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documentario marrese Zuppi

                                                                                                          Locandina del documentario di Emilio Marrese (foto Facebook)

Un don Matteo contemporaneo, quello ritratto dal documentario di Emilio Marrese “Chiamami don Matteo – Zuppi, il vescovo di strada” prodotto da Luigi Tortato per Si Produzioni. L’opera è stata presentata alla Festa del Cinema di Roma lo scorso novembre ed è stata riproposta ieri al cinema Sacher di Roma nel cuore di Trastevere, dove Zuppi ha vissuto e da parroco aveva già lasciato il segno. 

Non meno significativi i gesti compiuti al suo arrivo a Bologna e raccontato nel documentario. Zuppi è stato il primo vescovo di Bologna a parlare in piazza Maggiore sul palco del Primo Maggio («Anche Gesù era un sindacalista»), a entrare in un centro sociale, a ricevere occupanti, a sostenere operai in sciopero, a dialogare con la comunità Lgbtq+ e a far ballare i migranti nella basilica di San Petronio, durante la messa per il santo patrono.

Per realizzare il documentario dedicato all’arcivescovo di Bologna Marrese, giornalista di Repubblica e regista, ha dovuto seguirlo per molto tempo, facendo lo slalom tra gli appuntamenti della fitta agenda quotidiana di don Matteo, che senza rinunciare a stare in mezzo ai bolognesi, nel frattempo era diventato il capo dei vescovi italiani ed era stato inviato da papa Francesco in giro per il mondo, dall'Ucraina agli Stati Uniti, come diplomatico della pace. Una figura di primissimo piano tanto da diventare uno dei papabili alla successione di Bergoglio. 

Il documentario inizia l’8 maggio 2025, con l’attesa fumata bianca che annuncia l’elezione del nuovo papa, Leone XIV, e prosegue catturando alcuni momenti cruciali dei giorni del Conclave, le emozioni e i retroscena personali del Cardinale. «Un uomo mi ha detto che sua figlia faceva il tifo per me! Pensate alla potenza dei social. In quei giorni sembrava “Tutto il Conclave minuto per minuto”, io cercavo sempre di squagliarmela, ma amo i giornalisti, sono figlio di un giornalista», dice Zuppi nel film di Marrese. Del resto, proprio a un giornalista ha lasciato l’onere o l’onore di raccontare la sua vita.

Più che un semplice ritratto, quello di Marrese è un tentativo di intercettare un passaggio più ampio: quello di una Chiesa chiamata a ridefinire il proprio ruolo in una società sempre più frammentata e secolarizzata. La figura di Zuppi diventa il simbolo di un linguaggio nuovo, capace di parlare oltre i confini ecclesiastici. Una prima versione del film, uscita nel 2019, è stata successivamente rivista in modo significativo con quanto accaduto negli ultimi sei anni: circa 30 minuti, oltre un terzo del totale, sono stati sostituiti e aggiornati, portando il montaggio finale a una durata complessiva di 87 minuti..