La mostra

I collaboratori di Banksy Felix Braun e Tom Bingle, terzo e quarto da sinistra, con i curatori della mostra (foto di Alessandro Fratini)

C’è un filo, invisibile e indistruttibile, che lega Bologna a Bristol, patria di Banksy e culla della sua street art che unisce ironia e critica sociale: «Condividono non solo i propri intrecci tra vita culturale e sociale, ma anche il loro spirito combattivo e la loro lunga storia di dissenso. Più esploro Bologna e più questi parallelismi con Bristol diventano lampanti: avevamo tutto l'interesse a scoprire una città che si è interessata così tanto al nostro lavoro».

A parlare è Felix “Flx” Braun, writer di Bristol, che in occasione della mostra “Banksy Archive 01 – The School of Bristol”, ricostruisce a Palazzo Fava dal 27 marzo al 2 agosto il contesto culturale, urbano e politico in cui è nato e si è sviluppato il linguaggio di Banksy. Trecento opere, organizzate da undici curatori in trentadue sezioni, tra graffiti, documenti inediti e ricerche accademiche che ripercorrono la street art bristoliana dal 1983 al 2005. Per farlo, i curatori sono andati dritti alla fonte: Braun, insieme a Tom ‘Inkie’ Bingle, Kye Thomas della Dbz Crew, John Nation, Richard Jones e Christopher Chalkey, rappresentano nucleo storico dei graffiti di Bristol negli anni ’80 e ’90, e si sono occupati di illustrare il pensiero dietro le loro opere.

«Questa mostra esplora i nostri viaggi interiori, tra mente ed emozioni, attraverso le opere esposte, che vogliono dare un’idea ben precisa di graffiti (o come li chiama John Nation “arte aerosol”). Questa idea vede i graffiti come forma d’arte capace di trasformare il vandalismo di molti ragazzi considerati criminali, in un modo per esprimere la propria identità», sottolinea Braun. Una vocazione catartica raggiungibile solo se, appunto, si conoscono e comprendono le radici non solo dei graffiti, ma anche dei writer di Bristol. «Banksy non è un'artista nato subito pronto scaturito già formato come Athena, ma è cresciuto in un contesto specifico e ricco di stimoli», aggiunge Braun.

Patrizia Pasini, presidente della Fondazione Carisbo, promotrice della rassegna, dice che attraverso l’anonimato, «Banksy rinuncia all'identità biografica e definita, affidando la propria esistenza alla percezione delle sue opere. Emblematica la sua frase “I want to be what you saw in me” in un murales di maggio 2025, che sublima una figura artistica anomala che si sottrae ai meccanismi tradizionali della celebrità e del mercato». Ma adesso che l’identità di Banksy è stata (presumibilmente) svelata, come cambieranno le cose? Secondo Braun, «lui ha diritto alla sua privacy come chiunque altro. Spero che la sua vita non cambi, la stampa dovrebbe lasciarlo in pace, visto che hanno già ottenuto la loro risposta, e lasciargli fare quello che sa fare meglio: parlare con la sua arte».

Quello che invece è cambiato è il rapporto tra la street art e il pubblico, che oggi entrano in contatto nei musei. Continua Braun: «Quando un artista illegale cresce, cerca di monetizzare il proprio lavoro e finisce per standardizzarsi, perdendo in parte il senso di comunità che caratterizza i graffiti. L’ingresso dei graffiti nei musei è un passaggio importante: permette di raggiungere un pubblico più ampio, anche i bambini. A differenza delle gallerie, che sono più dei templi elitari e poco accessibili». A questo si aggiunge il commento finale di Tom Bingle: «Mi trovo un po’ nel mezzo: da una parte penso che se un’opera nasce su un muro, lì dovrebbe restare, perché fuori contesto cambia completamente. Dall’altra, però, comprendo le esigenze e le ambizioni di chi vuole vivere della propria passione».