Partiti
Sandra Zampa, foto concessa dall'interessata
Per Sandra Zampa, storica portavoce di Romano Prodi ed esponente dell’ala riformista dei Dem, il Partito Democratico deve continuare a essere la casa del centrosinistra più che della sinistra. Non è la prima volta che l’ex sottosegretaria alla Salute del governo Conte bis richiama l’attenzione sull’importanza di conservare un’anima riformista forte all’interno del Pd «in grado di proporre delle soluzioni reali ai problemi della gente». Dopo il caso Gualmini, Zampa avvisa Schlein: «il passaggio di Gualmini ad Azione è espressione di un malessere profondo, il partito deve tornare ad ascoltare tutti, non solo alla linea della segreteria». Dopo l’appuntamento referendario di fine marzo si aprirà la lenta campagna elettorale verso le politiche del 2027 e, secondo Zampa, in via del Nazareno serve un cambio di sensibilità per poter insidiare il centrodestra. Serve una leadership meno concentrata su quello che fa Meloni – «stiamo diventando un partito che condanna gli altri ma che non si confronta al suo interno» – e più impegnata a costruire un’alternativa credibile: «La gente comune non ci capisce più. Non dobbiamo diventare populisti. Dobbiamo guardare alla realtà del Paese»
Come commenta l’uscita di Elisabetta Gualmini dal Partito Democratico?
«Mi sembra l'espressione di un malessere diffuso, è un sentimento che io come altri ho già denunciato in varie occasioni. Non commento le scelte personali, entrano in gioco gli stati d’animo dei singoli, ma che la situazione non sia facilissima da vivere per chi all’interno del Pd ha un punto di vista un po’ diverso è sotto gli occhi di tutti».
A chi si riferisce quando parla di diversità di vedute?
«Mi riferisco all’anima riformista del Partito. Non è una questione di destra o sinistra, non sono le categorie giuste per descrivere quel tipo di posizionamento. Come lo intendo io riformismo vuol dire dare risposte concrete ai problemi della gente, prendere atto delle difficoltà che ci sono e cercare delle soluzioni reali».
E non ci può essere uno spazio per i riformisti nel Pd di oggi?
«Il Partito Democratico è nato come un partito che parla a tutti gli italiani, che cerca di ampliare il consenso, che attrae. Se vuoi andare al governo da qualche parte devi prendere i voti. È legittimo che chi vince le primarie con una piattaforma politica determini la direzione del Partito ma questo non significa far scomparire un altro pezzo della sua identità. Non è solo responsabilità di Schlein ma anche di chi non ha fatto valere le ragioni dell’opposizione interna al Pd. Si arriva a teorizzare che chi pretende di fare la minoranza mina l’unità del partito, secondo me c’è qualcosa che non va nella concezione della democrazia».
A chi si riferisce?
«Secondo me Stefano Bonaccini ha preso una direzione sbagliata. Avrebbe dovuto rappresentare la minoranza riformista, darle voce, aprire delle discussioni. Secondo me era quasi un suo dovere in quanto leader di quell’anima del partito ma ha scelto di entrare nella maggioranza. E l’ha fatto in nome di cosa? Dell’unità? L'unità non vuole dire che le voci diverse devono stare zitte».
Qualcuno sostiene che Gualmini avrebbe potuto fare una battaglia dentro il Pd.
«A me fino ad adesso non è sembrato che ci fosse questa attenzione a tenere unito il partito nelle sue diverse anime. E la risposta non può neanche essere che la linea politica è una e basta. C’è stato un cambiamento radicale nel Pd. Siamo diventati un partito che va in piazza, condanna le cose che non vanno ma è incapace di un confronto, viene meno la democrazia interna e secondo me non è un piccolo vulnus».
Quindi quale dovrebbe essere la proposta politica del Partito Democratico?
«Non possiamo andare avanti solo ad attaccare quello che fa Meloni. Gli slogan possono anche innescare il dibattito ma non c’è una proposta o ce ne sono poche, dobbiamo anche cominciare a dire alla gente che cosa pensiamo di fare noi. Che Italia vogliamo? Qual è l’alternativa concreta a quello che sta facendo la maggioranza? La gente comune non capisce che cosa vuole fare il Pd e penso che questo sia un grande limite. Abbiamo il dovere di dire come vogliamo cambiare la realtà e di farlo analizzando la realtà delle cose, se non fai questo sei un populista».
Sta dicendo che la direzione del partito sta diventando populista?
«La vittoria di Schlein è stata l’espressione di una piattaforma diciamo meno riformista quindi che non parte dall’analisi della realtà delle cose. Per esempio riaprire il tema delle pensioni io lo considero populismo di sinistra. In questo momento al massimo si può immaginare di confermare opzione donna per esempio, ma in un Paese che ha un problema enorme di invecchiamento e di lavoratori attivi, come si fa a dire alla gente che si può ricominciare a discutere dell’età di pensionamento? Ci stiamo prendendo in giro?».