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Maurizio Marchesini, presidente di Marchesini Group e vicepresidente di Confindustria (foto Ansa)

 

«Sospendere il Patto di stabilità deve essere l’extrema ratio. L’Europa può intervenire subito sugli Ets, ovvero sul sistema di scambio di quote di CO2, aprire mercati nuovi e cercare di fare acquisti comuni. C’è il rischio concreto di recessione». Maurizio Marchesini, presidente di Marchesini Group, punto di riferimento globale nel mondo del packaging, e vicepresidente di Confindustria nazionale con delega al Lavoro e alle Relazioni industriali, analizza le ricadute economiche sull’Italia e sull’Europa del conflitto in Iran. Una situazione difficile da prevedere, che ha già avuto un impatto enorme sull’economia Europea, tanto che la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto che «dall’inizio della guerra la nostra bolletta per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi di euro».

Marchesini, lei è imprenditore e presidente di Marchesini Group. Quali sono le ricadute economiche di questa guerra?

«Parlo da imprenditore fortemente esportatore. Noi esportiamo poco meno del 90% della produzione. Questa guerra ci crea ulteriori difficoltà, in un contesto già compromesso. In Russia e in Ucraina, per esempio, continuiamo a lavorare ma con grandissima fatica, con dei volumi di esportazione molto ridotti, quasi più di manutenzione che di crescita».

E poi?

«Gli Stati Uniti, in questo momento, sono un mercato difficile per gli europei, non tanto per i dazi ma per la difficoltà di prevedere il futuro data dalle scelte dell’amministrazione Trump. Gli imprenditori hanno bisogno di certezza, di prevedibilità, e quindi diventa veramente difficile per loro fare investimenti. E la Cina è chiusa in sé stessa, sta diventando il più possibile impermeabile a tutto quello che è occidentale. Ora si aggiunge anche la crisi in tutto il Medio Oriente: a breve avremmo dovuto avere una fiera a Riyad, ma tutti i voli dall’Europa sono stati sospesi fino all’autunno».

Dove si dirottano dunque i mercati?

«In questa situazione assumono forza e importanza sicuramente il mercato interno europeo, con l’Inghilterra, e l’America Latina, che continua a rimanere un mercato abbastanza brillante. E poi le altre aree dell’Oriente in crescita, esclusa la Cina, come l’India e la Corea. Parlando in generale, per un paese come l’Italia che con l’export fa la propria crescita, è una situazione abbastanza complessa. Non si tratta solo dell’aumento dei costi dell’energia, ma anche della sua probabile carenza con il perdurare della guerra».

Soffermandoci dunque sull’area critica del Medio Oriente, quali sono le aziende più in difficoltà?

«Sicuramente quelle del settore della moda, grandi esportatori nella zona e già in difficoltà dopo l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina. E poi quello dei macchinari, quindi il nostro di Marchesini Group, ma penso anche al settore ceramico, importante per l’Emilia-Romagna».

E per quanto riguarda invece le forniture dal Medio Oriente?

«Su tutti i concimi e i fertilizzanti. Poi penso ai gas refrigeranti, freon, indispensabili per la produzione dei microchip».

Pensa che possa esserci il rischio di crescita zero?

«Il centro studi di Confindustria ha indicato, poco tempo fa, tre scenari possibili. Il primo, con la durata della guerra a tre mesi, che porterebbe a un calo del Pil dello 0,5%. Il secondo, a sei mesi, darebbe una situazione di stagnazione e dunque crescita zero del Pil. Il terzo invece di recessione, con la previsione della durata della guerra a un anno».

Lei come pensa si evolverà la situazione?

«È molto difficile da dire. L’Iran è un paese piuttosto sviluppato dal punto di vista tecnologico. Temo che se non ci sarà un cambio di regime, ci siano le possibilità economiche e tecnologiche per condurre una guerra piuttosto lunga in Iran. E questo non mi fa stare tranquillo. Mi auguro duri poco, perché gli interessi in gioco sono enormi».

Cosa ne pensa della richiesta all’Europa di sospendere il Patto di stabilità?

«In caso di grandi difficoltà è possibile farlo, ma bisogna tenere conto del fatto che questo significa spostare solo avanti nel tempo il problema, aggravandolo e correndo comunque il rischio di un aumento dell’inflazione. Capisco che possa essere una delle possibilità, ma credo debba essere un’extrema ratio».

Quali accorgimenti si possono mettere in campo per reagire e tentare di arginare la crisi?

«Innanzitutto l’Europa deve cercare di fare acquisti comuni. I singoli paesi che fanno acquisti ognuno per sé rischiano di farsi concorrenza l’uno con l’altro, e questo si potrebbe evitare. E poi bisogna sospendere completamente il sistema degli Ets (European Union Emissions Trading System, è il principale strumento dell'Unione europea per ridurre le emissioni di gas serra, ndr), che serve a spingere le imprese verso sistemi più compatibili ma che in questo momento sono troppo impattanti sui conti. In più, continuare la politica di aprirsi a nuovi mercati, come è stato fatto con l’accordo col Mercosur. E poi ricercare nuovi fornitori. Tutto questo va fatto adesso, senza aspettare troppo».