Addio Magnifico

I funerali di Fabio Roversi Monaco nel duomo di San Pietro (foto di Paolo Pontivi) 

«I portici sono più vuoti, il buio e il silenzio sono sensazioni che molti hanno provato. Mia madre Maria Giulia non può abituarsi all’idea di un mondo senza di te, che hai lasciato in noi ricordi indelebili. Vivremo nella tua memoria e nel tuo esempio, trasmetteremo la tua memoria finché non sarà giunto il tempo di riunirci a te. Anche allora qualcuno raccoglierà la tua torcia. Perché le leggende non muoiono mai». Sono le parole commosse di Fabio, uno dei sei nipoti di Fabio Roversi Monaco, il magnifico Rettore dell’Università di Bologna, scomparso venerdì mattina, che con il suo impegno dal 1985 al 2000 rese l'Alma Mater ancora più grande e più internazionale. Parole lette ai funerali del nonno, celebrati in San Pietro dall’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi.

Rose bianche, un raggio di sole che illumina il feretro, rami di conifera. Le tracce di quel pino che nella simbologia massonica ed esoterica si associa all’immortalità e al risveglio spirituale. E alla conoscenza superiore, oggi ben salda nel ricordo di Roversi Monaco che fece dell’Università di Bologna un’istituzione ancora più internazionale e ancora più attrattiva. Per dare l’ultimo saluto a un uomo che dell’assoluta laicità ne aveva fatto un manifesto di vita personale e accademica si sono aperte le porte della cattedrale. «In un tempo contraddistinto da contrasti ideologici e pregiudizi  - ha detto nell’omelia Zuppi - Fabio Roversi Monaco ha saputo tessere relazioni fondate sulla libertà di pensiero, sul riconoscimento reciproco, sulla bellezza». La navata gremita di amici, di conoscenti, di ex studenti che dentro i palazzi restaurati dell’Alma Mater da Fabio Il Magnifico avevano trascorso gli anni della giovinezza e dello studio. I suoi familiari, la compagna Nicoletta Dolci, i nipoti Brenno, Lupo, Mary, Prinni, Fabio. E poi volti noti, uomini delle istituzioni, la fanfara della politica cittadina, Romano Prodi, Pier Ferdinando Casini, il ministro dell’interno Matteo Piantedosi e la ministra dell’università Annamaria Bernini. I colleghi di un rettorato lungo quindici anni. Chi l’ha amato ma anche chi l’ha guardato spesso con sospetto, con quel timore reverenziale che di solito si tributa a chi del carisma ha fatto non tanto una caratteristica passeggera della propria personalità ma una ragione di vita. 

Fabio Roversi Monaco (foto archivio UniBo)

«Non posso non ricordare gli aspetti che il Magnifico ha affrontato nei suoi lunghi anni di servizio - ha detto Zuppi - mettendo l’ateneo e tutta la città al centro di un ripensamento del ruolo delle università stesse. Con una visione laica davvero mondiale. Ha saputo intessere un rapporto sinergico tra cultura, università e teologia. Un lungo percorso per ricercare la verità secondo la legge di autonomia e nello sforzo di provare e di riprovare, di sperimentare, conoscendo successi e sconfitte. Aveva una forte capacità di governo che qualcuno identifica con l’esercizio del potere. Si sbagliano. Il governo è un’altra cosa. È un’arte del dialogo, che non c’entra nulla con la ricerca del compromesso». 

Poi la lettura dei pensieri che il padre di Roversi Monaco aveva scritto molti anni fa per il figlio. La voce rotta dall’emozione di una delle figlie, Maria Giulia, e “quell’aria che fremeva ancora delle ultime carezze. Un sospiro del vento mattutino inizia i primi accordi delle bacche di eucalipto sulle lamiere del tetto…più del mio fiato non posso darti…”. «Da lui, da nostro nonno, - ha detto Maria Giulia - papà  ha assimilato l’onestà intellettuale, l’autonomia di giudizio, l’integrità morale. Ha fatto tutto a modo suo ma nel rispetto di sé e degli altri, non curandosi delle piccole cose. Per i miei figli è stato e sarà per sempre la più importante figura di protezione e di ispirazione. Lo ringrazio con tutto il cuore per l’infinito amore che ci ha dato, come lo scorrere del tempo. Mi rimarranno le canzoni degli Alpini che amava tanto, i film di John Wayne, i suoi libri di Salgari. Ci riuniremo più avanti e sarà come uno dei nostri pranzi a Crespellano». Perché la frontiera tra la terra e il cielo, dalle parole di Zuppi, passa anche attraverso di noi, anche al di là della vita ordinaria. E amare vuol dire sperare che il domani tenda all’infinito. Come un lungo abbraccio, quello dato da un’altra figlia di Roversi Monaco, Francesca, che ringrazia il padre per il dono più grande che una figlia può ricevere. «Nostro padre ci ha insegnato soprattutto a essere libere. Per esserlo bisogna essere coraggiose, avere il coraggio di agire, di osare e di sbagliare. Ha avuto una forza e una capacità visionaria straordinarie, e ha risposto sempre in prima persona di ogni scelta fatta. Non si è mai curato di critiche e di invidie e il suo scopo era curarsi del bene comune. Lo salutiamo con nostalgia e facciamo delle nostre lacrime un canto d’amore per dimenticare che stiamo piangendo».