Il quindici
La copertina di "Altrimondi" di Federico Campagna per Einaudi (foto Einaudi)
"Altrimondi" è l’ultima fatica letteraria di Federico Campagna per Einaudi. Il libro, che parte da un presupposto semplice quanto necessario (“la fine del mondo è già successa”), è una cronistoria mascherata da grande mosaico etnico, delle avventure e delle vicissitudini dei popoli che si sono relazionati con il Mar Mediterraneo. La chiave di letura di quest’opera va ricercata nelle catastrofi e, soprattutto, negli occhi di quelli che non si sono disperati di fronte all’apocalisse ma si sono spostati, hanno migrato. Ciò che tutti i popoli (o la stragrande maggioranza di essi) hanno in comune, in "Altrimondi", è la volontà di cercare un altrove abitabile, nello spazio o dentro di sé. Il libro, nelle sue 391 pagine, si snoda come un itinerario attraverso le epoche, dagli albori della civiltà fino al terzo millennio, e si offre come una sorta di manuale per i sopravvissuti, per chi si ritrova oggi tra le rovine. Nel bacino del Mediterraneo, inteso non tanto come luogo geografico ma come dimensione dell’anima, il filosofo rintraccia un archivio di esperienze nate dalla paura e dal trauma della fine. In queste acque, più volte, gli uomini hanno assistito alla dissoluzione del proprio mondo, che credevano unico. E qui, altrettante volte, hanno usato l’immaginazione per fare le valigie e reinventare la realtà. Il libro si chiude con quello che Campagna definisce un «crimine dai molti complici»: un naufragio di migranti mediterranei su una spiaggia bianca, le cui tracce vengono rapidamente sottratte allo sguardo pubblico dalle autorità. Il destino dei sopravvissuti è un centro di detenzione a tempo indeterminato. È qui, suggerisce l’autore, che si apre la frontiera del domani. È qui che i lettori riconoscono questi uomini, queste donne, questi bambini, come eredi delle avventure raccontate nel libro. Disertori dell’ordine costituito che scendono in campo con la sola ostinazione della loro presenza.