scienza

A destra il filosofo Carlo Galli in mediateca Giuseppe Guglielmi (foto di Paolopontivi)

 

«La tecnica libera l’uomo, lo sgrava dalla fatica; ma quello svincolamento da limiti naturali implica anche l’asservimento alle logiche implicite dello strumento, fino a che l’uomo stesso diventa strumento». È questo il senso che ruota attorno al pensiero del filosofo Carlo Galli che, ieri (11 febbraio), ha incontrato il pubblico alla mediateca Giuseppe Guglielmi. Pensieri, osservazioni e critica alla deriva tecnologica e all’uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale. Senza perdere di vista il nodo fondamentale della questione: la tecnica, la tecnologia, l’Ia sono indispensabili, ma non sono neutre. «Non possono esserlo – dice Galli – e, conseguentemente, non può esistere la tecnocrazia». Come a dire che, in ogni caso, l’uomo è sempre il tramite necessario. Con il suo pensiero, i suoi scopi e  i suoi mezzi, trasposti nella fredda strutturazione della macchina che, indirizzata verso un determinato obiettivo, agisce poi autonomamente per raggiungerlo.

Il problema, continua Galli, è che «la tecnica è sempre trascinata all’interno di polarità e conflitti storici e intellettuali, fra politica e burocrazia, fra azione e fabbricazione, fra tradizione e progresso». Ed è qui che emerge la centralità della democrazia, il suo valore fondamentale. Perché è fuori da ogni dubbio: la tecnica solleva dalla fatica ma non è indolore, né senza pena. «La democrazia consente ai cittadini, a patto che siano messi in condizione di sapere e di capire cos’è la tecnologia, di esercitare un penetrante controllo sull’uso e l’abuso di essa. La terza via, tra l’oligarchia delle digitalizzazione e la tecnocrazia, è proprio questa e, se vogliamo sgombrare il campo da un grande equivoco, va detto che pur non esistendo la tecnocrazia, esiste il controllo dei mezzi tecnologici da parte dell’oligarchia. È questo il punto».

E sia chiaro, la tecnica, secondo Galli, è l’ambiente indispensabile nel quale l’uomo e la società vivono e agiscono, ciò implicando «la dimensione dell’utile come dimensione della parzialità degli interessi, dovuto proprio all’asimmetria fisiologica della compagine umana. La stessa democrazia consente inoltre di regolare adeguatamente quelli che io chiamo i dislivelli di potere, strettamente connessi allo sviluppo della tecnica e, oggi, dell’intelligenza artificiale. Chi ha avuto la capacità di garantire priorità alla propria utilità, attraverso la tecnologia, è innegabile che si trovi in una posizione di potere privilegiata». Una posizione che, spesso, porta a considerare i diretti effetti della tecnica come assolutamente «naturali, con il cosiddetto “prezzo della connessione”, rappresentato dall’espropriazione generalizzata e dal lavoro umano, sempre nascosto, celato. Eppure, la macchina può essere anche macchinazione, inganno, astuzia ai danni della natura. E ai danni dell’uomo».