Il Quindici
La somministrazione di un vaccino: nei mesi freddi in Emilia-Romagna si è ammalato il 20% degli abitanti (foto Ansa)
Ormai si possono riporre nel cassetto spray nasali, caramelle per la gola, fazzoletti e anche mascherine: la stagione dell’influenza è agli sgoccioli. Secondo l’ultimo bollettino di sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità, risalente al 6 marzo 2026, il bilancio italiano si attesta attorno ai 12,6 milioni di casi. Oggi il monitoraggio è finito e non è dunque più corretto parlare di epidemia, ma di endemia, visto il basso tasso di incidenza.
Il conteggio totale conferma un’intensità in linea con quella dello scorso biennio. In Emilia - Romagna i casi sono stati 850 mila, su una popolazione di circa 4 milioni e 400 mila abitanti: significa che il 20% degli abitanti della nostra regione si è ammalato in questo inverno. «L’andamento dell’epidemia - spiega il dottor Paolo Pandolfi, direttore del dipartimento di Sanità pubblica dell’Ausl di Bologna - è stato particolare: quest’anno il picco si è registrato tra la settimana di Natale e la prima settimana dell’anno nuovo. Un picco anticipato rispetto ai precedenti bienni, in virtù della circolazione della variante K». Una variante particolarmente aggressiva i cui sintomi compaiono in modo rapido e intenso. Questi sono stati principalmente febbre alta e dolori muscolari diffusi, oltre a tosse, raffreddore, dolori all’orecchio e talvolta vertigini e problemi gastrointestinali. Tuttavia, secondo quanto riportato da Anna Teresa Palamara, a capo del Dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, «l’anticipo del picco non ha avuto effetto anche sulla gravità dei sintomi. Il fatto che l’influenza 2025 - 2026 non sia stata più grave lo dimostrano ad esempio i dati del flusso ospedaliero, dove non si è mai registrata una netta preponderanza di ricoveri per questa variante».
I dati dicono che in Emilia - Romagna le persone con più di 65 anni che hanno contratto uno dei virus dell’influenza sono state 109 mila. «La maggior incidenza - dice Pandolfi - si è avuta nella fascia d’età tra gli zero e i quattro anni, e questo è tipico: sono stati 107mila i casi in questa fascia della popolazione. Meno colpite le persone tra i 15 e i 64 anni».
Ciò che accade in età pediatrica è dato da un insieme di fattori: l’unione tra un sistema immunitario ancora in maturazione, la mancanza negli infanti di esperienza immunologica (i bambini, rispetto agli adulti, hanno meno difese pregresse rispetto agli adulti contro i ceppi influenzali stagionali) e la stretta vicinanza con coetanei in ambienti come la scuola, crea un ambiente ideale per la diffusione dei virus influenzali. Inoltre i bambini hanno anche una scarsa consapevolezza delle norme igieniche utili a contrastare la diffusione del virus. Al contrario, il sistema immunitario più esperto e strutturato della popolazione nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 64 anni, insieme a una maggiore consapevolezza delle stesse norme e alla minore esposizione in ambienti affollati e promiscui, fa sì che queste persone siano meno colpite dall’influenza. Per le persone biologicamente più fragili in caso di infezione, quelle che hanno più di 65 anni, cruciale è il ruolo dei vaccini.
«Negli over 65 la malattia ha avuto impatto minore perché la popolazione è più vaccinata. Tuttavia, non ancora ai livelli sperati: anche quest’anno la copertura è stata inferiore a quella definita ideale dall’Organizzazione mondiale della sanità, cioè del 75% delle persone». Nel territorio ampio coperto dall’Ausl di Bologna – l’azienda più virtuosa della regione e tra le punte anche a livello nazionale - - , è stato vaccinato il 63,3% della popolazione in questa fascia di età.
Dice Pandolfi: «C’è stata una leggera diminuzione delle persone vaccinate tra gli over 65enni rispetto all’anno scorso, un calo dell’1,7%. Questo è in controtendenza col dato complessivo della vaccinazione». Rispetto alla stagione precedente, le persone che hanno scelto di proteggersi dai virus dell’influenza sono aumentate. «L’anno scorso gli immunizzati erano 203.500, questa volta 211.000: l’aumento dei vaccini effettuati è del +3,7%».
Da quanto emerge dai dati, nel vasto raggio di copertura dell’azienda sanitaria bolognese non mancano disomogeneità. Appare evidente che le zone in cui il bisogno di profilassi penetra meno tra la popolazione sono quelle dell’appennino. «Quello che abbiamo notato, - spiega il professore - e che sarà anche oggetto di attenzione per mettere in campo nuove strategie da utilizzare alla prossima occasione, è che se si compara il dato sulla vaccinazione nei vari distretti abbiamo coperture molto differenti». Se si considera il dato relativo alla popolazione con più di 65 anni vaccinata, appunto il 63,3%, e anche la percentuale di vaccinazione a livello nazionale, di circa il 50%, «si può notare che nel distretto Appennino bolognese la percentuale si attesta al 56,3%. Il 7% in meno rispetto alla media del nostro territorio, anche se comunque più alto della media nazionale». Il distretto più virtuoso è stato quello di Pianura Ovest. «Qui si è calcolato un 78% di over 65 vaccinati. - illustra il medico - La capofila in quest’area è San Giovanni in Persiceto. Nel distretto dell’Appennino bolognese invece la più virtuosa è Porretta e la zona dell’Alto Reno». I ricoveri gravi, di conseguenza, sono provenuti maggiormente dal territorio del distretto dell’Appennino. E i casi di decesso «si sono tutti concentrati tra persone non vaccinate».
Un dato interessante riguarda gli incrementi della vaccinazione in alcune categorie di persone, definite fragili e maggiormente a rischio. «Un trend positivo che abbiamo notato negli ultimi anni - dice - riguarda le donne al secondo e al terzo mese di gravidanza. Sanno quanto contrarre il virus potrebbe essere pericolo e sono consapevoli che sia utile sia per loro sia per il feto. L’incremento quest’anno è stato del +16%. Positiva la tendenza anche per il personale sanitario, con un 11% in più di vaccinati».
Buona è la capillarità delle iniezioni, nel territorio dell’Ausl bolognese, all’interno delle strutture residenziali per anziani. «In questi luoghi – spiega - dove la popolazione più anziana dei 65 anni è molto concentrata, si riscontra circa l’80% delle persone vaccinate». Una buona copertura, «ma l’Oms dice che in questi casi la vaccinazione è efficace quando questa supera il 95%. Dunque va bene, ma siamo ancora un po’ lontani dall’ideale e si può lavorare meglio».
Per migliorare queste percentuali e l’immunizzazione delle persone, secondo il dottor Pandolfi «è necessario aumentare la prossimità, lavorando più a stretto contatto con la popolazione». «Per esempio - spiega - si nota che il distretto dell’Appennino è molto disperso, in montagna. Ci sono località non facilmente raggiungibili. Chi abita in quelle zone ha più difficoltà degli altri a raggiungere i centri vaccinali. L’impegno per fare in modo di ottenere più copertura vaccinale non può prescindere dallo sforzo dei medici di medicina generale». Ma non solo: «L’obiettivo è anche quello di fornire un servizio migliore nelle strutture residenziali per anziani. Anche qui serviranno azioni più mirate». Una questione da tenere in considerazione è anche quella della corretta conservazione dei vaccini anche durante il trasporto. «Quest’anno quasi tutto ciò che è stato acquistato è stato utilizzato. L’obiettivo è continuare così: significa ridurre potenziali sprechi».
Il territorio bolognese si dimostra dunque particolarmente virtuoso, specialmente rispetto a quello romagnolo. «Questo perché storicamente la Romagna – dice - è l’area che nella nostra regione non riesce ad avere un’alta copertura di vaccinazione sulla popolazione. Per questo i casi più gravi si concentrano qui. L’efficienza degli operatori e del sistema è molto in linea con quella delle altre strutture. Il problema è legato alla consapevolezza della gente sul tema: molti non sanno che c’è questa possibilità e altri non vogliono sottoporsi alla vaccinazione, perché non credono nei suoi effetti. Molti più qui che in ogni altra area regionale».