Premio Strega
Il poeta Alberto Bertoni (foto concessa dall'intervistato)
Pratiche quotidiane, semplici rituali di una vita interiore ed esteriore, nel pieno di una normalità che si scontra col passato, portando a riflettere su eventi ormai parte della memoria collettiva. Ecco il tema di fondo di “Semplici abbandoni” (Einaudi), l’ultima raccolta di versi di Alberto Bertoni, ex docente di Letteratura italiana contemporanea all’Alma Mater, tra i dodici semifinalisti del Premio Strega Poesia.
L’opera è un fiume continuo di pensieri, un fiume reso vivo da gesta tipo comprare il pane, fare una passeggiata lungo le strade di Modena (città natale dell’autore), rievocare gli amici scomparsi, oppure le guerre, la pandemia di Covid-19. In queste poesie il passato davvero agisce sul presente, smuovendolo, influenzandolo; un presente difficile da comprendere, forse sopportabile grazie a qualche fugace sprazzo di ricordo. E poco importa che il ricordo in questione sia quello di tua nonna che ti fa provare un cucchiaino d’olio e tu sei troppo piccolo per farti piacere quel gusto intenso. È quello è successo al Bertoni bambino, rimasto talmente disgustato dall’esperienza da non smettere mai di provare astio verso questo alimento, come testimonia nella sua prosa satirica “Odio l’olio”, messa a chiusura di “Semplici abbandoni”.
Il 16 maggio, al Salone Internazionale del Libro di Torino, verrà annunciata la cinquina dei poeti finalisti dello Strega e intanto abbiamo dialogato con Bertoni su alcune sfaccettature del suo libro e del mondo profondo, troppo spesso sottovalutato, della poesia italiana.
Com’è essere candidato allo Strega Poesia?
«È una bella sensazione, di sicuro è stata una bella sorpresa la candidatura. Era davvero una cosa che non mi aspettavo, anche perché non partecipo da un po’ di tempo ai premi letterari. Devo dire che partecipare con Einaudi è un altro discorso, poi questa raccolta ha avuto una certa attenzione critica e forse la candidatura è stata il suo sbocco naturale».
La sezione dedicata alla poesia è nata pochi anni fa dentro il “circuito Strega”. Era ora che il premio riconoscesse la potenza dell’arte poetica?
«Direi di sì. La tradizione letteraria italiana è a un livello più alto sul piano poetico che su quello narrativo. Se c’è il Premio Strega Narrativa, ci deve essere pure il Premio Strega Poesia. Il livello qualitativo della poesia italiana, ripeto, è molto buono, ci sono in giro poeti e poete di grande spessore».
E come siamo messi a competizione coi Paesi vicini sul versante qualitativo?
«Per quanto riguarda la situazione letteraria a livello europeo, ci sono nazioni inferiori rispetto a noi. Basti pensare alla Francia: è un Paese che conosco bene, guardo spesso le nuove uscite di poesia in lingua francese e devo dire che là si è in una fase più stanca rispetto a noi. Dal punto di vista qualitativo, la poesia è un fatto dialogico e di comunità. Non è il prodotto di un singolo individuo autore di un capolavoro, è fatta di parole messe in comune».
“Semplici abbandoni” è pubblicato da Einaudi ed è la sua seconda raccolta recante il marchio dello struzzo.
«Questo è un fatto singolare. Non conoscevo nessuno alla “bianca”, nomignolo della collana "Collezione di poesia" della Einaudi. Quando ho finito la raccolta “L’isola dei topi”, a fine estate 2019, l’ho mandata a quattro o cinque amici, tra cui il poeta Gabriele Frasca. Lui mi ha consigliato di inviare le poesie a Einaudi, avvisandomi però che molte delle sue proposte all’editore torinese non erano andate a segno. Eppure ad aprile 2020, nel pieno del Covid, la casa editrice mi ha detto che mi avrebbe pubblicato il libro, e così è avvenuto, nel 2021. Dopodiché ha vinto un premio importante, il Premio Carducci, ha venduto bene e allora mi hanno fatto fare la seconda silloge».
Veniamo a lei dunque. È un omaggio al quotidiano che nel tempo presente intreccia rapporti col passato, inoltre presenta degli elementi formali di novità rispetto alla precedente.
«Sì, il libro ha una novità formale, cioè è pressoché privo di sezioni, a parte alla fine, ce ne è una intitolata “Requiem”, dedicata a persone a me care, seguita da una prosa satirica sul mio odio nei confronti dell’olio. È quindi un libro “scorrevole”. L’ho scritto in due anni di Covid e temevo che venisse rifiutato o trattato male perché in esso parlo di questo clima plumbeo, tra città deserte, non tanto lontano da noi. Da qui il passato che si interfaccia col presente e il quotidiano. Però, quando sono riuscito a ottenere il “montaggio” desiderato, ho capito che il Covid non era il tema dominante. Infatti nessun critico si è soffermato su questo sfondo, hanno parlato d’altro, del rapporto indissolubile fra lo ieri e l’oggi. Ma il Covid resta sempre di sbieco».
Nei suoi versi riemerge molto della sua città, Modena. Si sente sempre un modenese fino al midollo o ritiene di essere diventato un po’ bolognese?
«Be’, la mia vita è stata divisa in due. Fare il poeta a Modena è come farsi dare del matto, sarebbe stato impossibile, perciò sono diviso in due: sono modenese fino in fondo, ma la mia vita culturale è a Bologna, dove ho insegnato per 33 anni, il grande filologo Ezio Raimondi è stato mio maestro. Insomma, culturalmente sono bolognese. Ho sempre vissuto questa vita spaccata, da pendolare, sempre avanti e indietro tra Modena e Bologna».
E sull’olio? Non c’è margine di riappacificazione, è proprio odio?
«Sì, non c’è mai stato un buon rapporto e mai ci sarà, anzi invecchiando sono diventato ancora più radicale. Mi dà il vomito, cerco di mangiare tutto con il burro. L’episodio che racconto nella prosa in chiusura di “Semplici abbandoni” è ricostruito a posteriori, d’altronde ero un bambino, ma è vero e verosimile».