Cinema

                                                                                               Emilio Marrese e Nanni Moretti al cinema Sacher ieri sera (foto concessa dall'interessato)

 

«È come se Maradona mi avesse invitato a fare due palleggi». Così Emilio Marrese, giornalista di Repubblica e regista, ha commentato l’invito ricevuto da Nanni Moretti, che ieri lo ha accolto a Roma per presentare al cinema Nuovo Sacher il suo documentario dedicato al cardinale Matteo Maria Zuppi.

Come è andata la proiezione di ieri sera al cinema Sacher?

«Sono davvero contento, gli spettatori erano 127 e provo grande stima per ognuno di loro che, di martedì sera, escono di casa per vedere un documentario su un prete».

E che effetto le ha fatto vedere il proprio lavoro presentato da una figura eminente del cinema italiano come Nanni Moretti?

«Il suo invito è stato inaspettato. È come se Maradona mi avesse invitato a fare due palleggi sul portico. Per me Moretti è un supereroe, io sono un dopolavorista del cinema».

E il dibattito alla conclusione del film come è stato?

«La chiacchierata successiva è stata molto partecipata, Moretti purtroppo mi aveva già anticipato che sarebbe andato via, ha condotto una breve introduzione all’inizio e mi ha fatto qualche domanda».

Che cosa le ha chiesto?

«Mi ha chiesto come mi era venuto in mente di fare questo documentario, come è nata l’idea».

È stato richiamato alla mente il rapporto tra il cardinale Zuppi e Roma?

«Certamente, il cinema Sacher si trova nel cuore del quartiere dove Zuppi ha vissuto, Trastevere. C'erano molte persone che avevano conosciuto il cardinale nel suo periodo romano. Mi hanno detto di aver ritrovato nel documentario tutta l’autenticità, la veracità e l’essenza del personaggio che avevano conosciuto e questo non può che farmi immensamente piacere».

Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la figura di Zuppi?

«Restituire la complessità che si nasconde dietro la semplicità della sua vita in soli 87 minuti. Anche raccontarlo da laico e ateo quale sono, in modo comunque rispettoso cogliendo l’essenza del suo messaggio e della sua persona, non è stata un’impresa semplice».

Dopo questo suo lavoro è cambiato il suo modo di vedere la Chiesa?

«No, io ho sempre saputo che esistono per fortuna molti uomini di fede, sacerdoti e non, che vivono la loro missione così come la vive Zuppi. Fortunatamente non è un caso isolato ma è un caso molto in vista e porta avanti dei valori che sono universali e non appartengono a nessuna religione ma appartengono all’essere cittadini del mondo giusto».

Cosa ha reso a suo parere Zuppi una figura così interessante dal punto di vista cinematografico?

«La sua persona ha rappresentato, anche semplicemente dal punto di vista giornalistico oltre che religioso, una svolta molto potente nel modo di vivere, di rappresentare la Chiesa. Ha incarnato lo spirito di papa Francesco. Ha portato la Chiesa in strada».

Secondo lei questo è un modo per riavvicinare la Chiesa alle persone in un’epoca di secolarizzazione?

«Assolutamente sì. Zuppi dice sempre “io non sto qui a vendere il prodotto”. Il cardinale non spaccia Dio come fosse un detersivo, si meraviglia quando lo chiamano “vescovo di strada” perché a suo parere un prete non ha altro posto dove stare».

Il suo lavoro non è un Blockbuster ma ha avuto un certo successo, se lo aspettava?

«Sì, perché è un personaggio che è arrivato ad essere così popolare durante il conclave da essere ritenuto uno dei papabili. È evidente che sia un personaggio che attira e merita attenzione indipendentemente dal mio documentario. Avrei però piacere che fosse ancora più visibile magari attraverso una piattaforma streaming».