Il quindici

Renato Villa in una foto d’epoca accanto al Pibe de Oro, Diego Armando Maradona (foto presa dal sito del Bologna Calcio)

C’era una volta a… Bologna la “Maifredi band”. Cusin. Luppi. Villa. Pecci. Ottoni. Monza. Poli. Stringara. Pradella. Marocchi. Marronaro. Gli undici eroi che nella stagione 1987-88 furono protagonisti della storica promozione in Serie A dei rossoblù. Una squadra capace di esprimere una proposta di gioco spumeggiante, fatta di marcature a zona in difesa e di un gioco iperoffensivo, come dimostrano le 62 reti segnate e le 37 subite in 38 giornate. Tra i volti principali di quella cavalcata ci fu un vero e proprio idolo per le masse bolognesi: Renato Villa. Un semplice ragazzo della curva – come amava definirsi lui – che ce l’aveva fatta. Del resto, non capita a tutti di lavorare come magazziniere e, alla soglia dei trent’anni, ritrovarsi a difendere su campioni come Diego Armando Maradona e Marco Van Basten.

Soprannominato il “Mitico” da Lucio Dalla, suo fan, il classe 1958 nato a Castelleone (Cremona) si distinse sotto le Due Torri per la sua estrema rapidità nel chiudere gli spazi agli avversari, ma anche per le sue qualità di equilibratore tattico e il suo spirito in campo. Alla fine di quell’annata furono 51 i punti raccolti dal Bologna, grazie ai 21 gol realizzati dal capocannoniere del torneo, la “Freccia di Prima Porta”, Lorenzo Marronaro. La favola sportiva dei rossoblù non iniziò nel migliore dei modi, ma alla fine del ballo divenne la Cenerentola più bella.

Come si è passati dalla sconfitta 3-0 all’esordio contro il Lecce al dominio incontrastato della Serie B? Secondo Villa, tra i più impiegati in quella stagione, la risposta è semplice: «Non eravamo solo una squadra, eravamo un gruppo di veri amici. Questo ci dava tranquillità e allegria, elementi fondamentali anche nel calcio oltre che nella vita di tutti i giorni. Dopo le prime sei o sette partite abbiamo iniziato a guardarci in faccia e a credere concretamente nella possibilità di vincere la Serie B. Ci sentivamo superiori a tutti».

Il gruppo era tutto per il “Mitico”. «All’interno dello spogliatoio – dice – ero uno di quelli che cercavano di sdrammatizzare il più possibile, scherzare e far ridere. Ci prendevamo in giro tra di noi, sempre in modo allegro e spensierato. Eravamo in quattro o cinque molto uniti, io, Luppi, De Marchi e altri, ma in realtà tutta la squadra partecipava attivamente. Nessuno era permaloso o si tirava indietro. Era davvero uno spogliatoio di amici quasi fratelli».

Ma un campionato non si vince con l’amicizia. Serve qualcosa di più, o meglio qualcuno. Ed è qui che subentra Luigi Maifredi, mister “calcio champagne”. In passato il tecnico aveva lavorato come rappresentante di vini francesi per la Veuve Clicquot Ponsardin; da cui nacque la definizione del suo stile di gioco legato alla filosofia tattica della difesa a zona e dell’attacco corale. Maifredi fu uno dei massimi teorici del calcio nell’era sacchiana, prima dell’arrivo di Zdeněk Zeman, tanto che, ancora oggi, gli si attribuisce il titolo di grande innovatore del pallone. Insomma, l’antenato del gioco moderno.

Ma quali sono le altre novità calcistiche apportate dall’allenatore bresciano? Il pressing asfissiante a tutto campo e il modulo 4-3-3, o il 4-3-1-2 molto duttile, che concentrava il fulcro del possesso palla su continui cambi di gioco e di fronte da una parte all’altra. L’unica pecca, se così si può chiamare, fu la noncuranza nell’inculcare degli schemi offensivi ben precisi agli attaccanti, che dunque si dovevano inventare le giocate di sana pianta.

Nell’estate del 1987, l’allora presidente del Bologna, Luigi Corioni, decise di puntare proprio su quel quarantenne bresciano, suo conterraneo. All’epoca Luigi Maifredi allenava l’Ospitaletto in Serie C2, squadra molto legata allo stesso patron, di cui era tifoso. Con lui arrivarono anche diversi calciatori provenienti da quell’esperienza, come Nello Cusin, Marco Monza, Marco De Marchi, Maurizio Gilardi, Paolo Bonfadini e Pietro Strada.

È con Maifredi, però, che Renato Villa diventò l’idolo indiscusso del popolo rossoblù: «Lo conoscevo già da tempo, perché mi aveva allenato quando giocavo all’Orceana. Io arrivai a Bologna l’anno prima della sua firma e inizialmente ebbi come allenatore Vincenzo Guerini. Poi arrivò lui e ritrovammo subito il bellissimo rapporto che avevamo già costruito in precedenza». Il “Mitico” ha speso sempre parole al miele per il suo ex allenatore, e anche in questa occasione ha tenuto a elogiarlo: «Era bravissimo a stare in mezzo al gruppo. Non metteva mai pressione e portava allegria in quantità. Per questo si integrava perfettamente con lo spirito della squadra. Inoltre, proponeva un calcio nuovo, quasi frizzante ed effervescente: già nelle squadre precedenti giocava a zona, e portò questa idea con successo anche a Bologna».

Nonostante il “Mitico” non possedesse delle qualità tecniche eccelse, si sentiva comunque importante in quel sistema di gioco che lo valorizzava come mai gli era successo fino a quel momento. «Avevo caratteristiche diverse dagli altri difensori. Ero più rapido, veloce e potevo chiudere gli spazi. Giocavo spesso accanto a centrali molto alti e forti fisicamente, e questo equilibrio funzionava bene. Il mister sapeva cosa potevo dargli nei novanta minuti e per questo contava molto su di me».

All’inizio, però, allo stadio Dall’Ara non mancò lo scetticismo attorno al Bologna e alla sua futura icona. È lo stesso Villa a ricordarlo: «Quando arrivai nell’ottobre 1986, qualcuno scrisse cose sbagliate su di me perché non mi conoscevano bene. Ma dopo la prima partita a Lecce il giudizio cambiò in maniera repentina. Negli anni ho sempre sentito grande affetto da parte della città». Ancora oggi quell’amore rappresenta, per il sessantasettenne, motivo di orgoglio immenso: «È una grande soddisfazione. Io ho sempre dato tutto quello che potevo dare per questi colori. Magari tecnicamente non ero il più forte, ma ero un lottatore e non mollavo mai. Questo, i bolognesi l’hanno sempre apprezzato. Se vedono che dai tutto in campo ed esci con la maglia sudata, sono contenti così. Anche oggi, dopo tanti anni, quando giro per Bologna molti mi salutano ancora con il soprannome che mi avevano dato».

A coniare quel soprannome, il “Mitico”, non fu una persona qualunque, ma una delle figure più amate di Bologna, Lucio Dalla, che lo faceva letteralmente «impazzire». Il rapporto che Villa ebbe con alcuni personaggi noti della città era particolare, racconta: «Capitava spesso di trovarsi la sera in qualche osteria a giocare a carte, cantare e scherzare. Per me, che venivo da una realtà più piccola, era incredibile ritrovarmi a vivere queste situazioni surreali. Una volta Gianni Morandi mi dedicò addirittura una canzone. Sono ricordi bellissimi che conservo ancora oggi».

Capitanato da Eraldo Pecci, il 29 maggio 1988 il Bologna pareggiò in casa contro il Piacenza grazie al diciannovesimo gol di Marronaro, conquistando così il tanto agognato ritorno in Serie A. La promozione rappresentò la rinascita della fenice rossoblù dopo uno dei periodi più difficili della società emiliana. Nel 1982 ci fu l’incubo della retrocessione in B. Poi lo sprofondo in Serie C1. Per una squadra sette volte campione d’Italia «che tremare il mondo fece», fu un colpo durissimo da digerire. Perciò molti la ricordano come la genesi del Bologna moderno. La stagione 1987-88 fu dunque un’annata «fantastica», come la definisce Villa: «Ho giocato sei anni a Bologna e sono stati tutti belli, ma quella stagione fu forse la più speciale. Vincere il campionato, tornare in Serie A e farlo giocando anche un grande calcio è qualcosa che non dimenticherò mai. Sarà sempre parte di me».

Chi figurava tra i giocatori con il maggior numero di minuti giocati in quel campionato di Serie B per il Bologna? Ovviamente Villa, che con 3.143 minuti chiuse al terzo posto questa speciale classifica. Un’altra statistica impressionante furono le 34 presenze condite da una sola sostituzione per il “Mitico”. Un dato che evidenzia l’importanza vitale che egli aveva per il tecnico Maifredi, il quale difficilmente rinunciava al suo “mastino”. I più utilizzati, invece, furono Giancarlo Marocchi, oggi opinionista televisivo, e Lorenzo Marronaro, probabilmente i calciatori più rappresentativi del Bologna di fine anni ’80.

Tra le qualità di quella squadra ci fu anche la capacità di andare praticamente sempre in vantaggio, e di conseguenza controllare i match, caratteristica tipica delle grandi compagini di ogni epoca. L’unica rimonta subita arrivò in extremis contro il Bari, quando il campionato era ormai quasi concluso. La supremazia del Bologna emerse anche dal fatto che la squadra perse soltanto 4 partite su 38, pari al 10,5% del totale. I 17 pareggi complessivi furono sintomo di una formazione molto difficile da battere, che non smetteva mai di provarci fino all’ultimo secondo. Infine, il Bologna realizzò almeno 3 gol in 9 partite, mentre le gare più spettacolari furono Padova-Bologna 2-4, Bologna-Sambenedettese 4-2, Catanzaro-Bologna 2-3, Bologna-Modena 4-1 e Bologna-Triestina 4-2.

E così quella squadra rimase nella memoria collettiva non solo per una promozione conquistata con merito, ma per l’identità che seppe costruire nel corso del tempo. Negli anni successivi arrivarono addirittura dei buoni piazzamenti in Serie A e perfino la qualificazione alla Mitropa Cup. Il Bologna della stagione 1987-88 fu molto più di una semplice formazione vincente. Fu un’idea di calcio, una rivoluzione in miniatura, nata tra le mura del Dall’Ara e guidata dal genio di Luigi Maifredi, che però alla Juventus non riuscì a replicare quanto di buono fece negli anni bolognesi. Un gruppo di uomini e amici fidati prima ancora calciatori, capace di unire talento, coraggio e spirito di appartenenza. Tra pressing, difesa a zona e partite spettacolari, la “Maifredi band” trasformò il campionato di Serie B in una leggenda a tinte rossoblù, destinata a essere raccontata ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni.

 

L'articolo è stato pubblicato nel numero 17 di "Quindici" del 9 aprile 2026.