referendum
Il politologo Paolo Pombeni (foto Ansa)
Quello di Paolo Pombeni è un nome di rilievo nel panorama accademico bolognese. Storico, politologo, professore all’Alma Mater e direttore della rivista divulgativa e di attualità “il Mulino”, nelle ultime settimane ha espresso la sua opinione favorevole sul referendum sulla giustizia di domenica 22 e lunedì 23 marzo, incentrato sulla separazione delle carriere dei magistrati e su altri punti della riforma voluta dal governo Meloni.
Professor Pombeni, lei cosa voterà al referendum? Ci spiega le ragioni del suo voto?
«Voterò sì e la ragione è molto semplice: bisogna superare uno stato di fatto, e questo stato di fatto è un sistema in cui una parte della magistratura (non tutta ovviamente) si è impossessata del sistema di governo e lo ha pilotato a seconda di gruppi che di fatto sono lobby. Quando si parla delle correnti, giustamente si dice che sono correnti ideali, non si può non averle, anche i magistrati hanno diritto ad avere i loro approcci. Però io, da storico dei partiti, voglio ricordare il caso della Democrazia cristiana. Inizialmente le correnti in essa erano orientamenti ideali, i fanfaniani più spostati a sinistra o Andreotti più a destra. Progressivamente sono diventati dei micropartiti che si sono spartiti il potere. Ciò sta avvenendo all’interno del Consiglio superiore della magistratura, ed è pericoloso, perché trasforma un organismo di governo, con funzioni amministrative, in un organismo di controllo su certi meccanismi. Inoltre, è entrata in gioco la variante della magistratura nelle vesti di un contropotere superiore agli altri investito del diritto di giudicare non i singoli reati, bensì la legittimità, l’indirizzo e addirittura la moralità del sistema. Non va bene».
Tutto questo finirà con la riforma?
«No, ma per tentare un cambiamento, io sono favorevole a fare questa prova».
Era necessaria questa riforma, non bastava la Legge Cartabia sulla separazione delle funzioni?
«La Legge Cartabia ha cercato di risolvere il problema con un rimedio insufficiente, di fronte alla forte refrattarietà della magistratura organizzata ad accettare qualcosa di più solido. Non stiamo discutendo della separazione delle carriere, ma del fatto che la corporazione giudiziaria continui a essere gestita come appunto una corporazione. In un sistema accusatorio ci devono essere due funzioni diverse, due anime diverse dello Stato. La funzione inquirente è l’anima dello Stato che investiga, l’anima giudicante è quella che valuta e appunto giudica».
La chiamano riforma della giustizia, ma tocca prettamente la magistratura, lasciando da parte molte delle problematiche del nostro ramo giudiziario. Cambierà qualcosa da questo punto di vista se vincerà il sì?
«Da questo punta di vista, e lo hanno ammesso vari promotori della riforma, purtroppo non cambia niente. L’esigenza di intervenire su queste disfunzioni, tipo la lungaggine dei processi, rimane. Queste disfunzioni vanno risolte in altra maniera. Ipoteticamente, istituendo l’Alta Corte, si evidenzia la responsabilità del proprio mestiere, cioè ciascuno risponde delle sue azioni. Se il lavoro è stato fatto male, allora si viene sanzionati. Ciò dovrebbe spingere a svolgere al meglio le proprie funzioni».
E sul sorteggio qual è la sua opinione?
«Per adesso, devo dire, si è parlato del sorteggio in maniera generica. Si può fare in modi differenti, sorteggiando fra quelli con un certo grado di anzianità, oppure sorteggiando in base alle aree geografiche, di modo che ci sia il giusto numero di rappresentanti del nord, del centro o del sud, per esempio. Dipenderà insomma come verrà strutturato, ma secondo me non comporta grandi complicazioni».
Ritiene che il voto di domenica e lunedì sarà guidato soprattutto da un sentimento politico?
«Sfortunatamente sì. Purtroppo in tutti i referendum è difficile fare una valutazione razionale, specie in questo caso, in quanto la questione è molto complicata. C’è poi, devo dirlo, una faziosità che va al di là di qualsiasi limite. Di fronte a questo, il pericolo più grande sarà che gran parte dell’elettorato dirà “sbrigatevela voi, non si capisce niente”. Inoltre, è davvero bislacca l’assenza di un quorum su un argomento così complicato».