Il Quindici
Marco, ex ferroviere, dal 2000 ha in concessione un lotto di terra nel parco Nicholas Green (foto di Sofia Pellicciotti)
Non solo pomodorini e verze: gli orti urbani sono luoghi in cui si coltivano relazioni e si sperimentano modelli sostenibili. Con i suoi 2.790 lotti distribuiti su sedici ettari di terreno, Bologna è tra le città con il maggior numero di aree ortive in Italia. In mezzo al cemento e all’asfalto che sempre più invadono il capoluogo emiliano, la gestione degli orti condivisi va oltre la semplice produzione di cibo e riflette il bisogno di spazi verdi, di contrastare l’isolamento e migliorare la qualità della vita. Concime per la trama sociale. «Io ho l’orto da trent’anni – racconta Stefano, pensionato, mentre vanga il suo terreno in via Salgari al Pilastro – lo faccio per passione. È più il tempo che impieghi a starci dietro che il risparmio effettivo di quello che raccogli. Il vero guadagno è vedere la roba crescere, è il tempo che metti qua invece di andare al bar o stare senza fare niente. Qui c’è sempre gente di tutte le età, siamo come una comunità».
Coltivare la terra oggi piace a tutti, anche ai più giovani. Sono passati quasi cinquant’anni da quando l’amministrazione Zangheri promosse la realizzazione degli orti, riutilizzando appezzamenti di terra dismessi della periferia bolognese. Dagli anni ’80 l’agricoltura urbana è diventata una pratica sempre più diffusa e popolare, tanto che oggi sono 7.189 le persone in lista d’attesa per un orto a Bologna. Se all’inizio il progetto era pensato solo per i pensionati, dal 2009 l’età non è piu un requisito necessario: per fare domanda e accedere al bando basta avere la residenza nel Comune e non possedere altri terreni. Un’apertura che ha contribuito a trasformare le 21 aree ortive in un patrimonio prezioso per la città, non solo per la loro estensione ma soprattutto per il valore sociale che esprimono, come spazi di aggregazione nei quartieri. «Come Comune vogliamo rilanciare questa esperienza molto antica che si è evoluta nel tempo. Quello agricolo è solo uno dei tanti aspetti – spiega Daniele Ara, assessore all’agricoltura e all’agroalimentare – con gli orti facciamo un lavoro culturale, sociale, di presidio del territorio. È un impegno importante di integrazione tra le generazioni».
Un’oasi di pace. Così Ombretta descrive l’orto di via Saragozza 142, dove da 15 anni coltiva un appezzamento di 40 metri quadrati insieme al figlio. «È un giardino nascosto, da fuori non si vede – racconta mentre strappa le erbacce dal terreno – perché è circondato dalle case. Siamo cinquantuno ortolani, conosciamo tutti, ogni tanto facciamo la crescentinata e le feste con i bambini. Io grazie a questo spazio mi sento viva». Dopo aver lasciato l’insegnamento, Ombretta ha messo a disposizione la sua esperienza in una forma diversa: «Abbiamo anche un orto per i bambini – aggiunge – facciamo dei progetti con le scuole del quartiere, vengono in autunno e in primavera per vedere tutte le sfaccettature della natura. Adesso sta crescendo l’insalata che hanno seminato i ragazzi». Gli orti di Saragozza sono tra i più suggestivi e richiesti in città. Una cinquantina di lotti subito fuori le mura, ricavati dal giardino privato di una villa nobiliare: sono vicinissimi alla strada che porta al santuario di San Luca, ma nascosti dalle case circostanti. Il silenzio non è l’unico beneficio di questo piccolo paradiso verde. «D’estate è molto più fresco qua – aggiunge Cesare, il vicino d’orto di Ombretta, con un forte accento bolognese – ci sono quattro o cinque gradi di differenza rispetto alla strada. Poi, siamo leggermente in salita: coltivare in collina è più faticoso però ci si guadagna, perché la stagione è ritardata e hai più verdure alla fine».
Anche gli orti di via del Morazzo, nel quartiere Borgo Panigale, sorgono all’interno di quella che un tempo era una villa nobiliare. A raccontare la diversità delle esperienze che animano questo spazio è Antonio Nuvoli, presidente della casa di quartiere Villa Bernaroli: «Siamo tra i più grandi e variegati, a livello anagrafico andiamo dai 25 ai 90 anni. C’è una signora – dice sorridendo – che se non la portano qua si arrabbia coi figli. E pur di venire se la fa a piedi da Castelnuovo. Poi ci sono delle famiglie cinesi, ucraine, molti bengalesi. Loro fanno delle colture particolari, piante che io non avevo mai visto». Ma gli orti comunali, pur nascendo come spazi a gestione partecipata, rischiano di ridursi a orticelli privati, se non sono accompagnati da occasioni di socializzazione e scambio. «Non c’è troppa collaborazione da noi – aggiunge Nuvoli – la gente che viene a lavorare l’orto dovrebbe essere più disponibile a fare qualcosa anche per la zona comune. Gli orti sono nati per fare aggregazione e invece molti ortolani pensano solo al loro…l’erba cresce, cresce sempre».
Poi c’è il problema dei lotti abbandonati, un fenomeno diffuso tra tutti gli orti di Bologna; viste le molte persone in lista d’attesa, i quartieri hanno provato ad organizzarsi: «Adesso – continua il presidente – c’è qualche volontario che controlla gli orti trascurati e chiede all’assegnatario di sistemarlo o fare la disdetta. Almeno così entra chi vuole davvero coltivarli». Tra i frequentatori più attivi dell’orto di via del Morazzo c’è Luciano Pedrelli, giornalista di lungo corso di Repubblica Bologna. Camminando tra gli appezzamenti, ripete le due regole fondamentali per ogni ortolano: «L’orto vuole l’uomo morto e soprattutto… la terra è bassa». In tanti partono entusiasti, spiega Pedrelli, ma il lavoro, i figli, gli impegni della vita rendono più difficile dedicare tempo all’orto. «Questo qui – dice indicando un lotto molto trascurato – è stato riassegnato, questo è stato abbandonato. Quando un terreno viene abbandonato, basta un anno che la gramigna fa delle radici immense ed è più faticoso lavorarlo». Mentre si dirige verso il suo orto, osserva quello degli altri: «Anche questi sono tutti stati riassegnati, gente che non veniva, un peccato. Questo invece guarda che bello, si vede che c’è stato dietro. Io – racconta – sono andato in pensione nel 2011, ho lavorato per Repubblica dal 1980. In questi giorni ho finito di vangare, ora dovrò seminare, ci metterò di tutto: pomodori, melanzane, i friggitelli».
Ma ogni orto è un mondo a sé, con le sue regole e le sue storie. Tra i simboli di questa varietà di esperienze c’è l’orto del Pilastro, il più grande di tutti, con un’estensione pari a «cinque campi da calcio», racconta Maria Cristina Gnudi, presidente dell’associazione in via Salgari. «Gli orti sono nati negli anni ’70 insieme al Virgolone, all’inizio erano abusivi», spiega indicando l’edificio emblema del quartiere, una struttura curvilinea lunga 800 metri, che ospita diverse centinaia di famiglie e si trova proprio davanti agli orti. «Qua una volta era tutto terreno di scarto del cantiere – spiega Gnudi – e siccome molte delle famiglie che si erano trasferite venivano dal sud o avevano un’esperienza contadina, vedendo tutta questa terra hanno cominciato a farsi il loro orticello, in maniera informale. Poi c’è stata una battaglia tra gli abitanti e il Comune per la legalizzazione degli orti e, alla fine, il sindaco ha ceduto». Gli orti sono stati recintati e raggruppati in “isole”, ciascuna con un numero variabile di lotti. In tutto sono 727 orti da 40 metri ciascuno. «Sembra poco, ma non è così. Perché quando uno si mette poi a lavorarlo, capisce che è fatica», racconta sorridendo la presidente Gnudi, accennando ai più giovani che si avvicinano al mondo dell’orticultura. «Abbiamo un sacco di ragazzi appena sposati, che magari si fanno aiutare dai più anziani. E anche tante nazionalità, la colonia più grande è quella dei bengalesi. Hanno delle coltivazioni particolari ma – afferma – non c’è questo scambio così evidente». Come in un condominio, le dinamiche di convivenza non sono sempre semplici: ogni tanto c’è qualche discussione, ma mai nulla di grave. «Il sabato mattina qui c’è un gran viavai di persone, ortolani che vengono, si prendono un caffè, che vengono a prendere gli attrezzi. Siamo tanti e dobbiamo organizzarci. Abbiamo uno spazio con dei barbecue – aggiunge con orgoglio – è una delle cose più richieste, hanno fatto delle feste bellissime di compleanno. L’anno scorso, da giugno a settembre, non c’è stato un giorno vuoto di tutta la settimana». E tra chi tiene l’orto di quartiere vivo c’è Francesco, 84 anni, che continua a lavorare con la vanga, anche se, a suo dire, «a questa età non c’è lo stesso vigore di una volta». Anche mentre parla e si riposa al sole, non lascia mai l’attrezzo. «Ho l’orto da almeno quarant’anni, ne ho viste tante. Devo dire che ancora oggi c’è una grande collaborazione. L’altro giorno – dice – una vicina mi ha mandato un messaggio con scritto “ti ho vangato l’orto”. Mi mancava un pezzo e lei me l’ha fatto. Poi è bello che lo danno anche ai giovani, è un peccato tenere tutti questi orti vuoti». Tra una fatica e l’altra scambia due chiacchiere col vicino Stefano, che ha abitato per anni al Virgolone e ricorda con nostalgia quegli anni: «All’inizio eravamo 98 famiglie, facevamo le gite – ricorda –quasi tutti i sabati c’erano le cene. Adesso non le fanno più, però ci sono altre forme di stare insieme». Agli orti del Pilastro, si incontrano tutte le età e professioni. Non solo uno spazio di scambio tra culture ma anche tra generazioni diverse: tra gli assegnatari di via Salgari, la fascia d’età più rappresentata è quella dei 40-50enni. «Ci sono tanti infermieri – racconta Rocio, 38 anni – forse perché con i turni abbiamo più tempo libero. Qua è bello perché vieni a sfogarti e c’è un continuo confronto con gli ortolani che hanno più esperienza».
Ma come in ogni convivenza, non sempre è semplice: la varietà delle esperienze che affollano gli orti possono scontrarsi e dare luogo a dei conflitti. Succede, per esempio, nell’area ortiva in via di Saliceto, in Bolognina. A raccontarlo è Daniele, ortolano di 28 anni. «Noi siamo in tre quattro ragazzi a gestirlo. Il primo anno è stata una catastrofe, ma piano piano ci siamo messi e l’anno scorso è andata meglio, abbiamo fatto le barbabietole, i porri, le zucchine, è stata una bella soddisfazione». Sulla dimensione collettiva e sociale degli orti è critico: «La maggior parte qui sono persone anziane, bolognesi in pensione o gente del sud impiantata a Bologna. A queste persone – spiega – non va giù che noi l’orto lo gestiamo collettivamente. Siamo stati osteggiati, ma siamo tesserati e piano piano ci siamo ricavati un po’ di spazio. In molti ci vogliono bene e ci hanno aiutato, però c’è una resistenza generazionale molto forte da parte di alcuni. L’associazione che gestisce l’orto è molto rigida». Nell’area ortiva ci sono anche molte coppie di pensionati cinesi, ma l’ambiente non è particolarmente accogliente. «Loro sono molto cordiali – continua Daniele – ma non c’è un grosso scambio. Hanno delle coltivazioni diverse, un sacco di pak choi, il cavolo cinese. In autunno facevano una leguminosa che non avevo mai visto, e costruiscono tutte queste strutture con le canne per farla arrampicare. Sono gentili ma non c’è tutto questo interesse a parlare, la barriera linguistica è enorme. E poi – conclude –quel gruppo che è a capo dell’associazione è molto razzista con loro».
Le 21 aree ortive a Bologna coprono oltre 16 ettari di terreno, una realtà articolata e complessa, in cui convivere richiede un grande sforzo. «Un anno fa abbiamo avviato un percorso che si chiama Bologna Coltiva – racconta Erika Capasso, collaboratrice comunale con delega a quartieri, immaginazione civica e politiche per il terzo settore – per rivedere un regolamento che risale dieci anni fa. Abbiamo già fatto due assemblee per capire cosa funziona e cosa va migliorato, stanziato nuovi fondi, ma va fatto tutto un lavoro sull’approccio». L’orto urbano inteso come laboratorio di cura: un patrimonio di tutti dove il contributo del singolo diventa fertilizzante per l’identità del territorio. «Stiamo valutando varie possibilità – conclude Capasso – per stimolare una visione dell’orto come bene comune e non una proprietà privata». Creare le condizioni, insomma, per guardare oltre il proprio orticello.