IL QUINDICI
Casette blu di Via Terracini (foto concessa da Asp)
Sotto i portici di Bologna, da secoli simbolo identitario della Turrita e riparo per i passanti, si consuma in queste notti di gelo un’altra realtà: quella degli invisibili. Il freddo stringe la città e rende ancora più urgente una domanda che il Comune non può ignorare: come proteggere i più fragili quando le temperature scendono sotto lo zero? Le casette di via Terracini sono un esempio di questa cura sociale ma lo sono anche anche le Cucine Popolari, una realtà bolognese attiva da ormai 11 anni, l’accoglienza riservata ai lavoratori sotto il portico dell’Annunziata e il giornale di Piazza Grande. Tutti partecipano a questa virtuosa accoglienza. Le 17 casette blu posizionate in via Terracini, tra cantieri e palazzi in costruzione, sembrano rispondere a questa necessità stringente. Ogni modulo abitativo ha una disponibilità di quattro posti letto, che in caso di necessità possono diventare sei, per un totale di capienza massima di 100 persone. «Non consideriamo l’unità abitativa di via Terracini limitata all’emergenza freddo, ma la inseriamo in un progetto più ampio, quello del piano allerta climatica, attivo 365 giorni l’anno. Interveniamo ogniqualvolta si verifica un evento meteorologico avverso, sia caldo che freddo, ma anche in caso di inondazioni causate dal cambiamento climatico che stiamo vivendo», racconta Simona Cavallini, responsabile dei servizi di accoglienza di Asp città di Bologna. Il periodo invernale sembra essere quello che richiede più sforzi all’amministrazione comunale. Alle risorse ordinarie si aggiungono ulteriori disponibilità di accoglienza offerti dalle associazioni di volontariato e dalle parrocchie. Quest’anno salgono a 436 i posti letto garantiti per le persone senza dimora, un bilancio in positivo che vede un’aggiunta di 43 letti rispetto all’anno precedente. Questo succede anche in virtù del fatto che spesso le persone senza fissa dimora arrivano anche da altri Comuni che, a causa della loro dimensione limitata, non presentano strutture adeguate all’emergenza freddo. Sul funzionamento del campo di via Terracini, Cavallini spiega: «Abbiamo un nucleo di accesso che riceve le segnalazioni da tutti i servizi territoriali, sia sociali che sanitari. Questo ha un collegamento diretto con il servizio di prossimità InStrada, soprattutto qualora le persone siano restie ad accettare l’aiuto fornito». Inizialmente l’orario di apertura per il polo abitativo era previsto dalle 19 alle 9 del mattino ma, a causa dell’allerta neve che ha colpito la città nei giorni dell’Epifania, è stato ampliato, permettendo alle persone di rimanere nella struttura fino alle 12 e rientrare alle cinque del pomeriggio. L’accoglienza è un primo passo, ma non è l’unico risultato a cui mira il Comune. Continua Cavallini: «Offrire un tetto è un elemento che porta poi eventualmente all’offerta di altri servizi specialistici. Ognuna di queste persone si porta dietro la propria storia: c’è chi è privo di una rete amicale e familiare, ma c’è anche chi, nonostante abbia un lavoro, non riesce a trovare un’abitazione confacente alle sue disponibilità economiche». A proposito dei lavoratori senza dimora,si discute da diverso tempo il caso del porticato della chiesa dell’Annunziata, in via San Mamolo, con affaccio sui viali di circonvallazione e a ridosso dei primi colli. Vicenda di cui “Il Post” si è ampiamente occupato in uno dei suoi articoli. Molte di queste persone hanno un lavoro precario e divengono così simbolo di una società in cui lavorare non basta per garantirsi un tetto. L’assessora al welfare comunale Matilde Madrid aveva ipotizzato come soluzione alla crisi sociale alcune stanze in un immobile dell’opera Padre Marella. E Cavallini ha confermato che parte di queste persone, a oggi, sono state accolte del dormitorio di via Terracini anche in vista dei lavori di rifacimento del portico dell’Annunziata, di proprietà della Soprintendenza. Dalle storie personali raccolte da “Il Post” emerge una dinamica comune: a Bologna è facile trovare un lavoro, meno trovare una casa che si adegui allo stipendio offerto. Del resto, questa è una delle grandi città che più hanno risentito dell’aumento dei prezzi degli immobili. Le cause sono molteplici ma di certo una è dovuta anche al crescente mercato degli affitti brevi, che ha reso meno accessibile per molti il mercato immobiliare. Il sindaco Matteo Lepore, assicura: «L’obiettivo che ci poniamo entro fine mandato è quello di azzerare le abitazioni sfitte nell’edilizia pubblica. Inoltre, in merito agli affitti brevi, cambieremo il nostro piano urbanistico edilizio per capire quali sono le zone in cui abbondano per limitarne di conseguenza l’apertura di nuovi». Dall’altra parte, il candidato sindaco Alberto Forchielli parla di un nuovo piano Fanfani per la costruzione di case popolari e auspica una privatizzazione degli studentati. Bologna è tra le 14 città metropolitane coinvolte nella rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat e realizzata da Fio.PSD (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora). La rilevazione, avvenuta in due momenti distinti della giornata, si è tenuta nelle giornate del 26, 28 e 29 gennaio anche grazie al contributo di volontari. I dati, che verranno resi noti dall’Istat nel corso dell’anno, raccontano tra le altre cose di una strage silenziosa: la strage degli invisibili. Nel solo 2025 sono 414 le persone senza dimora decedute in Italia, dato in linea con quelli degli anni precedenti. Si tratta prevalentemente di uomini, spesso stranieri, con un’età media di 46 anni. Si muore nei parchi, in ripari di fortuna o per annegamento: luoghi che raccontano le fragilità della società post-moderna che vedono il Nord Italia come l’area più colpita. E questo succede anche in città come Bologna e Torino in cui i portici forniscono riparo a molti. La campagna nazionale #Tutticontano, promossa da Fio.Psd, lavorando in concerto con 14 Comuni, cerca di dare una risposta e non lasciare sole queste vite. Sono diverse, del resto, le iniziative introdotte dalla città di Bologna per l’integrazione sociale. È il caso, per esempio, dell’esperienza Piazza Grande: il primo giornale italiano scritto, redatto e diffuso da persone senza dimora da cui è nata un’associazione che ancora oggi ha la proprietà della testata. Andrea Giagnorio, direttore responsabile racconta: «Il progetto nasce nel 1993 con un gruppo di persone all’interno di un dormitorio che volevano raccontare in prima persona la loro condizione, riappropriandosi della narrazione sulla vita in strada». Nel frattempo i canali di distribuzione del giornale si sono trasformati, passando dalla vendita in strada a forme di abbonamento. «Non abbiamo una sede vera e propria – ha spiegato Giagnorio - però la riunione settimanale in via dello Scalo rende pubblico il tema del numero da pubblicare e periodicamente si fa il punto sull’avanzamento dei lavori». Il giornale, che conta oggi 16 pagine, viene pubblicato 10 volte l’anno, con uno sguardo che resta puntato su temi sociali che interessano in particolare la città arricchiti anche da recensioni di libri, mostre e di cronaca locale. La trasformazione più evidente, dal 1993, è la volontà di volere uscire dalla dinamica personale per raccontare fenomeni sociali più ampi. «Cerchiamo con questa nuova veste – ha commentato Giagnorio – di dare un taglio più informativo e giornalistico». L’obiettivo principale resta però quello di fornire una narrazione altra dai media tradizionali: «Spesso non ci ritroviamo nelle parole con cui i media e la politica parlano delle persone senza fissa dimora. In particolare, dopo la tragica vicenda di Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso nella stazione di Bologna, c’è stata una narrazione stigmatizzante. Cercare di affrontare i problemi in modo serio, senza scadere in banalizzazioni o generalizzazioni è ciò che cerchiamo di fare da anni», ha concluso Giagnorio. “Piazza Grande”, però, non è l’unica iniziativa nata in città. Undici anni fa, in via del Battiferro, prendeva forma un altro progetto, Cucine Popolari. Si tratta non di una semplice mensa, ma di un luogo accogliente dove il cibo è un pretesto per ricostruire relazioni, restituire dignità e contrastare la solitudine. La storia prese forma con un matrimonio d’amore: quello di Roberto Morgantini ed Elvira Segreto, una coppia che chiese come regalo di nozzeuna donazione per rendere reale un sogno, quello di aprire una cucina sociale. La richiesta fu ben accolta e si ottenne un risultato iniziale di ben 60mila euro. Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, è rimasto piacevolmente sorpreso dell’iniziativa: «Quello che mi ha colpito è che alla crescita della domanda di cibo è corrisposta una meravigliosa crescita di volontari. È un segno potente della vitalità sociale di Bologna». Un tipo di osservazione che anche Cavallini sembra condividere. «Sono molto fiera di vivere in una città che quando chiami risponde. Sento che il favore della comunità verso iniziative sociali è fortissimo» commenta la responsabile dei servizi di Asp in merito alla raccolta delle coperte per supportare il piano allerte climatiche. Sono circa mille i bolognesi, infatti, che hanno consegnato sacchi a pelo e coperte aderendo così al piano freddo del Comune di Bologna per la comunità Scalo Condominio. Un segno di solidarietà che lascia ben sperare per il futuro degli invisibili.
Articolo pubblicato su Il Quindici n. 13 del 12 febbraio 2026