Il Quindici

L’ingresso della libreria Nanni nata nel 1825 sotto il Portico della Morte  (tutte le foto sono di Althea Fabbri)

 

Il giallo ocra della carta di un tempo, quella dei libri riposti sugli scaffali di Libreria Nanni. La tavolozza variopinta di fili e tessuti che popolano la merceria Manabi, insieme a spilli e bottoni artigianali. L’ottone dei ganci, maniglie, bulloni ma anche utensili da cucina. Pezzi unici, appesi alle pareti di Ferramenta Castaldini, come fossero quadri. E, se si alza lo sguardo, il soffitto è tutto uno scendere di stelle metalliche. Sono le impronte più autentiche della città. E gli aromi che invadono le vie dai portoni fumanti delle osterie, l’odore acre delle enoteche. È il quadrilatero, l’intreccio di strade che delimita la città dei mestieri. Parla della Bologna del passato, prossimo o remoto, che resiste al tempo.

Erano 412 le botteghe storiche in provincia, secondo i dati dal sito di Città Metropolitana, aggiornati al 2006. Tuttavia, si tratta di numeri non attuali, poiché precedenti al “Progetto Botteghe storiche”, messo in campo dalla Provincia. Rendono però l’idea. Attraverso l’iniziativa, Città Metropolitana definisce allora i criteri per il riconoscimento del marchio “Bottega storica”, apre bandi e si dota di un primo censimento, l’“Atlante”. Sul fronte dei finanziamenti stanzia 734 mila euro per incentivare la riqualificazione.
Poi, arriva la Legge regionale 5/2008, secondo cui per potersi dire presidio storico-culturale, un esercizio commerciale o un mercato deve avere alle spalle almeno cinquant’anni di attività, che si riducono a venticinque per le osterie. L’intervallo di un battito di ciglia se si pensa che la dicitura “Osteria del Sole” compare per la prima volta fra le pagine degli archivi cittadini nel 1465. È una delle più antiche al mondo. Questione di tempo e fedeltà ai caratteri originali. Secondo la norma, infatti, i locali possono cambiare gestione ma non “il collegamento funzionale e strutturale tra i locali e l’attività svolta”. C‘è una specifica anche per la presenza di arredi, interni o esterni, che siano “elementi di particolare interesse storico, artistico, architettonico e ambientale, o particolarmente significativi per la tradizione e la cultura del luogo”, si spiega.

Non solo un’insegna che dà prestigio, nel concreto questo significa avere priorità per la concessione di contributi legati alla valorizzazione delle imprese minori. Anche se, in tempi recenti, le voci critiche al modello dell’albo non sono mancate. Come quella di Loreno Rossi, direttore generale di Confesercenti Bologna: «Certo, è importante averli costituiti, al di là di chi fa domanda e chi no, ma il vero tema su cui dobbiamo interrogarci è quale sia il vantaggio. Se ci sono degli albi, bisognerebbe farlo sapere, mettere una targa. Di fatto non esistono agevolazioni fiscali di nessun tipo o contributi . Perlomeno servirebbe un vantaggio comunicativo, dal punto di vista turistico e commerciale».
Da allora tante realtà hanno ottenuto il celebre status. Eppure, dal 2008 iniziano a vedersi le prime serrande abbassate. Dieci anni dopo esplode il fenomeno delle chiusure. I canali ufficiali del Comune non offrono dati precisi in merito, ma si stima che dal 2018 al 2023 abbiano chiuso 140 botteghe di vicinato. Fra le storiche, Ricci Calze dopo 58 anni di attività ha abbassato la serranda nel 2022: «Il mondo è cambiato e nessuno vuole più fare questo mestiere», aveva detto Irene Ricci, ex-titolare al “Resto del Carlino”. Stessa sorte per la Bottega della Luce: «Il Covid e l’esplosione delle vendite online ci hanno colpiti, poi è arrivato il pensionamento della collega. Combattere da solo sarebbe stato difficile»,spiegava lo scorso anno Giuliano Loperfido, pronipote di Federico Cecconi, ormai ex-titolare. Un’istituzione dal 1919 che se ne va. Ha chiuso anche l’orologeria Al Pêndol, da un’ottantina d’anni in città, impegnata fino all’anno scorso nella manutenzione della Torre di Palazzo d’Accursio. Chiusure che arrivano in un periodo critico per tutto il comparto del commercio, tra calo del potere d’acquisto generale e il confronto con i competitor internazionali. Spiega Rossi: «La crisi nel settore, è generata dalla situazione dei consumi ma anche, e soprattutto, dalla competizione tra centri commerciali e attività fisiche, di vicinato. Non va dimenticato il tema delle vendite online: i grandi player del commercio online sono sottoposti a una tassazione molto inferiore rispetto a quella delle altre attività. Molte volte hanno sede in paesi esteri con fiscalità di vantaggio. Si tratta di concorrenza sleale».

Se si allarga lo sguardo a tutti gli esercizi commerciali al dettaglio, la fotografia non è rassicurante. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Confcommercio sulla demografia d’impresa nelle città italiane registra, per gli ultimi tredici anni, un calo generale. Per l’Emilia-Romagna sono 4.007 i negozi che hanno chiuso. Dal 2012 a oggi, i negozi in questione sono passati da 17.299 a 13.292 unità, in calo del 23,2%. Numeri che fanno impressione, anche se la situazione è variegata di settore in settore. A subire il calo più consistente sono le edicole, con un meno 57,4 %. A seguire, i distributori di carburante hanno perso il 47,7 %. Occupano il terzo posto l’abbigliamento e le calzature, con perdite di quasi il 40%. Quarta posizione per il commercio ambulante, le ferramenta e i negozi di mobili, vicine al 30% di perdite. Di segno diverso è il giro d’affari delle attività farmaceutiche (più 18%) e tecnologiche (più 18,8%). Cambiano anche le modalità di vendita, in favore di e-commerce, vendite porta a porta e distributori automatici, che complessivamente hanno ottenuto un più 76,6%.

Un caso a parte è quello dell’economia del turismo. Accosta andamenti opposti all’interno dello stesso settore, dove ristoranti e strutture ricettive diverse dagli alberghi vanno incontro a un boom rispettivamente del 23,1% e del 200% per B&B, affittacamere, residence e case vacanza. A fare da contrappeso, la caduta di bar (meno 22,1%) e alberghi (meno 16,5%). Il discorso è ancor più delicato se ad affrontare le avversità sono le botteghe storiche. Lo sa bene Loreno Rossi, che osserva da vicino queste realtà: «Vanno spesso verso la chiusura per motivi di concorrenza, altre volte perché non c’è la prosecuzione nelle famiglie dei gestori. Se i figli non vogliono portare avanti un’azienda dei genitori la chiusura è inevitabile. Alcuni negozi sono conosciuti, hanno ancora potenzialità, possono essere mete per turisti e consumatori bolognesi, ma manca il ricambio generazionale - conclude Rossi - e comprare questo tipo di attività non è semplice, per il valore storico che si portano dietro».

Eppure, girando per il centro, le botteghe ancora aperte sembrano attirare una clientela affezionata. Sbirciando dentro le vetrine sono tanti gli avventori. Donne in fila nell’atrio anni ’50 della merceria Manabi, al civico 154 di via Santo Stefano. Più o meno giovani. Tutte in cerca di fili e accessori specifici per il taglio e cucito. Anche il proprietario di Ferramenta Castaldini è preso a consigliare agli avventori pezzi unici, spesso di ricambio.
è possibile che le botteghe storiche combattano la cultura dell’usa e getta con il fascino dell’artigianato? I proprietari dichiarano di lavorare coniugando tradizione e slancio verso il futuro. BiancaMaria, giovane titolare di terza generazione di merceria Manabi, è molto attenta ad offrire prodotti nuovi, spesso trovati nel corso di viaggi all’estero. Come i kimono indiani esposti accanto alle borsette fatte all’uncinetto. Propone dimostrazioni creative, tiene d’occhio i trend che sbucano dai social per intercettare le più giovani, senza mai dimenticare le origini: «Fu mia nonna Maria ad aprire durante la seconda guerra mondiale, in via Irnerio. Vendeva intimo, materiale per le sartorie e, soprattutto, calze. Pensate che rimagliava le prime che arrivavano sul mercato dall’America. Poi il locale fu distrutto dalle bombe e lei rimase vedova. Negli anni ’70 l’azienda passa a mia zia, che l’ha tenuta per decenni. Negli anni ’90 inizia il declino con l’arrivo del pronto moda», racconta BiancaMaria. Le sartorie che via via spariscono. Al loro posto, l’offerta dei supermercati invade il paese. L’idea della zia, seconda donna a prendere in mano l’attività, di accantonare l’animo sartoriale della merceria per vendere profumeria e bigiotteria ricercata, non basta. Quando BiancaMaria arriva lo fa per chiudere. Poi l’inventario e l’intuizione. Sotto la polvere dei cartoni incelofanati c’è un tesoro da rigenerare: «Mi sono detta che era una sfida interessante. Ho iniziato a contare tutto quello che c’era. Vedevo che qualche curioso entrava, quindi ho imparato a cucire. La macchina me l’ha presa mia mamma. Alla fine ho comprato l’attività», sorride orgogliosa. Oggi, l’insegna Manabi racchiude i nomi delle tre donne che l’hanno tenuta.

Racchiusa sotto al portico della Morte, Libreria Nanni si è reinventata senza tradire la vocazione iniziale. Tre generazioni, duecento anni e non sentirli. Nasce nel 1825, fondata dalla famiglia Marchesi, nei locali che in precedenza ospitavano l’Antica Stamperia della Colomba, una tipografia storica trasformata poi in libreria antiquaria, nel XIX secolo. Nel 1928 il punto di svolta: con la gestione di Arnaldo Nanni, assume le sembianze odierne. Vende libri usati e fuori catalogo, diventando un punto di riferimento per studiosi e collezionisti. Per tener testa alla concorrenza della vicina libreria Zanichelli, che poteva vantare clienti illustri quali Giosue Carducci: «Arnaldo punta sull’antiquariato, apprende le nozioni fondamentali sui vari generi di pubblicazioni, fino ad arrivare ai manoscritti, alle cinquecentine, ai codici minati e addirittura agli incunaboli», si legge sul libretto celebrativo “Due secoli d’amore”. Gli studi non bastano, lui decide di mettersi in viaggio per l’Italia con l’amico Barbieri. Cerca volumi umili bussando alle porte di conventi e famiglie nobili del tempo.

Per le ultime novità, oggi, a parlare è una giovane dipendente: «Abbiamo incrementato la parte di varia e la letteratura, anche se i libri usati, antichi e fuori catalogo rimangono una parte importante della libreria. Poi ci sono gli eventi: in primavera e autunno organizziamo presentazioni sotto il portico, d’inverno nella suggestiva sala del negozio». Rimangono le immancabili “bancarelle parigine”, espositori di libri all’aperto che, negli anni, hanno visto curiosare gente illustre come Pasolini, Eco e Biagi. Tante botteghe vanno, alcune restano. Quelle citate puntano sulla qualità dei loro prodotti, sulla capacità di reinventarsi e sull’ascolto dei trend che brulicano sui social. Sembra essere questo il segreto per intercettare nuova clientela fra le fasce più giovani della popolazione. Tenere in vita la storia dentro al nostro presente.

L'articolo è tratto dal Quindici 17 del 9 aprile 2026