Il Quindici

Il murales “Crack is wack” accanto al Mercato Albani (foto di Giulia Goffredi)

 

Bastano cinque euro per comprare l’infelicità. È il prezzo di una fumata di crack, una scarica di euforia tanto intensa quanto breve. Dieci, quindici minuti. Poi il vuoto, la mancanza, il bisogno di riprovare ancora quella sensazione. Dimenticando tutto il resto. Il consumo di crack è in costante aumento, sia a livello nazionale, dove nel 2024 si è raggiunto un nuovo record di quantità sequestrata – più di 25 kg contro i quasi 17 del 2023 – a riprova della maggiore circolazione della sostanza, che a livello locale, come rilevano i dati dell’azienda sanitaria di Bologna e di Fuori Binario, struttura gestita dalla cooperativa Open group che offre servizi di prossimità alle persone senza fissa dimora che fanno uso di droghe. Dalle analisi emerge un quadro articolato, che registra, tra le altre cose, la diffusione del consumo di crack anche tra le persone non socialmente emarginate e la crescita del fenomeno della tossicodipendenza femminile, ancora poco conosciuto. Situazione complessa su cui l’Ausl di Bologna lavora da tempo, riuscendo oggi a intercettare una percentuale di donne maggiore rispetto alla media italiana. Intanto, il progetto del Comune di erogare 300 pipe da crack alle persone più vulnerabili, in un’ottica di riduzione del danno, entrerà nel vivo solo nelle prossime settimane, dopo essere stato lanciato a fine agosto. Iniziativa che è stata al centro di polemiche e critiche, in particolare da parte del centrodestra.

Prima di analizzare i dati, però, meglio fare un passo indietro. Semplificando al massimo, le sostanze stupefacenti si dividono in due grandi categorie: i sedativi, come l’eroina, e gli stimolanti, dove a fare da padrone è invece la cocaina, di cui il crack è un ricavato. Si ottiene facendo bollire in acqua calda la polvere – il cloridrato di cocaina – assieme a una base debole, solitamente ammoniaca o bicarbonato di sodio. Questa reazione chimica porta alla formazione di cristalli di colore biancastro, detti in gergo rocks (“rocce, sassolini”), che, se surriscaldati per essere fumati, emettono il tipico crack da cui la sostanza prende il nome. Un procedimento tutto sommato semplice, casalingo, tant’è che fino a pochi anni fa il crack veniva consumato solo da chi sapeva prepararlo. Ora, invece, si trova sul mercato “già cotto”, cioè sotto forma di “roccia”, oppure già pronto da fumare. Ma più una sostanza viene lavorata, più probabilità ci sono che la sua qualità cali. E soprattutto, che se ne faccia un uso  meno consapevole. «Chiunque può fare il crack», spiega Giuseppe Ialacqua, sociologo della salute e autore del volume “La voce dell’Emilia paranoica: la riduzione del danno a Bologna” (2024) basato sulla sua esperienza come assistente sociale. «La differenza è che se te lo prepari da solo – continua Ialacqua – al massimo c’è l’impurità della cocaina di base. Mentre il crack prodotto a livello industriale subisce un ulteriore processo oltre al taglio iniziale. Comprarlo “già cotto”, senza passare attraverso il rituale della cottura, diminuisce le competenze dei consumatori e rende l’uso della sostanza più veloce, considerando che di per sé l’effetto stupefacente del crack dura di meno, in genere la metà del tempo, rispetto a quello della cocaina sniffata». Il rischio, così, è quello di restare intrappolati da una sostanza che provoca astinenza molto rapidamente.

«È come andare da zero a cento e poi da cento a zero in poco tempo», dice la direttrice dell’Unità operativa dipendenze patologiche dell’Ausl di Bologna, la dottoressa Marialuisa Grech, che descrive la sensazione provocata da una fumata di crack. «L’effetto massimo si raggiunge in dieci minuti. Come è tipico delle sostanze stimolanti, si finisce in uno stato di agitazione psicomotoria. I movimenti del corpo sono accelerati, si parla in modo veloce e disordinato, i pensieri si fanno confusi». Ma dura poco, pochissimo. «Già dopo circa un quarto d’ora – continua la specialista – non c’è più la “botta”. E quindi si riparte, si inala di nuovo e così via. È un meccanismo perverso. Non si beve, non si mangia, non si dorme. Molte persone si recano da noi dopo essere finite al pronto soccorso per complicazioni causate dall’uso della sostanza, come forti disidratazioni, fenomeni allucinatori, anche per via della stanchezza, e infarti». Che differenza c’è, allora, rispetto a inalare la polvere di cocaina o a farsi un’iniezione in endovena? «Gli effetti sono gli stessi, la molecola è sempre quella. A cambiare sono i tempi, poiché la velocità con cui il principio attivo entra in circolo dipende dalla modalità di assunzione», prosegue Grech.

Ed è proprio quest’idea di rapidità che si associa al crack uno dei motivi che ha decretato il suo successo. Assieme, ovviamente, al basso costo. O meglio, all’impressione di risparmiare, che invece risucchia in un circolo vizioso. «Per i nuovi consumatori – osserva Giuseppe Ialacqua – è comodissimo iniziare con il crack. O una fumata da 5 euro, o la “roccia” da 20. Si pensa che sia più conveniente rispetto alla polvere, ma il prezzo e la modalità di assunzione portano a consumarne di più. Per cui, alla fine della giornata potenzialmente si finisce per aver assunto più sostanza di quella che c’è in una busta di cocaina». Due ragioni che insieme hanno reso il crack capace di pervadere la società, arrivando a tutte le fasce della popolazione. Anche a coloro che non potrebbero accedere alla polvere o alle iniezioni. «La cocaina – prosegue Ialacqua – prima era associata a un certo tipo di immaginario, era la “droga dei ricchi”. Il crack ha scardinato questa concezione, perché può essere consumato in fretta e ovunque, nei bagni delle scuole come in quelli delle grandi aziende». Secondo il sociologo, dunque, ci sarebbero precise logiche di mercato dietro la diffusione dello stupefacente in Italia, che poco avrebbero a che fare con le dinamiche che portarono allo scoppio dell’epidemia di crack negli Stati Uniti degli anni ‘80, quando la nuova droga fu sviluppata per trarre profitto dall’invenduto della cocaina.

Dopotutto, secondo l’ultima relazione annuale del Ministero dell’Interno, basata sui dati del 2024, la cocaina si conferma la seconda droga più diffusa in Italia, superata solo dai derivati della cannabis. Ed è la più consumata tra la popolazione socialmente emarginata intercettata da Fuori Binario (in via de’ Carracci), struttura che gravita attorno alla Bolognina, cioè il quartiere dove si concentra lo spaccio nella città. Secondo gli ultimi dati presentati dal centro al XIV congresso nazionale FeDerSerD per la prevenzione e la cura delle dipendenze di ottobre 2025, nel 2024 circa l’80% dei consumatori di sostanze stupefacenti, vale a dire quasi 260 persone, fa uso – tra le altre droghe – di cocaina. Sono poco più di un centinaio, invece, i nuovi utenti. All’interno di questo quadro s’inserisce il fenomeno specifico del consumo di crack, che chiaramente va a sovrapporsi parzialmente a quello della sostanza di partenza. Sette cocainomani su dieci registrati da Fuori Binario, infatti, fanno anche uso di crack. Più di 170 persone, oltre la metà dei tossicodipendenti che frequentano la struttura. Mentre sono una settantina i nuovi assuntori. A colpire, però, più che i dati assoluti, è la serie storica sugli ultimi tre anni analizzati, dal 2022 al 2024. I crackomani sono complessivamente aumentati del 75%, passando nel triennio da 98 a 172; quelli che entrano per la prima volta in contatto con la struttura del 40%, salendo da 50 a 69. Numeri contenuti, soprattutto relativamente ai nuovi accessi rispetto all’effetto di cumulazione sul totale dei consumatori, e legati a un’area di Bologna piuttosto circoscritta, ma che registrano indubbiamente un fenomeno in ascesa. Anche se, per il momento, non ancora fuori controllo.

Il trend di crescita trova riscontro nei bollettini dell’Ausl di Bologna, curati dall’Osservatorio epidemiologico delle dipendenze cui fa capo l’unità diretta dalla dottoressa Marialuisa Grech. Le persone prese in carico dai SerDp – i Servizi per le dipendenze patologiche – che assumono crack sono passate da 353 nel 2023 a 456 nel 2024, per poi salire a 518 a giugno 2025 e ancora a 623 nell’ultimo semestre. Uno stacco, quest’ultimo, importante: solo negli ultimi sei mesi si sono rivolte ai centri un centinaio di nuove persone. Le stesse che a fine 2024 sono state registrare dopo un anno intero, cioè nel doppio del tempo. «Ciò che ci ha colpito già quando abbiamo visto i dati di metà anno – commenta la responsabile – è che in soli sei mesi avevamo in proporzione più utenti rispetto all’anno precedente, che a sua volta contava già cento persone in più di quello prima. Sicuramente i nostri servizi sono considerati “attrattivi”, ma una simile crescita si spiega solo se a monte c’è stato un aumento dei tossicodipendenti da crack». A Bologna, come nel resto d’Italia, la droga più assunta dalle persone prese in carico dai servizi pubblici è l’eroina. A livello nazionale, a consumarla è il 59% degli assistiti, che sono circa 135mila. Mentre il 27% fa uso di crack e cocaina. Vale a dire quasi la metà. Ma, come spiega la dottoressa Grech, i consumi di eroina sono rimasti invariati nel tempo, perciò non suscitano allarme.

La popolazione con cui entra in contatto l’azienda sanitaria è più ampia e diversificata rispetto a quella di Fuori Binario, da cui tuttavia provengono alcuni degli assistiti dei SerDp, grazie al rapporto di fiducia che gli operatori riescono a instaurare con chi vive sulla strada. «Abbiamo due tipi di target, che ci portano ad avere approcci differenti», chiarisce Grech. «Da una parte le persone vulnerabili, che non hanno gli strumenti per chiedere aiuto. Dall’altra, chi è socialmente integrato, cioè chi ha una famiglia, un lavoro e un livello medio di istruzione». Questi ultimi costituiscono la maggioranza – su 518 assistiti a metà 2025, 408 sono cittadini italiani residenti, cioè quasi otto su dieci – e sono le persone che riescono a rendersi conto di dover interrompere la dipendenza, perché hanno qualcosa da perdere. O, molto più semplicemente, che hanno la fortuna di avere accanto chi li prende per mano per fare il primo passo. «Spesso sono i familiari, i colleghi o i datori di lavoro ad accompagnarli ai servizi», prosegue la dottoressa. I dati raccolti sono rassicuranti: circa il 70% dei tossicodipendenti riesce ad affrancarsi dalla sostanza e a riprendere in mano la propria vita. Ma il percorso che dalla prima assunzione porta alla decisione di disintossicarsi è molto lungo. «La media nazionale è di sette anni – continua Grech – e questo è uno dei motivi per cui l’età media dei nostri utenti resta alta, cioè sui 40 anni», con una forbice che va dai 16 ai 66. L’altro è perché la popolazione di ultracinquantenni di oggi è la stessa che negli anni ‘90 ha vissuto una grave crisi giovanile di tossicodipendenza. E ora, invecchiata, continua a essere in carico ai servizi.

Per quanto riguarda il genere, storicamente, sia in Italia che a livello locale, si registra una predominanza di uomini tra gli assistiti per consumo di crack. Ma c’è un sommerso, che a prima vista non si coglie. Le donne sono molto più difficili da intercettare. «Fino a poco tempo fa si diceva che la tossicodipendenza è una patologia maschile», osserva la dottoressa. «Ma noi stiamo mettendo in dubbio questa teoria, basandoci su dati scientifici. Non è legata al genere, ma ai trend culturali. Lo dimostra il fatto che il progressivo equipararsi dei comportamenti e degli stili di vita femminili a quelli maschili sta facendo sì che sempre più donne accedano all’uso di sostanze stupefacenti». Nessuna predisposizione, dunque, all’uso delle droghe da parte degli uomini. Anzi, a essere svantaggiate in termini biologici sarebbero proprio le donne, che, a parità di condizioni, «sviluppano una tossicodipendenza molto più grave e sofferente», rivela Grech. Da un lato, quindi, più dolore. Dall’altro, un doppio stigma culturale da combattere, che rende ancora più faticoso per le donne chiedere aiuto. Soprattutto se si aggiunge il fatto che molte di loro «si accompagnano a uomini a loro volta tossicodipendenti, che non le fanno accedere ai servizi e le lasciano a casa quando si recano al SerDp». A Bologna, però, si stanno facendo dei progressi incoraggianti. «Se vediamo i dati del 2024 – spiega la dottoressa – i servizi sanitari nazionali hanno intercettato il 19% di popolazione tossicodipendente femminile, mentre da noi la percentuale sale al 23%», con 109 assistite alla fine del primo semestre del 2025. E anche la serie storica di Fuori Binario dal 2022 al 2024 registra un progressivo aumento della popolazione crackomane femminile, che passa dal 13% al 21%. «Qui ci sono certamente più donne che consumano crack – conclude Grech – ma è anche vero che la nostra capacità di creare una rete su un territorio così ricettivo e di attivare percorsi assieme ai consultori e alle Case delle donne allenta lo stigma e ci aiuta a raggiungere più persone».

Insomma, intercettare chi consuma il crack è il momento più complicato, delicato, ma anche decisivo, per combattere la tossicodipendenza. «Tutti gli interventi di riduzione del danno sono pensati per la popolazione che fa fatica a chiedere aiuto», sottolinea la dottoressa. La distribuzione di materiale sterile, come le 300 pipe acquistate dal Comune la scorsa estate, che tanto hanno fatto discutere in città, nasce proprio dall’obiettivo di rendere l’assunzione della droga più sicura – non dovendo ricorrere a soluzioni di fortuna, come bottiglie di plastica modificate o lattine, condivise tra più persone e potenzialmente portatrici di malattie – e, quindi, di riflesso, degno di fiducia chi fornisce gli strumenti. «Sono oggetti che veicolano una relazione – insiste Grech – e che ci hanno già permesso in passato di agganciare dei consumatori che poi abbiamo portato ai servizi». Facendo, al contempo, un intervento di sanità pubblica, poiché chi ha una patologia grave può diventare pericoloso per la comunità, arrivando a rubare per farsi di crack. Finora – secondo quanto riportato dal Resto del Carlino in un articolo di Mariateresa Mastromarino dell’11 febbraio – a causa di tempi tecnici, rallentamenti burocratici e aspetti operativi da organizzare, sarebbero state consegnate solo le prime 50 pipe, raggiungendo una quarantina di persone. Ma l’iniziativa sarà messa davvero alla prova solo in primavera, probabilmente tra marzo e aprile, quando anche gli strumenti restanti saranno erogati e si potranno richiedere agli sportelli di Fuori Binario.

Crack is wack” recita un murales a pochi passi dal Mercato Albani, in Bolognina, ispirato all’opera muraria che l’artista americano Keith Haring ha realizzato nel 1986 nel quartiere di Manhattan, a New York. E anche se oggi a Bologna non ci sono i numeri di un’epidemia come quella di allora, quarant’anni dopo è ancora così, “il crack è una fregatura”. Costa poco, si assume in fretta, può arrivare a tutti. Distrugge la vita di chiunque, socialmente emarginato o integrato, uomo o donna, giovane o vecchio. Ma la città, grazie all’Ausl e a chi lavora sulle strade, non è sguarnita. E ora è arrivato il momento di fare un passo avanti in più con la riduzione del danno.

 

L’articolo è tratto dal Quindici” n. 15 del 12 marzo 2026