Il quindici
(foto Ansa)
L’attacco statunitense e israeliano all’Iran ha sconvolto il mondo e sono tanti i bolognesi rimasti bloccati in Medio Oriente per la chiusura dei grandi aeroporti degli Emirati Arabi Uniti, crocevia di voli che provengono dall’Estremo Oriente e che, con la guerra in corso e le minacce dei droni, hanno fermato in queste settimane la loro attività. «In quindici anni di vita ho visto con i miei occhi una pandemia e una guerra. Tutto questo mi stupisce e mi fa crescere». A parlare è Gianmaria Sacchi Morsiani, uno dei cinque ragazzi del liceo Malpighi che la scorsa settimana, prima di rientrare in Italia grazie a un volo di Stato operato dalla compagnia Emirates, ha vissuto ore difficili chiuso in un albergo dell’aeroporto di Dubai. Dalla sua finestra ha visto i missili passare veloci, ha sentito il suono degli allarmi antiaerei, ha dormito in uno scantinato. «Saremmo dovuti rientrare a casa il giorno del primo attacco all’Iran - ci ha raccontato dalla sua stanza di Dubai - ma non è stato possibile. Quando ci hanno comunicato che l’aeroporto era stato chiuso per ragioni di sicurezza, è iniziata la nostra odissea. Abbiamo cambiato due strutture e abbiamo aspettato che la Farnesina ci desse indicazioni su come procedere».
Sul volo di Stato che li ha riportati a casa i ragazzi del Malpighi, che si trovavano nella metropoli emiratina per un progetto di studio, hanno intonato l’inno nazionale e il video, ripreso da uno di loro, ha fatto il giro del mondo. All’arrivo a Bologna Gianmaria, con quell’impareggiabile entusiasmo giovanile che non può fare a meno di vivere appieno tutte le circostanze che il mondo contemporaneo gli riserva, ha parlato della sua esperienza come se fosse già un passato lontano, da lasciarsi alle spalle. Eppure, dice, «quello che ho visto è una cosa inimmaginabile, soprattutto quando a quindici anni ti ritrovi in mezzo a due Paesi che si lanciano missili come se fossero biglie. Siamo stati colti completamente alla sprovvista e quando ti dicono la frase “la vita è una”, ecco, in quei momenti l’ho capita davvero. Adesso cerco di riprendere la mia vita e la mia quotidianità nel modo più normale possibile». Una quotidianità che, invece, un’altra famiglia bolognese ancora non può dire di avere ripreso regolarmente.
Alessandro Davitti è da settimane bloccato con la moglie e la figlia a Bangkok in Thailandia a causa dei pochi voli disponibili e dei prezzi alle stelle di quei posti ancora non occupati. «Non sappiamo più cosa fare, abbiamo chiesto aiuto alla Farnesina che ci ha proposto un volo di rientro a un prezzo altissimo che non possiamo permetterci. Mia moglie è thailandese ed eravamo qui per far visita alla sua famiglia. Adesso ci troviamo a vivere in una guesthouse alla periferia di Bangkok e per i pasti ci arrangiamo cercando di risparmiare. Non sappiamo come e quando rientreremo a casa. Dov’è lo Stato che aiuta i suoi cittadini? Non sappiamo più come fare». E se molti bolognesi non riescono a tornare alla loro vita, c’è chi, invece, proprio a Bologna ormai è di casa da tanti anni e da qui non riesce a trattenere il suo entusiasmo per l’intervento americano e israeliano e per la morte di Ali Khamenei. È Zafa, fotografa e attivista iraniana. La sua famiglia vive ancora lì, per mesi non ha avuto notizie di loro. Le comunicazioni interrotte, la linea internet fuori uso. «Khamenei è morto - dice - e noi iraniani non aspettavamo altro, pur nella tragicità del momento. Può sembrare fuori luogo gioire per la morte di un essere umano, però a Teheran, per la prima volta dopo tanti anni, la gente è tornata in strada a cantare e a ballare. Ho risentito i miei amici e non posso esprimere a parole la felicità che provo in questo momento. Certo, adesso bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare per non cadere negli stessi errori del passato. La libertà è la cosa più preziosa che abbiamo nella vita. Quando è arrivata la notizia della morte di Khamenei ero a Firenze per una manifestazione contro gli orrori e i soprusi commessi nel mio Paese. Non riesco neanche più a contare tutte le giovani vite che sono state spezzate in questi decenni di dittatura.
Sono più di quarant’anni che l’Iran è in balia di questa gente e finalmente qualcuno, in questo caso gli americani e gli israeliani, ci ha aiutato». Un aiuto e un intervento condivisi da molti iraniani che a Bologna hanno messo le proprie radici. E un malcontento che, per molti, risale almeno al 1979, anno della Rivoluzione che aprì le porte alla Repubblica islamica. Nella piena crisi di legittimità politica e religiosa dello scià di Persia, che sarebbe caduto di lì a poco, i rivoluzionari adeguarono le proprie azioni e le proprie iniziative politiche a quello che da allora è noto come fondamentalismo religioso, spesso associato al fanatismo e al radicalismo, con una profonda centralità delle sacre scritture e delle dottrine degli ayatollah. La figura principale di questa rivoluzione, Ruhollah Khomeini era convinto che la storica monarchia iraniana non potesse assecondare e adeguarsi ai precetti religiosi sciiti, seguiti da più del 90% della popolazione iraniana. Il diritto di governare sarebbe spettato ai fuqaha, i giuristi islamici fedeli alle ferree regole della dottrina degli Imam. Secondo la giornalista Farian Sabahi, autrice di “Storia dell’Iran” (Il Saggiatore, 2020), «a Khomeini spetta il merito, o secondo alcuni la colpa, di aver trasformato lo sciisimo da corrente quietista dell’Islam in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo personificato dalle potenze straniere e dall’alta borghesia iraniana».
Proprio per attuare questa trasformazione, Khomeini si ispirò a diverse teorie politiche, così da costruire un’ideologia presidiata da una serie di comitati rivoluzionari che sfuggivano al controllo del governo centrale. Nel pieno delle proteste che portarono poi al referendum del 30 e del 31 marzo 1979, che sancì il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, Khomeini istituì una serie di tribunali in cui la magistratura processava a porte chiuse, spesso condannando a morte i presunti oppositori al regime. E, soprattutto, affiancò all’esercito regolare, di cui non si fidava, le milizie diventate note con il nome di pasdaran, composte da uomini provenienti dai ceti più bassi della società. Il Consiglio rivoluzionario islamico diede poi vita alla Fondazione degli oppressi, capeggiata da due figure che segneranno la storia dell’Iran nei successivi cinquant’anni. Ali Khamenei, che divenne poi rahbar, leader supremo, e Rafsanjani, futuro presidente della Repubblica islamica.
L’entusiasmo per la rivoluzione si esaurì in poco tempo, il fumo che nascondeva le vere intenzioni di questi uomini si dissolse rapidamente e il cambiamento vero, reale, si manifestò in tutta la sua tragicità in una manciata di mesi. Come spiega ancora Sabahi, «furono presto punite le minoranze in cerca di autonomia, le sedi delle organizzazioni di sinistra furono attaccate dai pasdaran, nuove leggi riguardanti la stampa limitarono la libertà di espressione, la musica fu messa fuori legge. Si apriva così uno dei capitoli più bui e tristi della storia dell’Iran del Novecento». Un periodo che il politologo Paolo Pombeni, intanto, analizza nei sui ultimi sviluppi dovuti al conflitto in corso, sottolineando che «la scelta del presidente americano Donald Trump di entrare in guerra al fianco di Israele, cosa peraltro preoccupante, è piuttosto tipica, perché la necessità di cambiare il regime in Iran non è così secondaria come si sarebbe potuto immaginare. Mi spiego meglio. Per tanto tempo si era pensato che, tutto sommato, si potesse trovare un accordo d’affari. Poi ci si è resi conto, soprattutto da parte americana, che senza questo cambio di regime non si sarebbe ottenuto l’obiettivo che si cercava».
In ogni caso, dice Pombeni, il tanto atteso cambio di regime si potrebbe ancora ottenere attraverso due vie. «La prima strada io la chiamerei “alla venezuelana” e trova il suo fulcro nella possibilità di far fuori tutta la vecchia leadership degli ayatollah e non solo Khamenei. Si dovrebbe poi stringere un’accordo con i pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, che hanno forti interessi economici e strategici, ai quali si potrebbe dire: “noi vi lasciamo al potere, poi voi, però, fate quello che diciamo noi”. La seconda via è quella che ufficialmente ci è stata presentata e che si può riassumere così: “noi diamo modo al popolo di liberarsi da questa lunga storia di dittatura e di mettere in piedi un Iran democratico”. Ebbene, solo il futuro potrà darci le risposte che cerchiamo». Una ricerca disperata di risposte a domande che spesso di soluzione ne hanno una sola, come nella vita de “Il pesciolino nero” dello scrittore iraniano Samad Behrangi. Una metafora dei difficili tempi contemporanei, una storia scritta nel 1968 che è quanto mai attuale. Un inno alla libertà e alla volontà di conoscere il mondo che si apre proprio dietro la stretta porta di casa, dietro alle imposizioni e alle torture, subito poco più in là di una società avvinta su se stessa, alle proprie maglie d’acciaio. Il pesciolino rivoluzionario, prima di partire per il suo viaggio, parla con la madre.
«Sappi – dice - che ci penso da molto tempo. Certo, ho imparato tante cose da questo e da quello; per esempio ho imparato che la maggior parte dei pesci, quando invecchia, si lagna di tutto, si lagna ancora e impreca invano e insensatamente. Io invece voglio sapere se la vita è solo nuotare in circolo in un luogo chiuso, tutti i giorni, andare su e giù finché non diventi vecchio e null’altro, oppure se vi è un modo diverso di stare al mondo e viverci». E al termine del suo viaggio, ormai in pace con la fine della sua vita, felice di quello che ha visto e di quello che ha fatto, il pesciolino rivoluzionario non ha dubbi. «Adesso potrei facilmente incontrare la morte, ma finché posso vivere non le andrò incontro; se un giorno sarò costretto ad affrontarla, e lo sarò, non importa. Quello che importa è quanto la mia vita e la mia morte influiranno sulla vita degli altri». E adesso, che ad Ali Khamenei è succeduto il figlio, Motjaba, le incognite per quello che succederà nell’immediato futuro non sono state risolte. Se è indubbio che, da una parte, gli americani e gli israeliani non accetteranno a cuor leggero tale situazione, dall’altra è piuttosto difficile misurare in modo preciso i sentimenti del popolo iraniano, pur sempre stretto tra la morsa dell’Occidente e il fondamentalismo che caratterizza la loro società.
L'articolo è del n. 15 di "Quindici" del 12 marzo 2026