tonino lamborghini

Ferruccio Lamborghini (foto di Federico Mosca)

 

Crescere con un cognome che ha contribuito a scrivere una parte della storia industriale italiana significa convivere fin da subito con aspettative e responsabilità. Ferruccio Lamborghini, nato a Bologna nel 1991, appartiene alla terza generazione della famiglia che ha trasformato un’intuizione imprenditoriale del dopoguerra in un simbolo internazionale di design e innovazione. Prima ancora di entrare nel mondo aziendale, però, il suo percorso prende una strada diversa: quella delle competizioni motociclistiche. Per oltre dieci anni corre ad alti livelli, conquistando nel 2012 il titolo di campione italiano Moto2.

Nel 2015 entra ufficialmente in Tonino Lamborghini, iniziando dal marketing e dalla comunicazione per poi assumere rapidamente ruoli di crescente responsabilità fino alla vicepresidenza. Oggi partecipa allo sviluppo strategico del marchio, contribuendo alla diffusione globale di uno stile di vita italiano che unisce design, tecnologia e identità culturale. Un percorso che guarda avanti senza perdere il legame con le proprie radici.

Oggi Ferruccio Lamborghini, insieme alla sorella Ginevra, ha fatto visita alla redazione di InCronac@ per consegnare un riconoscimento al nostro collega Edoardo Cassanelli, lo studente che tra tutti ha totalizzato il maggior numero di presenze al master.

L’incontro è diventato anche l’occasione per raccontarsi, ripercorrendo esperienze personali e professionali tra eredità familiare, visione imprenditoriale e progetti futuri.

 

Portare un cognome così importante è più uno stimolo o un peso?

«Dico sempre che su miliardi di persone è capitato a me di nascere con questo cognome, quindi come posso lamentarmi? Però quando cresci sapendo che tuo nonno è stato uno dei più grandi industriali conosciuti nel mondo senti una responsabilità. Durante l’adolescenza si incontrano pregiudizi, ma succede in tutti i mestieri: ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che sei riuscito per via delle condizioni di partenza. Questo però porta a un senso di responsabilità e alla volontà di essere una persona solida, per rispetto verso chi ti ha preceduto».

 

Qual è il suo rapporto con Bologna e con il territorio emiliano?

«L’unione con Bologna per me è fortissima. Anche quando ho lavorato molto all’estero, alla fine si torna sempre qui e ci si sente a casa. È una città universitaria che arricchisce molto, perché permette di entrare in contatto con culture e storie diverse. Bologna ha tanti punti positivi che spesso non riconosciamo abbastanza».

 

Che cosa rappresenta oggi il Museo Ferruccio Lamborghini?

«Oltre a essere un museo dedicato alla figura e alla memoria di nostro nonno Ferruccio, di cui andiamo orgogliosi, e quindi a tutta la sua storia imprenditoriale, dal primo trattore alle automobili sportive famose in tutto il mondo, raccoglie anche tanti veicoli e oggetti che rappresentano una parte importante della storia italiana, in particolare dalla fine del secondo dopoguerra. Non mancano anche pezzi di altre aziende, come la Fiat».

 

Nel museo compaiono anche i fallimenti, i tentativi di Ferruccio (pensiamo all’elicottero): quanto conta raccontare l’imperfezione quando si custodisce un mito?

«È fondamentale. Come rappresentante della terza generazione cerchiamo di trasmettere ai giovani che il fallimento è parte integrante della crescita e della scalata verso il successo, sia in ambito professionale sia personale. Viviamo in un’epoca in cui tutto si vuole rapidamente e apparentemente senza sforzo, quindi rischiamo di essere un po’ scollegati dalla realtà. Il museo vuole essere un luogo di ispirazione e aiutare a trasformare anche i fallimenti in una fonte di energia per il successo».

 

Se suo nonno visitasse oggi il museo, su quale oggetto si soffermerebbe?

«Direi il primo Carioca. Quando nostro padre iniziò a recuperare i trattori nei campi e nei garage per formare il museo, mio nonno non era d’accordo perché per lui erano ferro vecchio. Poi, quando li vide tutti insieme, ci fu un momento di grande emozione. Mi piace immaginare che si fermerebbe proprio lì, davanti a quello che ha dato origine a tutto».