Uno Bianca

Il giornalista Stefano Tura (foto tratta dal sito dell'Ordine dei Giornalisti)

 

«Ci sono ancora componenti della banda della Uno Bianca a piede libero. Persone che hanno partecipato ai colpi, o a livello organizzativo o di copertura, ma è improbabile che ci sia stato qualcuno che orchestrò degli omicidi su commissione». A dirlo è Stefano Tura, cronista giudiziario, poi corrispondente da Londra e ora direttore della sede regionale Rai, che lavora da oltre trent'anni anni sulle vicende della Uno Bianca, la banda dei fratelli Savi, quella che sparse il terrore fra l’Emilia e le Marche dal 1987 al 1994. InCronac@ lo ha contattato in vista dell’interrogatorio dell’11 giugno, quando i pubblici ministeri di Bologna Lucia Russo e Andrea De Feis, insieme al procuratore capo Paolo Guido, sentiranno Roberto e Fabio Savi nel carcere di Bollate. Una decisione che arriva dopo le dichiarazioni rilasciate dai due in interviste televisive. Dichiarazioni che hanno riaperto il caso Uno Bianca, sul quale è in corso una nuova inchiesta, e hanno posto interrogativi sulla natura dei colpi, in particolare di alcuni omicidi commessi, come quello di Pietro Capolungo, carabiniere in pensione ucciso nella rapina all'armeria di via Volturno. Il Corto e il Lungo si sono contraddetti nelle dichiarazioni rese: Roberto a “Belve” disse che la banda agiva su commissione dei servizi segreti interni all’Arma dei Carabinieri, mentre Fabio su Quarto Grado a Rete4 ha smentito. 

«Questo - dice Tura -  è quello che devono scoprire i magistrati della Procura di Bologna. Al momento l’agire su commissione è un’ipotesi basata solamente sulle dichiarazioni di Roberto Savi, che sono state comunque confuse e senza indicazioni precise. Quando si riferiva a presunti servizi segreti ha parlato di Carabinieri senza fare riferimento a un corpo preciso. Poi si tratta di un personaggio la cui credibilità è stata già messa in discussione. Considerando che la prima volta, subito dopo l'arresto, ha confessato tutto, poi ha ritrattato e adesso galleggia tra un'assunzione di responsabilità e un presunto coinvolgimento di altri apparati. Per arrivare a una certezza sulla “parte oscura” o il livello superiore della Uno bianca bisognerà attendere la fine di questa inchiesta. Personalmente, avendo lavorato e continuando a lavorare su questa vicenda da oltre trent’anni ritengo che sicuramente ci siano ancora degli aspetti da chiarire. Riguardano altre persone coinvolte nella banda che non sono ancora state scoperte e arrestate, parlo di elementi che hanno partecipato direttamente ai colpi, o quantomeno a livello organizzativo o di copertura. Posso dirlo con estrema certezza, perché lo dicono gli atti, i processi, le inchieste che sono state fatte fino ad adesso».  

Ora, dopo anni di silenzio e due interviste televisive dai contenuti ambigui, per due dei tre fratelli condannati all’ergastolo, questa, per Tura, è l’ultima occasione di parlare. «Se Roberto Savi ha veramente qualcosa da dire, l'11 giugno sarà forse l'ultima occasione che ha per farlo. Sono 32 anni che è in carcere, potrà passare da un regime di detenzione a un altro, ma questo dipenderà anche dalla sua voglia di collaborare con gli inquirenti. Se invece quello che ha detto fino ad adesso sono invenzioni, pure invenzioni, naturalmente l'interrogatorio non porterà a nulla», osserva il giornalista, che interpreta le mosse dei Savi come due strategie, seppur di linea opposta, per ottenere un tornaconto personale: «Roberto ha parlato per forzare gli inquirenti ad andare a sentirlo, un atto dovuto dopo i dubbi mossi sulla natura degli omicidi commessi, e spera di trattare con loro per ottenere un alleggerimento della pena. Mentre Fabio ha interesse a uscire di galera o ad avere la semilibertà o altre concessioni. Dunque, usa una tattica più collaborativa, di silenzio, non ha interesse a far credere che ci sia dell’irrisolto».

L'11 giugno segnerà l'ultimo capitolo di una vicenda che sta scadendo nell’intrattenimento più che nell'informazione, chiosa Tura: «Trovo assolutamente bizzarro che si possa accedere così facilmente a due detenuti con l'ergastolo per gravi crimini da parte di alcune emittenti televisive. Io stesso ho chiesto varie volte un’intervista, lo hanno fatto anche altri colleghi che con me hanno seguito questa vicenda dall'inizio, ma a noi non è mai stato dato il permesso. Perché evidentemente siamo un po' troppo preparati, potremmo essere in grado di fare domande che non sono gradite ai due detenuti. Poi, invece, quando sono avanzate richieste che si collocano tra intrattenimento e informazione, l'accesso diventa molto più facile. È l’infotainment, dove si può dire tutto e il contrario di tutto, dove i detenuti non hanno problemi a essere intervistati».