teatro

Umberto Orsini mentre recita in "Prima del Temporale" (foto di Claudia Pajewski)

È difficile racchiudere in uno spettacolo di un'ora e mezza novant’anni di storia, se non ti chiami Umberto Orsini, ma se ci riesci è un trionfo. Al termine della messa in scena al Teatro Duse di "Prima del temporale" , il pubblico lo premia con un applauso di oltre cinque minuti; una standing ovation per la storia della sua vita, raccontata con la classe del grande attore. Dai primi passi nella sua Novara al successo nazionale, passando per teatro, televisione e cinema, Orsini ripercorre la propria vita nell'unico modo che conosce: recitando. E lo fa con una forma di spettacolo inedito. Comincia infatti nel suo camerino, un'ora prima del “Temporale” di Strindberg (mai messo in scena a causa della pandemia da Covid), dove parla delle nove decadi di una ricca esistenza. E in quel camerino vediamo un Orsini stranito, perso in sé, che vorrebbe solo fumare una sigaretta e non dover andare in scena. Qui i pensieri dell’attore prendono forma con voci fuori campo, tra cui la sua e quelle di chi lo ha accompagnato nel percorso, insieme a scritte e immagini proiettate sulla sceneggiatura che scandiscono i momenti salienti della sua vita.

Per esempio quando portò “L'uomo dal fiore in bocca” di Pirandello per entrare all'accademia "Silvio d’Amico", aveva già un'ossessione per la memoria, che lo spingeva a ricordare ogni singola virgola di ciascuna battuta. Tutte tappe ripercorse con commozione, ma anche lucidità, che permettono allo spettatore di salire sullo stesso palco di Orsini, vestire il suo abito, fumare la sua sigaretta. E così lo spettatore vede e sente Orsini parlare con il padre, la madre, l'amico Riccardo, l'esaminatore della "Silvio d'Amico", la ballerina tedesca Ellen Kessler, con cui conversa e intrattiene una relazione durata vent'anni. Sì, perché si tratta di rimembranze vivaci, con momenti riflessivi sparsi qua e là, ma conditi comunque dalla fierezza di un Orsini che rimane sempre a testa alta.

Nel suo tragitto viene interrotto più volte dalla sarta, che lo esorta a mettere il costume di scena, e dal pompiere che gli proibisce di fumare. Orsini prima li scaccia, vuole rimanere da solo con sé stesso («Ancora un momento», ripete) poi pian piano conversa anche con loro, li include e li circonda con i suoi ricordi. E allo stesso tempo gli trasmette passione, che loro gli restituiscono in scena, con prestazioni naturali e piacevoli che guidano le emozioni del protagonista. Verso la fine le voci svaniscono. Rimane solo Orsini, che, tra monologhi e ricordi, finalmente si cambia. Si avvicina al proscenio, pronto per quel “Temporale” mai messo in scena a causa della pandemia del Covid, e mentre varca la porta, risuona l’ultima voce: «Mezza sala. Sala buia. Sipario».