia in Iran – conclude Ami – stanno eliminando tutte le voci critiche che mettono a rischio quell’unità che stanno faticosamente costruendo».