Mondo

Gianmaria Sacchi Morsiani all'arrivo a Bologna ieri notte (foto Paolo Pontivi)

 

«Sono stati momenti molto difficili, è una cosa che non si può immaginare. Soprattutto quando a quindici anni ti ritrovi in mezzo a due Paesi in guerra che si lanciano missili come fossero biglie». A parlare è Gianmaria Sacchi Morsiani, uno dei cinque ragazzi del Liceo Malpighi di Bologna rientrati ieri sera (3 marzo) alle 20 all'aeroporto di Malpensa con un volo di Stato dagli Emirati Arabi Uniti. Erano a Dubai, insieme ad altri duecento studenti di tutto il mondo, per un programma di formazione ed erano rimasti bloccati all'aeroporto della metropoli mediorientale il primo giorno del conflitto in corso in Iran. «Ci siamo ritrovati completamente colti alla sprovvista da tutti i punti di vista - ha raccontato all'arrivo a Bologna ieri notte - ma è stata un'esperienza che mi ha fatto crescere. Quando ti dicono la frase "la vita è una", io lì, in quei momenti, l'ho capito davvero».

 

Un'odissea iniziata sabato scorso quando gli allarmi hanno iniziato a suonare nelle strade e negli edifici della città dopo il primo attacco delle forze statunitensi e israeliane all'Iran. «La notte tra domenica e lunedì è stata una delle più difficili. Gli allarmi sono suonati all'una e alle cinque del mattino. Siamo corsi tutti nel seminterrato dove abbiamo passato parte della notte. Saremmo dovuto rientrare sabato 28 febbraio, ma nel corso della mattinata ci hanno comunicato che avremmo dovuto prolungare il nostro soggiorno a causa della chiusura dello spazio aereo. Ci hanno sistemato in una struttura vicina all'aeroporto e dalla mia finestra vedevo la pista e il terminal. E poi il suono dei bombardamenti e dei missili, il cielo bianco, un clima davvero apocalittico».

 

La Farnesina ha organizzato il trasporto con un volo di Stato e con la collaborazione della compagnia emiratina Etihad. Sull'areo che li riportava in Italia hanno cantato l'inno nazionale, in quell'impareggiabile entusiasmo di giovani vite che non possono fare a meno di vivere tutte le esperienze che il mondo contemporaneo loro riserva. Hanno riabbracciato i loro genitori e i loro amici, ma nel cuore si sono portati la paura e il senso di inutilità della guerra, come una cosa a cui è sempre più difficile credere.

 

«Sì, finalmente posso dire di essere tornato a casa, dopo una giornata molto stancante. Abbiamo preso questo aereo della compagnia Etihad e abbiamo seguito una rotta personalizzata per cercare di evitare territori su cui è pericoloso volare. In quindici anni di vita ho visto una pandemia e una guerra. Ecco, questo mi stupisce e soprattutto fa crescere. Adesso cerco di riprendere la mia vita e la mia quotidianità nel modo più normale possibile».