il quindici
Il senatore bolognese Pier Ferdinando Casini (foto Ansa)
Una vita passata al centro dell’arena del potere. Non il potere del governo o di un ministero, bensì il vero potere, quello parlamentare, fuoco di ogni democrazia. D’altronde, non sono pochi quarantadue anni tra gli alti scranni della Nazione, sufficienti per rendere Pier Ferdinando Casini un capitolo della storia della Repubblica. Nato a Bologna nel 1955, Casini è attualmente un senatore, ma il suo tempo l’ha speso in entrambi i rami del Parlamento, la Camera dei Deputati e, appunto, il Senato. Figura di spicco della vecchia Democrazia cristiana (Dc), leader prima dell’Unione di Centro (UdC) e dopo di Centristi per l’Europa (CpE), rappresenta l’emblema del politico moderato, in grado di dialogare con svariate fazioni, ponendo uno sguardo realista sull’attualità internazionale, nazionale e addirittura locale.
In quanto bolognese doc, tifosissimo dei rossoblù, l’attenzione verso la sua città non viene mai meno, specialmente in un anno particolare come questo, vera e propria palestra per personalità politiche e civiche in vista delle elezioni comunali che si terranno a 2027 inoltrato. Una particolarità che tiene conto della inusuale ventata di civismo che sta circolando per i rossi palazzi (e non si parla solo del rosso delle pareti) della Turrita e della candidatura ufficiale dell’imprenditore Alberto Forchielli al ruolo di sfidante del sindaco Pd Matteo Lepore, deciso a ricercare l’appoggio del centrodestra per riproporre una sorta di cambiamento “alla Guazzaloca”, quando appunto alle comunali del 1999 l’outsider Giorgio Guazzaloca riuscì a rompere il tetto di cristallo di decenni e decenni di dominio della sinistra.
«La presenza di candidati civici la ritengo un segno di vitalità. È fondamentale instaurare dei canali di comunicazione tra società civile e politica. Dopodiché io non sono uno che nobilita il civismo e delegittima la politica, sarebbe una cosa contraria alla mia esperienza. Del resto, pensandoci un attimo, il civismo che entra in politica finisce per diventare politica esso stesso», è infatti il commento del senatore Casini sul tema, ricordando, inoltre, il vero nemico da sconfiggere in qualsiasi tipo di elezione: l’astensionismo.
Non mancano nemmeno, da parte sua, parole di elogio nei confronti dell’attuale amministrazione. «Bologna è in una fase di trasformazioni e Lepore ha avuto il coraggio di accettare l’impopolarità per cambiare le cose. Spesso la scelta di certi politici è rinviare i problemi, perché se si rinviano non si urta nessuno; questa amministrazione ha deciso di fare altrimenti. Ciò è meritorio. In fondo, chi l’ha chiesto a Lepore di mettere in atto il casino dei cantieri, beccandosi tanto discredito? L’ha fatto con l’obiettivo di migliorare la città, che da molto aspettava di essere migliorata. Non possiamo far finta di niente, come non possiamo far finta, ad esempio, che la questione della tangenziale non esista, anzi qua la sinistra è in grave ritardo. Lepore almeno ha preso in mano gli argomenti scottanti, una cosa lodevole».
Proprio sul primo cittadino non sono mancate dichiarazioni interessanti da parte del senatore, rilasciate in un’intervista passata ai microfoni di InCronac@: «Lepore proietta un’immagine di sé peggiore di quella che è nella realtà. Non è un piacione, non trasmette la simpatia di cui avrebbe diritto. Io avevo antipatia per lui all’inizio, poi ho imparato a conoscerlo bene e ho cambiato idea. È un sindaco serio, un ottimo amministratore e ha una passione vera». E sulla probabilità di vittoria di un civico o di un civico sostenuto dalla destra, il parere del senatore è secco e inequivocabile. «Francamente non penso che accadrà ma la politica è sempre imprevedibile, è un grave errore sottovalutare gli avversari».
Ecco quindi il Pier Ferdinando Casini che ha una parola per tutti, lì, al centro delle correnti, con le sue numerose esperienze e i numerosi incontri che hanno segnato un’epoca, un pezzo consistente della società italiana. Ma andiamo un po’ a rispolverare questi eventi, ricordi, aneddoti, brandelli di storia non tanto lontani dal nostro quotidiano. L’anno di riferimento è il 1983, Casini viene eletto alla Camera giovanissimo (ha appena 28 anni), nella circoscrizione di Forlì, Ravenna, Ferrara e Rimini, in cui la Dc passò da sette parlamentari a cinque a quelle elezioni.
Erano i felici Ottanta, il grande e florido decennio degli italiani. I tempi del divertimento, del benessere economico, delle cosiddette “vacche grasse”. Erano i tempi del socialista Bettino Craxi al governo. Casini rammenta bene tale spaccato storico e quasi lo rimpiange. «Nonostante lo sconquasso del voto, era un’altra epoca. Eravamo andati male, eppure nessuno pensava che la Dc fosse sostituibile, soprattutto per la sua capacità di tessere alleanze. Io venivo da una regione rossa, ero in minoranza, però c’era il rispetto reciproco, una capacità molto forte di parlare ai giovani. I “vecchi” cercavano il nuovo, ci guardavano curiosi. Parlo di veri mostri sacri».
Sulla politica odierna, invece, il discorso cambia e di molto. «Adesso è molto diverso, i leader sono molto demitizzati rispetto a coloro che in passato avevano costruito l’Italia, tipo Berlinguer, Moro, Fanfani; uomini di elevata statura, rispettati. E la Dc era un partito tra i partiti, le correnti erano organizzate in maniera quasi scientifica. Oggi c’è aggregazione attorno alle persone e il Parlamento, nel senso di soggetto politico, è molto sminuito nella sua centralità e nel suo valore».
Dagli anni Ottanta passiamo all’alba dei Novanta, un principio assai tumultuoso per via dell’insieme di inchieste giudiziarie soprannominato Mani Pulite, che porterà al vasto scandalo di Tangentopoli, al crollo del vecchio assetto partitico e della Prima Repubblica, così ribattezzata in seguito. Il tempo di un nuovo modo di concepire la politica. L’ascesa in campo di Silvio Berlusconi. Sulla fine della Dc, nel bel mezzo della baraonda dei processi, l’opinione di Casini è fuori dal coro, lui che era lì in prima persona alla Camera, spettatore del disfacimento di una realtà che durava dal secondo dopoguerra.
«La Dc non è morta per colpa di Tangentopoli, è morta perché non c’erano più le ragioni per farla esistere. Ne sono convinto, è morta per la caduta del Muro di Berlino, un muro che, paradossalmente, è caduto in testa più ai democristiani che ai comunisti. Una volta crollato, l’obbligo dell’unità dei cattolici in funzione anticomunista è venuto meno; a quel punto c’è stato un “sciogliete le righe” generale nell’ambito del partito unico cattolico. Riconosco che già prima del 1989 c’era aria di crisi nella Dc, già prima l’unità era venuta meno, ma rimaneva comunque un cemento forte alla base. È per tale motivo che rifiuto di definire Tangentopoli la causa della sua disgregazione, decretata bensì dall’esaurimento delle varie condizioni politiche e internazionali».
E a proposito di Berlusconi? Cosa dire di un uomo che ha rappresentato, in mille sfaccettature diverse, a seconda di sostenitori e detrattori, l’Italia per vent’anni, a partire da quel suo improvviso esordio nel 1994, spazzate via le ceneri della fantomatica Prima Repubblica? Ebbene, verso il Cavaliere Casini – da ricordare, presidente della Camera dal maggio 2001 all’aprile 2006, quindi proprio durante i governi Berlusconi II e III – non fa sconti, parlandone a cuore aperto, ricostruendo sinceramente il carattere di leader carismatico, complesso e contraddittorio conosciuto molto da vicino, quando tra loro progettavano alleanze.
«Il mio rapporto con Berlusconi è stato caratterizzato da amore e odio insieme. Grandi liti in un clima di amicizia. Mi stava istintivamente simpatico fino a un certo punto, poiché spesso mi dava fastidio il suo voler avere sempre ragione, il suo prendere in giro tutti. La verità era quella che diceva lui. Però, alla lunga, aveva degli sprazzi di umanità che io apprezzavo. Persino negli ultimi momenti della sua vita è stato molto gentile e generoso nei miei confronti. Non era permaloso, il rapporto era recuperabile, in questo era un vero democristiano, uno da “vivi e lascia vivere”. L’unico con cui non ha voluto recuperare è stato Gianfranco Fini: non si sono mai intesi. Fino al suo ultimo giorno è rimasto durissimo nei suoi confronti».
E ora veniamo alla presidenza della Camera dei Deputati, il ruolo più illustre ricoperto da Casini durante la sua carriera, in quanto una delle cinque alte cariche dello Stato, la terza in ordine di importanza dopo la Presidenza della Repubblica e del Senato. Una carica che, per conformazione caratteriale ed esperienza accumulata, Casini ha saputo calzare bene, cercando di rappresentare ogni partito e ideologia. «Non ho mai avuto la presunzione di essere depositario della verità. Ho sempre pensato che anche negli avversari vi fosse un frammento di essa, ed è l’habitus mentale perfetto per fare il presidente della Camera. Così facendo, ho potuto rispettare la maggioranza che mi aveva eletto ed essere garante che non ci fossero scorrettezze verso le opposizioni. Il mio è stato un dialogo continuo che ritengo di aver svolto bene, nonostante debbano essere gli altri a dichiararlo.Questo non solo in veste di presidente della Camera, pure come presidente della commissione esteri in Senato, poi la commissione d’inchiesta sulle banche e gli istituti finanziari… Insomma, è sotto il profilo istituzionale che riesco a dare il meglio di me. Non mi sento tanto un uomo di governo, sebbene, devo ammetterlo, non mi sarebbe dispiaciuto fare il ministro degli Esteri, che avrei trovato consono alle mie competenze».
Non avrà ottenuto un incarico governativo, ma è davvero sotto il profilo istituzionale che il suo nome acquisisce un’ampissima considerazione, e ne è prova il suo essersi avvicinato, nelle votazioni a Camere riunite del gennaio del 2022, alla Presidenza della Repubblica, seppur alla fine le urne abbiano portato a un secondo settennato per Sergio Mattarella. Anche su questo punto Casini non ha problemi a rivelare la sua sincerità e la sua schiettezza. «Alla Presidenza non ci si aspira, ci si va e basta, a me non è capitato, pazienza, ho fatto pace con me stesso. È il massimo servizio che uno possa svolgere, ma non me l’ha mica ordinato il medico!», afferma scherzando.
Resta comunque dalla sua un record personale di tutto rispetto, cioè quello di parlamentare più longevo nella storia della Repubblica, trent’anni alla Camera e dodici al Senato, senza contare i sette vissuti da europarlamentare. «Sono ormai un decano e penso di rappresentare gli italiani medi, col mio insieme di pregi e difetti, di buonsenso e tolleranza, di rispetto verso gli altri. Ho cercato di farlo sia nella vita privata sia nella vita pubblica, malgrado le due tendano a intrecciarsi se si svolge il mio mestiere». E sul suo più grande atto di coraggio, Casini non ha alcun dubbio, deve ancora venire: «È lasciare il Parlamento. È difficile entrarci ed è difficile uscirci. Ho fatto trent’anni alla Camera e a un certo punto mi sono detto che dovevo lasciarla, il mio era diventato un cordone ombelicale da tagliare, non sapevo più se abitavo a casa mia o alla Camera – racconta ridendo- . Passare al Senato è stato un trauma, poi mi sono ambientato bene e sarà di nuovo un trauma lasciarlo. Però bisogna farlo, per un politico è molto importante uscire sulle proprie gambe, senza essere mandato a casa dagli elettori».
Per il momento Casini, inutile sottolinearlo, dagli italiani non è mai stato mandato a casa, riuscendo nell’impresa di essere eletto in una decina di legislature. E qualcosa in più. «Ho cominciato con la campagna elettorale del 1980 per il consiglio comunale qui a Bologna, poi sono venute le elezioni alla Camera, nel 1983, 1987, 1992, 1994, 1996, 2001, 2006, 2008, e infine il Senato nel 2013, 2018 e 2022. Senza contare il Parlamento europeo nel 1994 e nel 1999, con più di centomila preferenze la seconda volta. A differenza dei professori, noi politici non andiamo in cattedra, facciamo gli esami, e io in questi quarantadue anni ne ho fatti parecchi senza essere bocciato una sola volta. È importante allora che il mio epilogo sia onorevole. Lo ripeto, l’atto di coraggio che deve venire da parte mia è lasciare. Sarà più coraggioso a differenza del tornare sul “luogo del delitto”».
Ciò non toglie, a conclusione di un tale excursus, che “l’ultimo democristiano” farà parlare a lungo di sé e dei suoi primati, rammentando alle prossime generazioni di aspiranti governanti la dedizione per le istituzioni del Paese. La passione per il variegato e arduo mondo della politica, in primis il mondo di ieri, un “c’era una volta” più gustoso, di sicuro il degno incipit della storia di Pier Ferdinando Casini. Una storia italiana.