Il Quindici
Un’inquadratura del film “Rapsodia Satanica” (foto dal sito della Cineteca)
Il legame fra opera e cinema è profondo e nasce all’alba della settima arte, quando spesso le maestranze e gli autori appartenenti al teatro confluivano nel secondo. L’evento proposto dal Teatro comunale di Bologna restituisce quella contaminazione, portando sul palco il film muto del 1917 “Rapsodia Satanica”, nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna e musicata dal vivo, e l’opera di Pietro Mascagni “Cavalleria Rusticana”, in una rilettura della regista Emma Dante ripresa da Federico Gagliardi. L’accostamento non è solo un duplice tributo a Mascagni, che firma anche il commento musicale della pellicola di Nino Oxilia. In entrambe le opere sono il femminile e lo struggente sentimento romantico a farla da padrone. Il primo è un racconto faustiano dove Alba d’Oltrevita, una donna d’alta società interpretata dall’ipnotica diva del muto Lyda Borelli, stipula un patto con Mefisto per riacquistare la giovinezza, perdendo però la possibilità di innamorarsi. La seconda è invece un’opera verista, tratta dall’omonima novella di Verga, e narra di Santuzza, giovane donna siciliana che, alla vigilia di Pasqua, scopre il tradimento del suo innamorato Turiddu con Alba, già sposata con il cocchiere Alfio. La distanza estetica fra le due opere (Oxilia fa sfoggio dello sfarzo liberty, mentre Gagliardi presenta una Sicilia essenziale giocando con gli spazi vuoti) viene colmata dalla vicinanza contenutistica. È come se il canto struggente di Santuzza, restituito qui dall’intensa interpretazione di Martina Belli, desse voce allo sguardo malinconico e afflitto di Alba. Le vicende di entrambe, vittime al contempo del peso della società e di un vuoto incolmabile, portano al medesimo destino, l’impossibilità di vivere l’amore. A più di cento anni di distanza al Comunale Nouveau nasce così un dialogo, all’epoca impensabile, fra Alba e Santuzza scolpito nelle parole di uno dei cartelli di Rapsodia Satanica: «Amore: tutto. Il resto: illusione beffarda».