L'intervista

Simulazione grafica dell'ipotetico sistema elettorale proposto dal governo Meloni (immagine Ansa) 

 

«È una proposta scellerata di cui non varrebbe nemmeno la pena discutere». Questo è il parere di Gianluca Passarelli, professore di Scienza Politica alla Sapienza di Roma, sulla riforma elettorale che il governo ha depositato in Parlamento a fine febbraio. Dopo che la maggioranza degli italiani ha bocciato il referendum sulla giustizia, c'è quest'altro obiettivo che Meloni ha messo in cantiere e che si inserisce nel suo programma di riforme. Un diverso sistema di voto volto a sostituire quello attuale, il cosiddetto "Rosatellum". Se il testo dovesse diventare legge, le elezioni politiche del 2027 si svolgeranno subito secondo il nuovo metodo. I punti che il progetto contiene sono diversi, ad esempio c’è l’indicazione del nome del candidato presidente del Consiglio, prima della deposizione delle liste e del voto (adesso si può fare anche dopo). Altro elemento di novità un premio di governabilità, 70 seggi alla Camera spettanti alla coalizione vincente, 35 in Senato, da spartirsi tra i partiti alleati. Questo comporterebbe l’eliminazione della componente uninominale, che invece permette sia alla maggioranza sia all’opposizione di avere qualche seggio. Ci sono le liste bloccate, ovvero i partiti dovranno presentare nei collegi plurinominali massimo 5-6 nomi, con concorrenza tra candidati interna e alternanza obbligatoria uomo/donna. Soglia di sbarramento da superare per entrare in Parlamento del 3%, molto bassa. Infine il ballottaggio: se le coalizioni non superano il 40%, le prime due in testa vanno al confronto, purché sia stato superato almeno il 35%. Abbiamo approfondito il tema con Gianluca Passarelli, professore di Scienza Politica alla Sapienza di Roma, esperto di sistemi elettorali ed elezioni, e che inoltre ha svolto una parte del suo percorso formativo e accademico all’Alma Mater.

Professore, quale idea si è fatto della nuova proposta di voto elettorale?

«È ancora in discussione, ma ritengo sia una proposta scellerata di cui non varrebbe nemmeno la pena discutere. Dal punto di vista tecnico e costituzionale è pessima, scritta male. Insomma, è un argomento buono per le chiacchiere da bar».

Ci faccia degli esempi delle sue disfunzioni.

«In primis si basa su un premio fisso senza eguali al mondo. Lo aveva giusto la Grecia e poi lo ha modificato. È un sistema che genera complicazioni, il premio di 70 deputati agisce sul risultato elettorale. Le maggioranze, va detto, si devono trovare in Parlamento, altrimenti ci si muove in un ambito più presidenziale, non parlamentare. E c’è la cosa della soglia del 40% da superare oppure si va al ballottaggio».

E come siamo messi da quest’ultimo punto di vista alle Camere oggi?

«Oggi abbiamo due schieramenti che supererebbero il 45%, e allora a chi daremmo in caso il premio? Ci sarebbe una sproporzione. In sostanza, parliamo di qualcosa che è fumo negli occhi, distrae l’opinione pubblica dall’agenda parlamentare».

Cosa rappresenta la riforma per Palazzo Chigi?

«Innanzitutto occorre precisare che è una modifica della legge vigente, non una vera e propria riforma. Comunque si tratta di un pezzo del quadro di cambiamenti costituzionali e istituzionali del governo, tipo il referendum sulla giustizia e il premierato. Questo non esiste nemmeno in nessun Paese del mondo oggigiorno, l’ha usato soltanto una volta Israele, caso non edificante, direi».

Perciò parliamo di un rafforzamento del potere esecutivo.

«Esatto. Il punto è che vanno rafforzati i partiti, non il premier. Nei sistemi parlamentari il Parlamento può sfiduciare il primo ministro, almeno finché non cambia la carta costituzionale. Margaret Thatcher e Tony Blair (ex primi ministri inglesi, la prima conservatrice, il secondo laburista, ndr) sono stati sfiduciati nel Regno Unito al loro tempo. Si vuole imbrigliare una struttura gracile tramite una corazza di ferro che non la sostiene ma la indebolisce. La verità è una: il primo ministro è forte se è forte il suo partito».

Parliamo allora di una garanzia di stabilità?

«Non è questione di stabilità, semmai si deve parlare di governabilità. Il governo di Giorgia Meloni è uno dei più stabili nella storia del nostro Paese, non c’è un problema di tenuta al momento. E poi ci sono stati molti casi di governi con premio di maggioranza che sono durati poco lo stesso, come quello nato dopo le elezioni del 2018 (Movimento 5 Stelle e Lega, ndr). Perché dunque attuare tale forzatura?».

Tutto questo quindi in nome di cosa?

«Autonomia differenziata, referendum magistratura, premierato, riforma elettorale, tutto ciò serve a concentrare il potere nelle mani del governo. Certo, non vuol dire che da domani dobbiamo salire in montagna e combattere i nazi-fascisti stile partigiani durante la Seconda guerra mondiale. Non dobbiamo cadere nell’idea di un ritorno del fascismo, però la tendenza a rafforzare l’esecutivo c’è».