Il Quindici
Alberto Forchielli (Foto di Nicola Ialacqua)
Uomo dalle mille vite, manager giramondo, amico di Romano Prodi, è stato il primo bolognese ad entrare a Harvard. Adesso è tornato a casa e corre alle prossime elezioni comunali. Dice: «La politica è un male necessario, il mio è uno sfizio, mi muovo per l’amore di Bologna». Se eletto, promette di cambiare radicalmente la città. «Lascerei incomplete le linee del tram che è stato un grave errore. C’è bisogno di più sicurezza, più innovazione, più case popolari». Il People mover? «Un obbrobrio». Pensa a un assessore alla notte, a ronde di cittadini, a tornelli in stazione e controllo di vicinato. Vuole combattere i graffiti e si definisce “un estremista di centro” pronto a dialogare con chi vorrà appoggiare il suo progetto. La prima cosa che in assoluto cambierebbe? «Il sindaco...»
Dov’è nato? È davvero un bolognese?
«Sono nato qui settant’anni fa, mi ritengo un bolognese doc. Ho mantenuto un forte accento anche nel mio inglese».
Lei ha studiato ad Harvard. Che cosa ha rappresentato frequentare quell’Università?
«Mi ha cambiato la vita. Ero sempre stato a Bologna, sono arrivato con due Samsonite legate con spaghi. C’erano studenti, recruiter, cioé professionisti delle Risorse Umane, da tutte le parti del mondo. Ho dovuto fare in fretta perché lì “picchiano”, se non vai bene ti mandano a casa. Però sono uscito che mi ritenevo un cittadino del mondo».
Fu Romano Prodi a firmarle la lettera di raccomandazione per entrare lì e anni dopo lo stesso Prodi le ha chiesto di ricoprire ruoli importanti. Oggi ha rapporti?
«Abbiamo un rapporto amorevole. Mi prende in giro per la candidatura perché ritiene che io non sia una figura istituzionale e che non avrò mai tempo di sedermi ai consigli comunali. Quando lo ha saputo mi ha detto: “Rimani all’estero che finché sei là, la nazione è salva”. Però mi ha anche detto: “Adesso ti sono contro, poi quando vinci ti faccio da consulente”».
E adesso, chi si sente nella vita?
«Jack of all trades. Uno che ne ha fatte un po’ di tutti i tipi, senza una specializzazione specifica. Che si è sempre arrangiato con tanti lavori diversi. Ho cambiato lavoro Paese, al punto che ho quasi perso l’identità professionale. Chi sono e cosa so veramente fare? Boh, forse il sindaco!».
Ma è più uomo d’industria o di finanza?
«D’industria. Tutti quei meccanismi finanziari mi annoiano da morire. La finanza per la finanza, con lo spread, la leva, non sono da me. Mi piace sguazzare nei meccanismi industriali: dall’organizzazione al vedere come un’azienda vende, produce, collega produzione conveniente e amministrazione».
Un’esperienza di vendita che le è rimasta nel cuore?
«Con Finmeccanica aprimmo un mercato. C’era un’azienda che tradizionalmente non era mai stata in Asia, io andavo in giro a vendere impianti di energia, treni, impianti per la produzione dell’acciaio. Mi divertivo a fare quelle cose concrete lì».
La sua popolarità deriva anche dalle imitazioni di Crozza, si riconosce?
«Le condivido totalmente. Crozza ha amplificato la mia narrativa senza negarla, soprattutto nello sketch in cui fa riferimento ai giovani cinesi. Che per me sono dei fenomeni. Questa è la verità, sono bravissimi».
Allora aveva ragione quando la imitava dal letto. Sostiene di lavorare comodamente da lì 24 ore su 24, è un sostenitore dello smart working?
«Ma assolutamente. Però non per i ragazzi, per loro un po’ d’ufficio va bene. Alla mia età invece sì. Faciliterebbe il ritorno di chi è andato all’estero, ma per integrarsi con il gruppo, per scambiare idee, trovarsi alla macchina del caffè non è un’idea sbagliata. Bisogna fare prima la gavetta».
E per i dipendenti pubblici?
«No, quelli lì vanno microchippati».
Mentre ai giovani consiglia di non fare il liceo classico. Crede nel detto “con la cultura non si mangia”?
«Us magna poc, si mangia poco».
È stato criticato per dei post sui social ritenuti sessisti. Di recente, in un’intervista a Vanity Fair ha dichiarato che il suo partito non ha largo seguito fra le donne: pensa ci sia un collegamento?
«Forse sì, perché ho chiamato t***a le sex workers. Non sapevo che si chiamassero sex workers dieci anni fa, capito? È roba vecchia, adesso non lo farei più. Era il linguaggio della strada, ho imparato la lezione».
La gente la conosce per essere un abile raccoglitore di fondi, come andò con il fondo di investimento Italia-Cina?
«Vent’anni fa avevo una società che faceva lavorazioni in Cina per le aziende italiane. Poi mi resi conto che si stava formando una schiera di imprese che un domani avrebbe avuto il potenziale per aggredire i mercati internazionali e allora decisi di comprare l’azienda stessa. Andai dalle due grandi banche di Stato cinesi e glielo proposi, a loro piacque, mi diedero 75 milioni ciascuna».
E all’amministrazione comunale da sindaco avrebbe qualcosa da insegnare?
«Quelli da imparare hanno tutto. Hanno fatto Fico, si capiva subito che non poteva stare in piedi. Il People mover dall’aeroporto alla stazione è un obbrobrio. Adesso il tram. Fanno talmente tanti errori...».
E dove nasce la passione per la politica?
«Non è ancora nata. La mia passione è quella di cambiare Bologna, la politica è un male necessario».
Tanto da far correre un uomo del business come lei?
«Perché il business mi annoia da morire. Sono 48 anni che lavoro senza nessuna interruzione. Quando arrivano in ufficio questi investment committee paper io mi annoio, invece le vicende di Bologna mi interessano molto. Ma non per le polemiche. Mi piace il risultato, anche se il processo non lo amo».
Un vezzo, quindi?
«Uno sfizio. Ma non è l’amore per la politica, è l’amore per Bologna e la voglia di farla cambiare. Adesso poi che conosco anche come è fatta questa amministrazione, è imperativo che ci sia un cambiamento. Che sia io portarlo o un altro».
La prima cosa che cambierebbe?
«Il sindaco».
Come sono nati il movimento “Drin Drin” e il partito “Ora!”?
«È un partito di centro radicale, orientato verso i giovani, profondamente democratico al suo interno. Tutti i coordinatori sono eletti internamente dai ragazzi. L’idea è quella di fare un incubatore per avviare i ragazzi a prendere posizioni in politica. Abbiamo 15.000 iscritti che partecipano attivamente alle discussioni e un segretario molto bravo che le porta avanti. È l’anima politica, io sono quella organizzativa. Il coordinatore provinciale è Riccardo Vicentini, abbiamo 800 iscritti a Bologna».
Perché sì al referendum?
«Perché c’è una commistione fra pubblico ministero e magistratura giudicante, va messo un laccio. Io sono stato giustizialista tutta la vita, con “Mani pulite” si festeggiava ogni volta che andava in galera un potente. Adesso ci sono molti casi di persone che dopo sette anni di giudizio vengono assolte, è gente con la vita rovinata».
Però questo dice poco sulla separazione delle carriere. I giudici si comportano da giudici terzi e danno spesso torto al pubblico ministero. Perché aumentare ancora la distanza? E perché impedire di avere un organo unico di autocontrollo?
«Non sono un esperto del tema, però voto sì perché mi sta sulle scatole la magistratura. Io sono per una riforma radicale, questa mi pare un primo passo in quella direzione. Vedo che nella maggior parte dei paesi la separazione delle carriere c’è».
Torniamo sulle questioni locali. Sulla sicurezza a Bologna che idee ha?
«Primo: fare delle ronde. Partecipare a delle ronde per rendermi conto della situazione».
Ronde suona un po’ male. In certe città le fanno Forza Nuova, i patrioti. A che tipo di ronde pensa?
«No no, non penso a ronde politicizzate o ideologizzate, ma a qualcosa fatto insieme ai cittadini per avere chiara la situazione che la città vive. Si tratta di coinvolgerli anche con app per dei controlli di vicinato, che possano dialogare con le forze dell’ordine».
Poi?
«Serve un assessore alla notte per trovare misure contro degrado, spaccio e microcriminalità. Aumenterei i vigili urbani per dedicarne 200 alla sicurezza, cosa che adesso non sono titolati a fare, dotandoli anche di taser. Poi cercherei di andare d’accordo con il ministro Piantedosi».
L’assessore alla notte esiste già… (la vicesindaca Emily Clancy ha la delega all’economia della notte, ndr)
«Se c’è non me ne sono accorto. Però ho scoperto che c’è la possibilità di acciuffare quelli che fanno i graffiti sui muri praticamente all’istante usando delle telecamere. Il Comune non ha mai voluto installarle».
Come funzionano?
«Sono dei meccanismi di sicurezza che con l’intelligenza artificiale interpretano dei movimenti tipici di chi fa i graffiti e immediatamente lo segnalano».
E per la stazione?
«Serve una vigilanza privata per tutte le aree attorno alla stazione. Chiederei alle Ferrovie dello Stato di dotarsi di una forza di vigilanza privata e i tornelli».
La sovrintendente del Comunale Elisabetta Riva, a proposito del degrado contestato qui a Bologna, ha detto che lei, venendo dal Sud America, ha un’idea di degrado diversa e che Bologna è bella in ogni suo angolo. Lei cosa ne pensa?
«Il degrado di Buenos Aires è reale purtroppo, ci sono le favelas. Si fa presto a fare questa affermazione comparando Bologna con il Sud America. Bisogna guardare alle città nordiche. Molti ospiti stranieri mi dicono che è bella, ma fa schifo con tutti quei graffiti e i portici sporchi. Dà un’immagine di grande disordine, quindi bisogna rivedere il rapporto con Hera».
E per la mobilità? Cosa farebbe al posto del tram?
«Degli autobus elettrici. Più piccoli, flessibili nel tempo e meno costosi. Il tram ormai ce lo teniamo per altri trent’anni, Bologna ha le strade strette quindi chiude il traffico agli altri veicoli. Ed è sovradimensionato: un tram parte da diecimila passeggeri, questo, nei momenti di picco, ne ha solo cinquemila. Per non parlare dei negozi che hanno chiuso perché non ci sono più parcheggi. Un esempio sono quelli in Santa Viola».
Quindi, le linee non ancora realizzate le lascerebbe incomplete?
«Probabilmente sì».
Cosa ne pensa dei canali aperti?
«È un’incognita, bisogna vedere d’estate, se si asciuga e rimane la melma».
Com’è la Bologna dei suoi sogni?
«Innanzitutto con lo stadio e la fiera spostati, poi vorrei che si mettesse mano allo Staveco, che si facesse un distretto tecnologico al Tecnopolo, che si costruisse in tutte le aree dismesse, ferroviarie e militari. C’è bisogno di affitti calmierati, per studenti, insegnanti, poliziotti».
Dove lo spostiamo lo stadio?
«In periferia. L’ipotesi è a Fico. Perché lì dov’è non ottimizza le entrate, non si riescono a fare i parcheggi e le sale Vip».
E adesso come la vede Bologna?
«Non ha più una gru né costruttori, hanno prosciugato ogni capacità imprenditoriale e costruttiva, così non va bene. C’è bisogno di parchi, giardini, offerta immobiliare. Soprattutto di rigenerare tutte quelle aree dismesse che diventano dei focolai per la criminalità».
Qualche opera per la mobilità?
«C’è un’ipotesi di fare un tunnel a sud piuttosto che a nord».
Un’altra emergenza è la crisi abitativa. Molti scappano per l’elevato costo degli affitti: cosa intende quando parla di un nuovo piano Fanfani?
«Fu un grande piano di costruzione di case popolari che spinse il Pil del dopoguerra. Anche oggi servirebbe un’iniezione di risorse pubbliche per il sostegno al fenomeno abitativo. Bisogna abbattere i tassi di interesse, aiutare nel pagamento della prima rata, allungare i tempi. Se Bologna ha delle risorse, le metterei su un piano casa. E gli studentati li farei privati».
Come convincerà il centrodestra a sostenerla?
«Loro si devono convincere a sostenere me. Io faccio la mia battaglia, poi gli elettori del centrodestra trarranno le conclusioni. Poi se c’è un candidato migliore, mi ritiro io».
Parlando di politica nazionale: un giudizio del Governo Meloni da economista?
«Da economista non è un gran giudizio, è il meno peggio. Non ha affrontato i grandi problemi del paese, ha vivacchiato, ha tamponato il debito, la situazione estera».
Cosa vorrebbe dire ai bolognesi?
«Che non ho conflitti d’interesse a Bologna, non ho investimenti né immobili. Non sono membro della massoneria. I miei interessi sono sempre stati all’estero, per cui posso tranquillamente assumere questo impegno».
Intervista integrale tratta dal numero dodici del Quindici del 29/01/2026