Criminalità

Manifestanti dell'associazione Libera, impegnata nella lotta alla criminalità organizzata (foto Ansa)

 

A Bologna le mafie non sono una presenza invisibile né un fenomeno confinato ad altre regioni d’Italia. A raccontarlo non sono soltanto le inchieste giudiziarie, ma anche i beni confiscati alla criminalità organizzata disseminati nella Città Metropolitana: appartamenti, ville, terreni, attività commerciali e società che testimoniano concretamente il radicamento degli interessi mafiosi nel territorio emiliano-romagnolo. In questo senso, la presenza di beni sottratti alla criminalità organizzata diventa una traccia materiale di dinamiche spesso difficili da intercettare. Se il riciclaggio e le infiltrazioni economiche tendono a rimanere nell’ombra, immobili e attività confiscate rendono visibile ciò che normalmente agisce in modo sommerso.

L’Emilia-Romagna è tra le regioni più attive nel recupero e nella restituzione sociale dei beni confiscati. Con 49 immobili destinati a finalità sociali e culturali, la Regione ha investito oltre 7,9 milioni di euro in contributi per la ristrutturazione e la rifunzionalizzazione di questi spazi. Anche nel Bolognese diversi immobili e terreni sono stati affidati ad associazioni e cooperative del Terzo Settore. Complessivamente, sono stati finanziati 39 progetti in tutte le province, con oltre 1,1 milioni di euro che hanno consentito la riqualificazione di 15 abitazioni. I fondi regionali, erogati tramite bandi dedicati, permettono la trasformazione di questi beni in spazi di legalità, cohousing e servizi per la cittadinanza. «La presenza di beni confiscati, sia immobili che aziende, è sicuramente un elemento che ci racconta di come le mafie siano una realtà nella nostra regione ormai da decenni», spiega Andrea Giagnorio, referente di Libera Bologna, emanazione cittadina di "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie". Un fenomeno che attraversa diversi settori economici, dall’edilizia alla ristorazione, dal turismo fino al comparto immobiliare.

Tra i casi più significativi c’è Villa Celestina, a pochi passi dal centro storico. Il bene era riconducibile a Giovanni Costa, condannato per riciclaggio aggravato in favore della famiglia mafiosa dei Montaldo di Villabate, in provincia di Palermo. Oggi la villa rappresenta uno dei simboli della capacità delle organizzazioni criminali di investire e riciclare capitali anche nel territorio bolognese, ma anche un esempio concreto di possibile restituzione alla collettività. «Villa Celestina è un simbolo dei soldi di Cosa Nostra che a fine anni Novanta venivano immessi nel mercato immobiliare-edilizio della città per cercare di fare speculazione e trasformare quel bene in appartamenti di lusso da rivendere», ricorda Giagnorio. Grazie a un patto di collaborazione con il Comune di Bologna, l’area esterna della proprietà ospita già attività sociali e culturali promosse dai volontari di Libera.

Per il recupero completo dell’edificio restano però da reperire le risorse necessarie alla ristrutturazione. È proprio in questa fase che emerge una delle principali criticità del sistema di riutilizzo dei beni confiscati: la sostenibilità economica dei progetti. «La difficoltà più grande spesso riguarda le risorse economiche necessarie per recuperare e rendere utilizzabili questi beni: ce ne sono, ma purtroppo mai a sufficienza», sottolinea Giagnorio. A questo si aggiungono iter burocratici complessi, problemi amministrativi, ipoteche e, in alcuni casi, occupazioni abusive che rallentano il passaggio dalla confisca definitiva al riuso sociale.

Il tema è tornato recentemente al centro del dibattito istituzionale regionale. Il consigliere del Movimento 5 Stelle Lorenzo Casadei ha presentato una risoluzione che punta a rafforzare il sostegno agli enti locali impegnati nel recupero dei beni confiscati. Il documento chiede più risorse e strumenti di supporto tecnico, amministrativo e finanziario per i Comuni, oltre alla destinazione stabile di una quota del Fondo Unico Giustizia al riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti alla criminalità organizzata. «La lotta alle mafie e alle organizzazioni criminali costituisce una priorità fondamentale delle istituzioni democratiche, non solo sul piano della repressione ma anche su quello sociale, culturale ed economico», sostiene Casadei, evidenziando come la restituzione dei patrimoni confiscati rappresenti un tassello essenziale delle politiche di legalità.

L’obiettivo è trasformare questi beni in spazi e servizi per la collettività, rafforzando la collaborazione tra istituzioni, enti locali, Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc) e mondo associativo. Proprio perché rappresentano il punto di incontro tra economia illegale e territorio, i beni confiscati assumono un valore che va oltre quello patrimoniale. Restituirli alla collettività significa sottrarre risorse alle organizzazioni criminali e trasformare i simboli del loro potere economico in strumenti di partecipazione, inclusione e cittadinanza attiva.

La presenza dei beni confiscati restituisce anche uno spaccato delle modalità con cui le organizzazioni criminali operano oggi in Emilia-Romagna. Un’attività che, spiega Giagnorio, si sviluppa spesso su un doppio binario.

Da un lato ci sono le operazioni meno visibili: riciclaggio, bancarotta fraudolenta, intestazioni fittizie per evitare l’applicazione delle normative antimafia. Dall’altro permane la capacità di ricorrere a metodi intimidatori e violenti quando gli interessi criminali vengono messi in discussione o quando occorre rafforzare il controllo su determinate attività. «Le inchieste sul nostro territorio mostrano che ci sono fenomeni estorsivi», osserva Giagnorio. «Finché possono portare avanti le loro attività seguendo una logica di reato meno appariscente, vanno in quella direzione. Quando invece serve “caricare la mano” per perseguire i loro interessi, emerge l’elemento violento, che resta una delle prerogative delle mafie». È anche per questo che i beni confiscati assumono un significato particolare: dietro appartamenti, ville, società o attività commerciali non ci sono soltanto patrimoni accumulati illegalmente, ma tracce concrete di strategie di radicamento che intrecciano economia, disponibilità finanziarie e capacità di intimidazione. Nonostante le difficoltà, il valore del riutilizzo sociale va oltre la dimensione pratica. Per Libera Bologna questi beni sono strumenti di educazione alla legalità e partecipazione civica.

«È fondamentale il coinvolgimento della cittadinanza», afferma Giagnorio. «Da bene di speculazione si passa a un bene vissuto dalla comunità, che ospita attività sociali, culturali e servizi aperti ai bisogni dei cittadini». L’associazione insiste anche sulla necessità di superare l’idea che l’Emilia-Romagna sia immune dalle infiltrazioni mafiose. I segnali, spiega il referente di Libera, sono molteplici: cambi frequenti di gestione delle attività commerciali, anomalie nel mercato del lavoro, irregolarità contrattuali e operazioni economiche poco trasparenti. «Nessun settore può ritenersi immune», avverte. Per questo la confisca dei patrimoni mafiosi continua a essere considerata uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla criminalità organizzata. «Come insegnava Falcone, seguire i soldi e colpire gli interessi economici delle mafie è uno degli strumenti più efficaci», osserva Giagnorio.

La sfida, tuttavia, non si esaurisce nel sequestro dei beni. Il vero obiettivo è restituirli alla collettività e trasformarli in spazi di utilità sociale, sottraendo risorse alle organizzazioni criminali e restituendo valore ai territori. Dalle ville sottratte al riciclaggio alle attività oggi aperte ai cittadini, il percorso dei beni confiscati racconta una trasformazione che riguarda non solo la giustizia, ma anche la capacità delle comunità di riappropriarsi dei propri spazi. «Quando si fa attenzione è più facile vedere la presenza delle mafie, anche se spesso è silenziosa», conclude Giagnorio.

 

L'articolo è tratto dal n. 23 di "Quindici" del 30 giugno 2026