Sanità
Medici che si apprestano a iniziare il proprio lavoro (foto Ansa)
Botta e risposta tra Forza Italia e la Regione sulla situazione della sanità in Emilia-Romagna. L’oggetto del contendere riguarda la lunghezza delle liste d’attesa, dopo la denuncia fatta da Pietro Vignali, capogruppo di Forza Italia in Viale Aldo Moro, che in un’interrogazione alla Giunta aveva mostrato come negli ultimi sei anni si fosse registrato un crollo del 21,5% nelle prime visite e del 28,8% nell’esecuzione degli esami diagnostici. A questi numeri è arrivata in tarda serata la risposta di Massimo Fabi, assessore regionale alla Sanità, che a margine della conferenza stampa sull’accordo siglato con i sindacati proprio su questo tema, ha ribadito l’impegno profuso dalla Regione per il sistema sanitario: «Tre anni fa abbiamo puntato in maniera straordinaria sull’incremento dell’offerta, investendo ben 56 milioni quando il governo ci diceva di metterne 34. Così abbiamo potuto incrementare di un milione e mezzo le prestazioni in tutta la Regione, ma è chiaro che non siamo riusciti a raggiungere livelli soddisfacenti».
Secondo quanto raccolto da Forza Italia, a crollare sono state proprio le prime visite, passando dalle 659.637 del 2019 alle 517.980 del 2025, mentre sono scese da 1.092.943 a 777.793 anche le esecuzioni degli esami diagnostici. Dati allarmanti, anche se sotto le Due Torri non mancano alcune eccezioni. Al Rizzoli, complice anche il turismo sanitario proveniente da tutta Italia, le prime visite sono infatti cresciute del 39,5% (da 43.057 nel 2019 a 60.063 nel 2025), e gli esami diagnostici del 40,9%, con 14.390 controlli in più. Crescite un po’ più modeste si sono invece registrate al Sant’Orsola, dove i primi accessi sono aumentati dell’1,7% (179.225 contro i 176.229 di sei anni fa) e gli esami diagnostici sono saliti del 5,7% (19.161 in più rispetto al 2019). «Questo calo è la vera causa delle liste d’attesa o infinite o addirittura chiuse», ha attaccato Vignali, che invita a monitorare con attenzione i dati raccolti dal suo gruppo per «approfondire e risolvere il problema». «O in Emilia-Romagna ci si ammala e si cerca di prevenire le malattie molto meno rispetto a sei anni fa - ipotizza Vignali - oppure il servizio sanitario pubblico ha notevolmente ridotto l’erogazione di queste prestazioni». «Il secondo scenario - afferma il forzista - è molto più probabile e spiega il perché si sono dilatati enormemente i tempi d’attesa».
Un’ipotesi sostenuta anche dal fatto che, secondo il consigliere, le aziende in cui è diminuita maggiormente l’erogazione di queste prestazioni «sono quelle dove continuo a raccogliere testimonianze di liste d’attesa chiuse per diverse richieste, nonostante le stesse aziende smentiscano queste situazioni». Tra queste l’azienda ospedaliera e universitaria di Parma, con un calo del -28,3% nelle prime visite e del 30,6% negli esami diagnostici, l’Ausl di Bologna, e ancora quella di Parma, che ha registrato un -24,9% nei primi accessi e un -36,1% negli accertamenti clinici. «Siamo di fronte a un sistema che aggira le indicazioni per un monitoraggio reale e serio delle liste d’attesa su cui sta giustamente insistendo il ministro della salute Orazio Schillaci - sottolinea il consigliere, chiedendo di approfondire con chiarezza «i motivi del calo di prestazioni».
Non si è però fatta attendere la risposta della Regione, con l’assessore alla sanità Massimo Fabi che ha ribadito i risultati ottenuti da Viale Aldo Moro. «Siamo riusciti comunque a ridurre i tempi delle liste d’attesa», ha spiegato Fabi, rimarcando come la situazione fosse nettamente peggiore ai tempi della pandemia: «Durante il Covid eravamo in una situazione tale per cui l’indice di performance delle prestazioni era al 50%, mentre ora siamo riusciti a raggiungere un livello tra il 75 e il 78 per cento». Un dato che comunque non fa felice la Regione: «Chiaro che non siamo soddisfatti, ma più che intervenire solo sulla produzione, vorremmo lavorare sull’appropriatezza delle prestazioni, che si aggira a valori intorno al 50% del totale. Questo fa sì che vengano sottratte prestazioni a chi ne ha davvero bisogno, mentre a farne uso sono quelli che le chiedono come beni di consumo. Dobbiamo cambiare radicalmente questa filosofia, migliorando anche l’innovazione sul territorio».