Sicurezza

L'ex direttore generale per la Pubblica Sicurezza ed ex prefetto Franco Gabrielli (foto Ansa)

 

«Io non sono d'accordo con chi pensa che non vada fatto un Cpr a Bologna. Non andrebbe realizzato per forza nel territorio comunale, ma ritengo che sia uno strumento importante e, come per tutti gli strumenti, il dibattito dovrebbe concentrarsi sul come viene realizzato, non sul se». L'ex direttore generale della Pubblica Sicurezza Franco Gabrielli torna sulla possibilità di aprire un Centro di permanenza e rimpatrio a Bologna e dà ragione al presidente dell'Emilia Romagna, Michele De Pascale, che recentemente ha aperto all'ipotesi di avere una struttura in regione. La presa di posizione di Viale Aldo Moro ha generato - oltre al prevedibile plauso del ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi - un acceso confronto interno al Pd, con Matteo Lepore, che si è opposto duramente: «Finché sono io il sindaco il Cpr a Bologna non si farà».

Per Gabrielli quando si parla di immigrazione è fondamentale considerare tre elementi: i flussi leciti, l'integrazione e i rimpatri. Il funzionamento del nostro sistema dà ai Cpr un ruolo centrale nella gestione dell'ultimo di questi aspetti: «Per gli immigrati non vale il reso di Amazon, il rimpatrio è un processo complesso. Le persone possono essere riaccompagnate in un altro paese solo se c'è dall'altra parte uno stato sovrano che le riconosce come cittadini. Spesso questa condizione non è semplice da accertare e i Cpr servono per accogliere gli immigrati durante questa fase di identificazione». Se da un lato i centri sono descritti come necessari per la gestione dell'immigrazione, dall'altro la loro presenza sul territorio garantisce maggiori capacità operative per le forze dell'ordine nella gestione della sicurezza.

«Per accompagnare fuori regione una persona che deve entrare in un Cpr due o tre agenti devono assentarsi dal servizio ordinario per alcuni giorni. Quando si rivendica il controllo del territorio, che reputo anche l'unico modo per dare una percezione di sicurezza alla cittadinanza, negare l'utilità dei centri è controproducente», sottolinea Gabrielli.

Dopo la presa di posizione contro Lepore sui Cpr arriva anche l'assist a Palazzo d'Accursio sulla gestione della sicurezza e, indirettamente, anche una critica ai numerosi attacchi che arrivano dall'Esecutivo sulla gestione dell'ordine pubblico in città. «I sindaci sono eletti direttamente dal 1993 e da quel momento sono diventati il terminale anche per quanto riguarda le questioni di sicurezza – commenta Gabrielli – E questo, nonostante non ne abbiano competenza diretta, avviene perché sono i più visibili, vengono percepiti come il front office anche su questi temi».

La parafrasi è immediata: le accuse all'amministrazione Lepore sulla gestione della sicurezza e dei temi dell'immigrazione sarebbero, soprattutto, strumentali. Come ricorda Gabrielli, l'analisi deve partire dai dati di fatto, anche e soprattutto quando si parla del reale impatto dei Decreti sicurezza.

«Con questo tipo di norme si va a cercare di intercettare l'aspettativa della popolazione fornendo soluzioni che alla prova dei fatti si dimostreranno inadeguate. Così facendo si liscia il pelo all'opinione pubblica, ma questa bulimia normativa sulla sicurezza testimonia l'incapacità di dare una risposta alle cause dei problemi, ci si focalizza solo sugli effetti».

La stoccata è mirata e chiama alla sbarra l'approccio "securitario" dell'Esecutivo e, per smarcarsi da ogni accusa di politicizzazione, Gabrielli si riferisce direttamente ai numeri. Come riportato dall'ex prefetto, da quando si è insediato il Governo Meloni non sono bastati sette decreti sicurezza a rendere più efficiente il sistema dei rimpatri. Negli ultimi tre anni sono state rimpatriate 17mila persone a fronte di 294mila arrivi mentre nel triennio precovid i rimpatri erano stati 20mila nonostante si siano dimezzati gli arrivi.

«I dati mostrano come l'andamento non dipenda dalle nostre capacità di frenare il fenomeno su questa sponda del Mediterraneo, è una partita che si gioca sulla costa opposta. Con questi interventi normativi si cerca solo di mettersi nelle condizioni di poter dire, di fronte ai fallimenti, di aver agito. Non è più "cogito ergo sum" ma "agito ergo sum"».