scuola

Tar

                                                                                                                            Tar dell'Emilia Romagna (foto Ansa)

 

I quasi mille precari che lo scorso anno in Emilia-Romagna si sono rivolti al Tar non sono soli nella propria battaglia. Anche il resoconto del Tar della Puglia, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026, non restituisce un’immagine tra le più rosee. Seicento sono gli insegnanti precari che hanno vinto in tribunale e poi hanno dovuto tornarci perché lo Stato non pagava. È la fotografia emblematica del 2025, dove i ricorsi per ottemperanza, quelli cioè per imporre l’esecuzione di sentenze già emesse, in Puglia sono passati da 208 a 735, con un aumento del 253% in un anno.

Non è andata meglio per l’estremità nord dello stivale: al Tar del Piemonte sono arrivati 1.400 ricorsi per questo motivo, contro i quasi 900 del 2024. Mentre la presidente del tar della Toscana Silvia La Guardia ha parlato di un incremento eclatante del 46% nel numero di nuovi ricorsi nel 2025.

La vertenza interessa, dunque, non solo l’Emilia-Romagna ma l’Italia intera, e la platea dei beneficiari della card docenti è aumentata notevolmente. Sono, secondo le stime, poco meno di 200mila, infatti, gli insegnanti che hanno diritto alla misura istituita dieci anni fa con la Buona scuola del governo Renzi. Tra le nuove file si annoverano i supplenti annuali con contratto fino alla fine delle lezioni (30 giugno), i docenti di religione cattolica e gli educatori di convitti.

Dopo anni di esclusione ingiustificata, numerosi insegnanti stanno finalmente ottenendo il riconoscimento dovuto di 500 euro, sebbene per la maggior parte dei casi l’indennizzo è stato preceduto dai ricorsi per ottemperanza. Oltre 300mila euro sono stati già restituiti, per esempio, agli insegnati delle scuole nelle sole province di Padova e Venezia.

Ad oggi, però, i tribunali amministrativi sono ancora intasati con migliaia di nuove istanze mensili gestite principalmente dai sindacati, in particolare l’Anief (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori). Questi ultimi, però, vengono supportati da ulteriori sindacati tra cui Flc Cgil (federazione lavoratori della conoscenza) il cui segretario generale Gabriele Caforio reputa la card docenti «una norma nata sbagliata in partenza poiché definiva lavoratori di serie A e di serie B».

Il suo sindacato segue al momento circa 250 insegnati tra Bologna e provincia, luoghi – racconta Caforio a InCronaca - «in cui un terzo dei lavoratori è precaria. Questo indica che non si tratta di casi isolati ma di una di una precarietà di sistema: un problema strutturale che va dalla Valle d’Aosta alla Sicilia».

Una vicenda questa, che si trascina ormai da dieci anni, sintomo di un malessere più profondo della categoria. Elisabetta Fedeli, sebbene insegnante di ruolo ormai da diversi anni e benefattrice del bonus, ne riconosce i limiti strutturali. «Si discute molto su questa cosa ma per noi insegnanti è un contentino, preferirei che i 500 euro mi fossero accreditati sullo stipendio. I nostri contratti si rinnovano ma non strutturalmente. Anche la nuova iniziativa di Valditara del marketplace, sito che permette l’acquisto di alcuni prodotti con uno sconto del 20%, non è un altro che un ulteriore espediente per sviare da quello che è chiaro a tutti: i nostri stipendi si discostano notevolmente dalle medie europee», ha commentato.