il caso
Andrea Rossi durante il dibattimento (foto Ansa)
Immaginate di essere in carcere da 19 anni. Siete condannati all’ergastolo per omicidio. Dal primo giorno vi proclamate innocenti. State vivendo una vicenda giudiziaria lunga, che però non è chiusa. E un destino che potrebbe mutare ancora, a seguito delle ultime decisioni della Cassazione. Che ha stabilito, non una volta, non due, ma tre, che va celebrato un processo di revisione, rivalutando gli indizi alla luce delle novità scientifiche. Non è una storia immaginaria, ma è quella del commercialista bolognese Andrea Rossi. Diciannove anni nel carcere della Dozza, la sentenza definitiva della Corte di Cassazione nel 2010. Rossi è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di una donna di 70 anni, Vitalina Balani, sua cliente, uccisa nella sua casa di Bologna. L’avvocato di Rossi, Gabriele Bordoni, aveva già presentato due richieste di revisione del processo, una nel 2017 e una nel 2023, prima alla Corte d’Appello di Ancona e poi a quella di Perugia. Entrambe sono state respinte, dopo aver analizzato le nuove possibili prove portate dalla difesa. Il processo di revisione, infatti, consiste in una possibilità, prevista dal Codice di procedura penale, di correggere gravi errori giudiziari ribaltando una sentenza di condanna definitiva, in caso di elementi nuovi. Nel 2026 il terzo tentativo: dopo l’ennesimo ricorso del legale di Rossi ad aprile 2026, la Corte di Cassazione ha disposto un nuovo processo di revisione che si terrà davanti alla Corte d’Appello di Firenze. Il 19 giugno sono state rese pubbliche le motivazioni della sentenza della Cassazione, che ha annullato la decisione dei giudici d’Appello di Perugia.
Il primo processo nei confronti di Rossi fu un processo indiziario. L’ora della morte fu elemento fondamentale per motivare la condanna. La richiesta di revisione si basa essenzialmente su una perizia medicolegale che sposta in avanti il momento del decesso di Balani di circa otto ore, da un arco di tempo compreso tra le 13.30 e le 14.05 del 14 luglio 2006 a una fascia temporale che va dalle 22 del 14 e le 5 del 15 luglio. Secondo l’avvocato Bordoni, nel nuovo orario il commercialista potrebbe dimostrare di avere un alibi. Questo, ritenuto insufficiente dai giudici di Perugia, consisterebbe nella cancellazione dal suo computer, da parte di Rossi, di file in cui erano scritti i debiti che il commercialista aveva con alcuni clienti, tra cui Balani. Cancellazione avvenuta tra le 20.28 e le 23 del 14 luglio, in quella che è considerata la fascia oraria in cui è più probabile sia avvenuto il delitto. Tra le motivazioni dell’ultima decisione dei giudici della Suprema Corte c’è il fatto che la sentenza di rigetto della Corte di Perugia «esibisce una manifesta illogicità in quanto elude il tema della rilevanza dell’alibi per l’orario successivo alle 15, sminuendone la portata». Tradotto: i giudici umbri avrebbero accettato la tesi del nuovo consulente che, concordando con quello della difesa, ha spostato in avanti l’ora del decesso, ma hanno continuato a considerare rilevanti indizi compatibili con la morte di Balani tra le 13.30 e le 14, senza considerare le incongruenze nel comportamento della vittima, considerando che a quell’ora, per le nuove prove scientifiche, era ancora viva.
Una storia complicata, intricata. Già dai suoi albori. Era il 14 luglio 2006. Balani abitava in via Battindarno a Bologna, poco distante dal cimitero della Certosa. Zona ovest della città, quartiere Borgo Panigale – Reno. Era un’infermiera in pensione, sposata con un ex imprenditore edile, all’epoca dei fatti ultranovantenne. In quei giorni lei e il marito erano a Riccione, in villeggiatura. Balani il 14 luglio era tornata da sola in città. Nel 2006 Andrea Rossi aveva 45 anni. Era sposato e con sei figli. Era un commercialista, esponente di una famiglia piuttosto nota in città. Aveva ereditato dal padre la gestione dei conti di Vitalina Balani e del marito. Secondo le sentenze, il movente dell’omicidio era economico. Rossi avrebbe ucciso Balani per una questione di soldi. Lei gli aveva affidato la gestione di 2,2 milioni di euro di risparmi, che lui aveva invece sperperato. Il giorno dell’omicidio, Rossi aveva un appuntamento con la donna per restituire una rata di interessi da 100mila euro, che però non aveva. Rossi raccontò alla polizia che Balani e il marito gli avevano affidato solo la dichiarazione dei redditi. Non fece alcun accenno alla gestione degli oltre due milioni. Rossi consegnò anche agli investigatori l’agenda di Balani. Ma mancavano due pagine, trovate poi durante una perquisizione nello studio di Rossi. In queste erano state annotate le scadenze delle rate che avrebbe dovuto restituire: erano nascoste in un vocabolario, alla voce “delitto”. Il commercialista tentò di dimostrare poi di avere un alibi, mostrando lo scontrino di un bar in via Saffi che segnava le 13.40. In realtà gli inquirenti scoprirono poi che l’orologio di quel registratore di cassa era indietro di circa 50 minuti. Lo scontrino era dunque stato battuto alle 14.30. Ascoltato dalla polizia, si contraddisse più volte sui suoi spostamenti. Il processo fu puramente indiziario. Sulla base degli indizi raccolti, Rossi fu condannato all’ergastolo con isolamento diurno per nove mesi, per i reati di omicidio premeditato, circonvenzione di incapace e appropriazione indebita aggravata. Le indagini non furono semplici. All’inizio ci furono persino dubbi sulle cause della morte di Balani. Quando fu ritrovata morta, alle 12 del 15 luglio, in un primo momento i medici del 118 ipotizzarono un decesso naturale, complice anche il caldo estivo, con trauma cranico causato da una caduta. Il medico legale intervenuto alle 13 aveva rilevato una lesione sul lato sinistro del collo e un’escoriazione. Questi segni furono ritenuti compatibili con una caduta accidentale. A chiarire il quadro fu un’altra medica legale, giorni dopo. Notò segni indicativi di un possibile omicidio. Il pomeriggio del 19 luglio venne eseguita l’autopsia e l’esame rilevò la rottura dell’osso ioide, un osso minuscolo che si trova nel collo, oltre a tracce di compressioni. Si concluse che Vitalina Balani era stata strangolata.
Il 20 luglio si iniziò a indagare per omicidio. Nei giorni precedenti l’appartamento era stato rimesso a disposizione della famiglia, e anche Rossi vi si era recato insieme al marito della vittima. Le indagini durarono otto mesi, i processi furono piuttosto rapidi, nonostante la mancanza di prove. Rossi fu condannato in primo grado nel 2008, in Appello nel 2009, mentre la sentenza definitiva della Cassazione è del 2010. Ora si attende in tempi brevi la fissazione dell’udienza a Firenze. «Non penso che, nell’ipotesi che un innocente sia in carcere da diciannove anni ci sia l’intenzione di spendere un altro anno per discutere il nuovo processo», ha detto Bordoni. Pur avendo i giudici perugini accettato la tesi della posticipazione dell’orario della morte di Balani, grazie alla perizia dei consulenti della difesa Marco Albore e Giovanni Pierucci, Rossi avrebbe comunque potuto uccidere la vittima nel corso della notte, quando non aveva un alibi. Rossi era stato visto a un aperitivo con alcuni colleghi alle 18, ed era coperto fino alle 23, quando era stato in studio a cancellare dal pc i file. Ma Balani, secondo le ricostruzioni, sarebbe dovuta tornare la sera stessa a Riccione. Bordoni, come riportato dal Resto del Carlino, ha riferito che «ipotizzare un blitz notturno di Rossi a casa della Balani, in un orario nel quale era impensabile trovarla ancora nella sua casa di Bologna, dovendo la donna rientrare per la cena a Riccione, è pura affabulazione». Questa ipotesi, nei tre gradi di giudizio bolognesi, era stata ritenuta «illogica». Secondo Bordoni, la morte della donna va collocata prima delle 21. I familiari, non vedendo ritornare a Riccione Vitalina, iniziano a chiamarla a quell’ora e continuano a farlo per un’ora, senza ottenere alcuna risposta. Secondo la corte umbra, però, questo dato non è significativo, ma rappresenta un «continuum rispetto al suo modo di sparire dalla circolazione», che la donna però attuò per tutta la giornata del 14 luglio. Per Bordoni, invece, le mancate risposte indicano il fatto che a quell’ora Vitalina era già morta. Con lo spostamento dell’orario della morte, secondo Bordoni cadrebbe in ogni caso l’aggravante della premeditazione. Questa, infatti, sarebbe legata «alla pretesa e accurata programmazione di Rossi dell’incontro con Balani alle 13.30», continua l’avvocato. Dunque non si sarebbe potuta di certo legare a un arrivo nella casa della donna di notte, in maniera estemporanea, in un orario che lasciava presupporre l’assenza della donna. Aggravante, tra l’altro, che è stato determinante per la condanna all’ergastolo. Aspetto su cui la Corte perugina non si esprime. Infine, il movente: quei 2 milioni che il commercialista doveva alla vittima, motivo dell’incontro di quel giorno. Per i giudici umbri Rossi aveva ucciso la donna per sottrarle degli assegni che aveva rilasciato a garanzia del debito al marito. Assegni che erano stati ritrovati in una perquisizione dell’ottobre 2006 a casa di Rossi, che per la corte sarebbero la prova regina della sua colpevolezza. Ma per l’avvocato Bordoni questa ricostruzione entra in contrasto con quella a cui erano giunti i giudici bolognesi. Rossi, per loro, era riuscito a rientrare in possesso degli assegni frequentando, dopo la morte della vittima, l’anziano vedovo. Intanto per i figli di Rossi, intervenuti nella trasmissione televisiva Linea di Confine, si apre uno spiraglio di speranza. Sono sempre convinti dell’innocenza del padre. «Eravamo piccoli quando è stato arrestato, ma è sempre stato un padre presente e affettuoso. Speriamo nella giustizia».
L'articolo è stato pubblicato nel n.23 di "Quindici" del 30 giugno 2026