CARCERI
Il carcere della Dozza (foto Ansa)
Una capienza regolamentare di 457 posti, 830 detenuti effettivi e 70 casi di suicidio sventati. È questo il bilancio di 17 mesi al carcere della Dozza tracciato da Antonio Ianniello, garante dei detenuti comunale, per Incronac@: «È un contesto nel quale gli spazi a disposizione sono ridotti all’osso - osserva il garante - . Risulta difficile anche solo spostare detenuti da una cella all'altra, perché magari ci sono delle incompatibilità fra le persone. Per farlo, fino ad alcune settimane fa, gli operatori penitenziari potevano contare quotidianamente su cinque, sei o sette posti a disposizione. Naturalmente questo comporta un gravissimo peggioramento delle condizioni detentive, ma anche di quelle lavorative per gli operatori».
Il tasso di sovraffollamento è elevatissimo, tra i più alti in Italia, se confrontato con il report di Antigone “Tutto chiuso”, relativo all’intera situazione carceraria italiana, in media, pari al 139,1%, con picchi del 200% in alcuni istituti penitenziari. Ma nonostante le gravi difficoltà la realtà bolognese presenta anche un lato positivo. Perché se altrove mancano completamente occasioni di recupero per i detenuti, alla Dozza le opportunità di rifarsi una vita non mancano: un’officina meccanica impiega oggi quindici detenuti, da poco è stato aperto un caseificio, c’è una piccola sartoria presso la sezione femminile e un un call center che impiega circa 12 persone. Sembra dunque che, nonostante il livello esplosivo del sovraffollamento, ci sia un grande sforzo, messo in atto da aziende, terzo settore, mondo dell’associazionismo e istituzioni, per offrire opportunità di formazione e lavoro. Opportunità che si trasformano in percorsi di riscatto.
Anche sul fronte dell’istruzione il sistema offre possibilità diversificate in base ai bisogni del singolo, ma non tutti ricevono le risposte sperate: «Il presidio scolastico è una risorsa importantissima ed è riconosciuta dalla stragrande maggioranza delle persone detenute. Molti stranieri, circa il 60% della popolazione carceraria bolognese, chiedono corsi di alfabetizzazione. Poi ci sono percorsi di scuola primaria e l’Istituto Tecnico Commerciale. È presente anche l'Università di Bologna con un discreto numero di persone iscritte, anche se questo si è un po' ridotto nella misura in cui, più di un anno fa, le sezioni dell'alta sicurezza sono state chiuse e spostate in altri istituti, dove c'era un discreto numero di studenti universitari. Oggi siamo intorno alle 30-35 persone iscritte», spiega Ianniello.
Tutte queste attività, però, sono messe a rischio dal sovraffollamento che ha effetti negativi anche sulla salute mentale, con i risvolti più drammatici nei tentativi di suicidio. A Bologna, a Ianniello preme sottolineare a questo proposito i buoni risultati del nuovo protocollo anti-suicidio: «È un protocollo - dice il Garante - siglato fra amministrazione penitenziaria e azienda Usl di Bologna. Si tratta di uno strumento che va implementato il più possibile e condiviso come comune base di conoscenza tra tutti gli operatori che intervengono nel percorso detentivo, operatori e volontari». La prevenzione degli atti suicidari si basa su uno screening del rischio per ogni nuovo detenuto che entra in carcere, svolto da un’equipe diversificata di medici e operatori socio-sanitari. Una volta valutate le condizioni personali, si procede al monitoraggio e chi rischia di più viene indirizzato verso percorsi di sostegno intensificato. Si limita l'isolamento prolungato a favore di una maggiore socialità e supporto medico. Sui numeri Ianniello è, tuttavia, molto cauto: «È un tema molto delicato, il numero nazionale è devastante. In linea generale, l'incidenza del rischio suicidario rispetto alla società libera è di circa venti volte più elevato. A Bologna, l'ultimo suicidio si è verificato nel luglio 2024. Nel 2025 abbiamo registrato però circa settanta tentativi di suicidio sventati, è uno dei numeri più elevati se confrontato con gli altri istituti penitenziari italiani», osserva il Garante.
Sempre sul disagio psichiatrico, nella sezione femminile, attualmente ci sono dei percorsi per cinque donne con certificato di infermità psichica. È un'attività che ha prevalente gestione sanitaria: «Negli ultimi mesi ho però scritto delle note indirizzate all'area sanitaria e alla direzione del carcere, poiché talvolta non è stato possibile effettuare attività terapeutico-riabilitative. I professionisti della riabilitazione entrano in queste sezioni quando c’è la possibilità di avere operatori penitenziari, quindi poliziotti, che vigilano su quello che sta accadendo. Quando questa presenza non è garantita, le terapiste non effettuano l'attività. È una criticità che ho segnalato, anche se di recente è migliorata un po' perché è stato garantito il cosiddetto posto di servizio degli operatori penitenziari», dice Ianniello.
Più critica la situazione di chi è in isolamento, poiché sottoposto a un regime di sorveglianza particolare, previsto dall’ordinamento penitenziario e applicato quando la persona ha comportamenti che hanno determinato una particolare pericolosità penitenziaria, per gli operatori o per gli altri detenuti. Come condotte aggressive o evasioni. Nel corso del 2025 il numero dei casi è stato piuttosto elevato. Tra le prerogative del garante c'è la possibilità di andare in carcere senza necessità di autorizzazione preventiva e di effettuare colloqui con i detenuti. «Nel 2025 - spiega il garante - ho parlato con almeno quattro di quelli sottoposti a questo regime. Consiste in sei mesi di isolamento, talvolta senza neanche la televisione. Al netto dei profili di pericolosità penitenziaria, quando ci si trova ad affrontare un così lungo periodo di isolamento, la mia preoccupazione di Garante, è quella di esprimere delle perplessità rispetto a un regime particolarmente duro, che può sicuramente deteriorare la vicenda detentiva della persona. Non dico che queste persone non abbiano posto in essere comportamenti anche molto gravi, però rispondere con un isolamento continuo di sei mesi lascia sicuramente molto perplessi. È una misura che non prevede contenuti educativi. Ci può essere la persona che ha gli strumenti per sopportare un regime di questo tipo e chi può essere stritolato da questi sei mesi di isolamento secco».
E sulle condizioni igienico-sanitarie, altra questione di fragilità per le carceri italiane, a Bologna la valutazione è “appena sufficiente”. A formulare il giudizio è il Dipartimento di salute pubblica, dopo l’ultima ispezione semestrale: «Nell'ultimo rapporto le condizioni del reparto giudiziario erano piuttosto deteriorate. In alcune situazioni, come le docce comuni, gli ambienti erano molto deteriorati, poiché bisogna considerare che non in tutte le sezioni ci sono le docce in cella», specifica Ianniello. A seguito dell’ispezione, la sezione 2B è stata svuotata e chiusa per effettuare lavori di ripristino e miglioramento.
In sostanza il sistema Dozza tiene a fatica grazie ai numerosi interventi dall'esterno, ma non mancano gravi criticità e rischi dovuti al sovraffollamento.