Carceri
Il rapporto 2026 "Tutto chiuso" (foto tratta dal sito di Antigone)
È un quadro preoccupante quello tratteggiato dall’ultimo Rapporto Antigone “Tutto chiuso” sulle condizioni del sistema carcerario italiano. Nell'ultimo anno si registra una marcata riduzione del ricorso a misure alternative alla detenzione in carcere, come l’affidamento ai servizi sociali, e sul fronte governativo si assiste all’emanazione di norme in ottica punitiva. Il rapporto parla di «urgenza repressiva»: un metodo legislativo che strumentalizza ogni evento di cronaca per giustificare la creazione di nuove fattispecie di reato o l’inasprimento di quelle esistenti. Intanto, le carceri esplodono. Il tasso di sovraffollamento è pari al 139,1%, con picchi del 200% in alcuni istituti penitenziari. In numero assoluto, i detenuti totali sono circa 64 mila, mentre i posti disponibili 46 mila. Nei casi più gravi, significa che viene riempito il doppio dei posti regolamentari.
Carceri piene e diritti negati, fino alle conseguenze più drammatiche come i suicidi, pari a 24 nuovi casi nei primi mesi del 2026. Le dinamiche che impattano sulla salute mentale sono complesse, coinvolgono diversi fattori fra cui l'isolamento, nella misura in cui viene usato come risposta all’aumento dei livelli di tensione. Come un circolo vizioso, questi sono favoriti dal sovraffollamento stesso. Un isolamento, oltretutto, spesso scontato in condizioni igienico-sanitarie non adeguate e, d’estate, in un caldo opprimente.
Antigone denuncia un’impostazione punitiva messa in atto dal Governo Meloni. Dal bilancio legislativo si leggono oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali, a cui si aggiungono 65 inasprimenti di pena su fattispecie già esistenti. Così, si superano più facilmente le soglie di pena per cui non è possibile applicare misure alternative, come l’affidamento in prova ai servizi sociali, i domiciliari, la semilibertà e la liberazione anticipata. Si parla di logiche punitive in riferimento al fatto che alle misure introdotte non corrisponde un aumento effettivo dei tassi di criminalità.
A calare sono invece le attività formative interne al carcere, sempre meno detenuti hanno infatti la possibilità di acquisire competenze lavorative mentre scontano la pena. La stretta è determinata, in particolare, dalle circolari del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) che hanno stravolto i rapporti con il volontariato, influenzando negativamente l'accesso di figure esterne in carcere, tanto da essere considerate un esempio concreto della chiusura in atto. Il processo è di progressivo accentramento decisionale. Per esempio, ora è il Dap a rilasciare le autorizzazioni per le attività culturali. A perdere non sono solo i detenuti, ma anche l’autonomia delle istituzioni carcerarie locali. Di fatto, le persone coinvolte in percorsi scolastici si attesta al 27,67%, con variazioni notevoli da istituto a istituto.
Perdite che coinvolgono anche le occasioni occupazionali. Quelle presenti sono spesso organizzate su turnazioni e a rotazione e, in molti casi, consistono in attività poco qualificate che non permettono la reale acquisizione di competenze da sfruttare nel mercato del lavoro. Risultano particolarmente limitate le occasioni di lavoro sotto le dipendenze di un datore di lavoro esterno, diverso dall’Amministrazione penitenziaria, molto ambite poiché consentono una continuità anche dopo lo sconto della pena detentiva.
In sintesi, il grido di Antigone dice che il carcere assolve sempre meno a funzioni di riabilitazione e reinserimento sociale, le opportunità formative e occupazionali sono state ridotte a fronte di logiche punitive e ostacoli alla collaborazione con la società esterna.