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Il rigassificatore di Ravenna (foto Ansa)

Nel torneo globale che si gioca nel campo accademico, l’Alma Mater non è esente dal portare a casa soddisfazioni. L’università bolognese ha nove corsi fra i primi 50 al mondo nella classifica 2026 di “Qs World University Rankings by Subject”, inerente appunto ai migliori atenei in base alla disciplina. La 24esima posizione del settore ingegneristico e scientifico, occupata dal marchio Unibo, fa riferimento a ingegneria del petrolio (punteggio 70,8 nella lista), a cui si ricollega l’articolato corso in inglese di Ingegneria offshore per la transizione energetica, con sede nel campus di Ravenna e coordinato dalla docente Laura Govoni. Si tratta di un chiaro esempio di come l’Università di Bologna negli anni si sia impegnata molto sul fronte dell’innovazione tecnologica, specie nello sviluppo delle "rinnovabili" a sostituzione di gas e petrolio, e al raggiungimento dei diciassette obiettivi sulla sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Il corso di studi è aperto soltanto dal 2018 e ha difficoltà nel posizionarsi in vetta alle classifiche di rankings. Ciononostante presenta peculiarità che ancora una volta, sotto il profilo mondiale, rendono l’ateneo emiliano un centro di eccellenza.

«Gli studenti iscritti sono in larga maggioranza stranieri. Il corso pone uno sguardo sul contesto estero, pur non occupandosi di mercato, ma formando menti sulla valorizzazione delle risorse energetiche a mare. Menti chiamate da Paesi che hanno queste risorse, nazioni esperte di estrazione. Alcuni poi hanno proprio la cultura del sostenibile, tipo gli azeri che sfruttano molto il vento», spiega la professoressa Govoni.

Un quadro di studi dunque che si inserisce indirettamente nel contesto geopolitico attuale, con la guerra tra Usa e Iran, l’interesse dei primi verso i pozzi petroliferi della teocrazia sciita e le problematiche commerciali dello Stretto di Hormuz in Medio Oriente. Un insieme di insegnamenti che potrebbe davvero offrire spunti per rimpiazzare i materiali fossili. E non è un caso che tra gli iscritti a Ravenna ci sia un buon numero di iraniani e di altri studenti provenienti da quelle regioni dell’Asia (parliamo di una percentuale sopra il 30-35%).

«Il corso è stato attivato in ragione delle opportunità del territorio romagnolo. Ravenna, infatti, ha un porto ben sviluppato, c’è il rigassificatore, importante elemento di transizione per le rinnovabili. Insomma, la città è un grande hub delle risorse energetiche a mare, e sono presenti grandi aziende multinazionali di rilievo. Noi abbiamo un comitato consultivo legato a queste realtà, in modo da capire le esigenze del settore e indirizzare percorsi e competenze», prosegue Govoni.

Il punto quindi rimane questo: la volontà dell’università di promuovere nuovi sistemi di rifornimento in dialogo con l’industria offshore (ovvero relativa a impianti vicino alla costa o lontano da essa), che vede nei mari e negli oceani una fonte di energia abbondante, pulita e continua.