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Il direttore di Confesercenti Bologna (foto concessa dall'intervistato)

«Se si svuotano i paesi, si svuotano le periferie e portiamo tutti nei grandi centri commerciali è normale che a “vendere” rimane solo chi gravita nel turismo, cioè il centro storico di Bologna». È il commento di Loreno Rossi, direttore generale di Confesercenti Bologna, che analizza quanto emerso dall’ultimo report pubblicato da Nomisma sulle migliaia di negozi che in questi anni hanno chiuso i battenti, 1.482 solo nella nostra provincia 

Loreno Rossi, quanto è grave la situazione dei negozi in città metropolitana?

«Difficile, ma  in linea con quanto succede nel resto della regione. Il centro storico è un caso a parte perché grazie agli indotti del turismo è certamente meno penalizzato. La fortuna è che questo settore, funzionando così bene, porta benessere non solo ad alberghi, ristoranti o realtà simili, ma anche alle altre attività commerciali in città. I turisti, durante le loro visite, lasciano una parte dei loro soldi anche in acquisti in altri settori, come per esempio quello alimentare. Nelle periferie, nei quartieri e nei comuni della provincia, invece, la situazione è più complicata, e più ci si allontana dalla città peggio è. In quelle aree abbiamo rilevato un bel numero di chiusure di esercizi di vicinato».

Quali settori sono maggiormente in sofferenza e quali invece riescono a resistere?

«Il settore che soffre di più è l'abbigliamento. Sono due i motivi principali: un calo dei consumi - la gente spende meno in vestiti – e la concorrenza, che io definisco sleale, del commercio online, con grandi player che non hanno sede in Italia e godono di un'imposizione fiscale molto più agevolata rispetto alle altre attività. Tiene meglio il settore dei pubblici esercizi e della ristorazione, che però è legato a stretto giro al turismo e ai consumi. Tuttavia, anche qui si iniziano a vedere segnali di crisi nel cosiddetto "bar tradizionale", che un tempo era un punto di ritrovo per i cittadini».

Quanto è caro a Confesercenti il tema della "desertificazione"? E cosa si può fare per contrastarla?

«La desertificazione, soprattutto nei Comuni più piccoli e lontani dalla città, è un tema che noi abbiamo più volte evidenziato. Non è solo un problema economico, ma anche sociale. I negozi, specialmente nei piccoli Comuni, offrono un servizio alle fasce più deboli della popolazione e svolgono una funzione di sicurezza - dove c’è luce e c’è negozio ci sono meno problemi di sicurezza - e giocano un ruolo di coesione sociale. Se chiudono le attività, infatti, muore la vita dei Comuni e dei Quartieri. Dato che le analisi ormai sono chiare e sotto gli occhi di tutti occorrerebbe passare a fatti concreti per far sì che cessi la chiusura di tutte queste attività. Serve drenare risorse per mantenere in piedi questa rete di commercio  di vicinato».

Tra i problemi per i piccoli negozi c’è sicuramente il costo delle locazioni. Quali proposte avete per affrontare il problema degli affitti elevati?

«Abbiamo chiesto da tempo che venga introdotto anche per le piccole attività commerciali sotto i 250 metri il cosiddetto "canone concordato", che oggi esiste per le abitazioni. Questo consentirebbe una tassazione minore per chi affitta l'immobile ad uso negozio e, di conseguenza, un affitto minore per l'attività. Se il proprietario paga meno imposte poi può affittare il proprio locale a un prezzo più basso».

Perché le persone preferiscono andare nei centri commerciali piuttosto che nelle botteghe?

«I primi offrono comodità, parcheggi gratuiti e sicurezza, mentre per raggiungere i piccoli negozi collocati nei Comuni o nei centri storici le difficoltà sono dietro l’angolo. Spesso e volentieri, in centro non si può accedere in auto, e i trasporti pubblici a disposizione non sono sempre efficienti. Come se non bastasse, a Bologna, il costo dei parcheggi a pagamento è molto elevato: se ti trovi a scegliere se spendere 10 euro per andare a fare un giro nelle vetrine dei negozi oppure parcheggiare gratis nei centri commerciali - situati sulle grandi vie di comunicazione -  è probabile tu scelga la seconda opzione. Ma sono errori che abbiamo fatto negli anni '90 e 2000. Altri Paesi europei hanno preso strade diverse, collocando grandi mall commerciali nei centri delle città, così da richiamare le persone».

Anche le botteghe storiche rischiano di finire in questo vortice nonostante la loro tradizione sul territorio?

«Lì abbiamo un problema di ricambio generazionale. Fare un'attività commerciale o di ristorazione comporta rimanere aperti tante ore, anche sabato e domenica. C'è una fascia di giovani che non è più attratta da questo tipo di lavori, perché pensano sottraggano troppo tempo libero. Anche quando le nostre attività cercano dipendenti, si riscontra questa tendenza. Attività che potrebbero stare bene sul mercato, anche con un valore aggiunto di manodopera, non trovano chi sia interessato a portarle avanti».

Infine, un paradosso emerso dal report è che, nonostante la chiusura di molte attività, gli addetti del settore sono aumentati. Come si spiega questa dinamica?

«L'aumento degli addetti è in gran parte concentrato sul turismo che, come detto prima, regge e tiene grazie a un valore economico indotto. È un settore che sta al mondo del commercio come le esportazioni nell’industria. L'altro elemento è che, se si guardano i dati della Camera di Commercio, chiudono le piccole attività individuali mentre restano sul mercato le società di capitali con tre, quattro, cinque punti vendita, che assumono dipendenti. Quando chiude una piccola realtà, spesso gestita da pochi soci o da un'impresa familiare senza dipendenti, una parte dei posti di lavoro che si perdono come lavoro autonomo viene recuperata attraverso un aumento dei dipendenti delle grandi società»