commercio

Un'immagine delle due torri di Bologna (foto Ansa) 

Li sentite i cigolii? È il rumore metallico emesso dalle serrande degli 86.000 negozi italiani che negli ultimi dieci anni hanno chiuso i propri battenti, senza più riaprire. Si tratta di un calo del -6,7% registrato tra il 2015 e il 2025. Numeri che emergono dall’ultimo report di Nomisma e che raccontano un trend negativo diffuso su quasi tutto il nostro Paese. Non è un’eccezione l’Emilia-Romagna, dove i valori di contrazione sono superiori alla media nazionale: si parla di 8.019 attività perse e una diminuzione del -9,5%. Delle sue province Bologna, come città metropolitana, registra una flessione inferiore rispetto al dato regionale, ma resta comunque una delle più significative con un saldo di 1.482 attività perse, per un calo del -8,3%. Una diminuzione ancora più marcata è stata rilevata a Ferrara con il -15,8%, mentre tra le province emiliano-romagnole quella che resiste meglio alla crisi è Rimini, con un -5,9%.

Non sorride al settore nemmeno l'andamento dei prezzi di acquisto dei locali osservato da Nomisma nel decennio. Il mercato immobiliare commerciale dell’Emilia-Romagna ha avuto un crollo generalizzato, con Bologna che ha riscontrato un calo del -13,9%. Meglio Rimini con il -2,4%, e più gravi Parma con il -23,2% e Forlì-Cesena con il -20,6%, tenendo conto che la riduzione media nazionale è del -9%. Un fattore al quale devono far fronte le attività commerciali è quello dei canoni di affitto che, rispetto a 10 anni prima, sono saliti del 12,9% a livello nazionale. Bologna, in questo, è più virtuosa rispetto alla media, con un rincaro del 2,4%, inferiore rispetto agli aumenti registrati a Rimini (10,9%) e a Reggio Emilia (9.8%).

Ma se da una parte ci sono saracinesche che si abbassano senza più rialzarsi, dall'altra le occupazioni nel settore segnano un aumento. Nomisma ha rilevato che rispetto a dieci anni prima il numero degli addetti in Emilia-Romagna è aumentato del 16.8%, impiegando sul territorio emiliano-romagnolo 218.000 dipendenti. Sotto le due torri le percentuali sono simili: a Bologna l’incremento degli addetti impiegati in attività commerciali è del 16,6%. A fare meglio sul territorio sono solo Parma con il 20,3%, Modena con il 20,5%, e Rimini con il 22,4%. Aumentano anche i ricavi. Tra il 2015 e il 2024 le attività commerciali italiane hanno visto un incremento dei propri proventi del 37,6%. Un valore certamente positivo ma che sicuramente non vale per tutti i settori. A trainare il commercio spiccano il turismo, la ristorazione e il comparto legato alla cura della persona. Mentre sono in evidente difficoltà le attività legate ad aree come la cultura, lo svago, il tessile e il mercato dell’abbigliamento.

Per Nomisma a soffrire particolarmente il vuoto commerciale sono i centri urbani intermedi, dato che in collina e in montagna il fenomeno della desertificazione è già stato consumato da tempo. Mentre nelle grandi città, come Bologna, la scomparsa dei negozi è meno lampante perché «la vetrina viene sostituita con una grande rapidità». La "Rossa", poi, è davvero un caso particolare. «Se nel resto del Paese i rendimenti periferici sono più bassi a causa del rischio di chiusura - racconta Nomisma - nel capoluogo emiliano il rapporto è inverso rispetto al centro, dimostrando l’enorme valore sociale e del presidio di sicurezza che il negozio di vicinato garantisce in quei contesti».