IL QUINDICI

Fagiolino e Brighella in uno spettacolo di Riccardo Pazzaglia (foto di Michelangelo Ballardini)

 

Nel pantheon dei personaggi bolognesi che si sono distinti nella storia, tra artisti, scienziati, professori, sportivi, condottieri e politici, ce ne sono due in particolare le cui imprese sono ineguagliabili. Hanno sempre trovato un modo per cavarsela in ogni situazione, hanno avuto a che fare con i potenti della Terra, con mercanti, dotti, militari, fate, il Diavolo, persino la Morte. Sono stati servitori, a volte sindacalisti, personaggi di Shakespeare o persino squadristi, hanno attraversato i mari, sono andati sulla Luna. Non si sono fatti mancare nulla Fagiolino e Sganapino, i due più celebri personaggi dell’arte burattinaia bolognese. Facile per loro, a limitarli c’è solo la fantasia del burattinaio che immagina le loro avventure, le scrive e le anima con le sue mani e la sua voce. Eppure i due non sono solo testa e mani di legno tenute insieme da un corpo di tessuto, sono diventati nei secoli, grazie al lavoro di grandi artisti, identità che hanno vinto la prova del tempo, che non stupirebbe incontrare allo stadio per una partita o indaffarati per le vie del centro, perché resi reali della loro aderenza ai modi, alle abitudini e ai comportamenti dei bolognesi di ogni epoca.

L’arte burattinaia bolognese è infatti pluricentenaria e benché lontana dai suoi momenti di massimo splendore, vive ancora sotto le Due Torri. Fagiolino, Sganapino e i loro colleghi, maschere e non, calcano anche oggi le scene nelle rassegne invernali di Palazzo Pepoli e in quella estiva nel cortile di Palazzo D’Accursio, vicinissimo a Piazza Maggiore, uno dei principali luoghi a ospitare le loro gesta. Bologna fin dal Cinquecento fu una delle culle della Commedia dell’Arte. Geograficamente crocevia fra l’Italia e il resto d’Europa, culturalmente a metà fra la rigidità dello Stato Pontificio e la goliardia universitaria, la città era il punto di ritrovo di molte compagnie di attori girovaghi, gli artisti che in quegli anni rivoluzionarono il teatro popolare. Nacquero le maschere, personaggi con un carattere fisso, che parlavano e si muovevano sempre allo stesso modo, ognuna tipica di determinate zone d’Italia ma che a Bologna si incontravano nella mescolanza di genti creata da viaggiatori e studenti. Padrone di casa è il dottor Balanzone, pingue esperto di giurisprudenza che rappresenta sia Bologna “la Dotta” che Bologna “la Grassa”. Nell’alveo del teatro di strada non c’è nulla di più popolare e nato dal basso dei burattini, il cui nome stesso deriva dal panno più misero, il buratto, un tessuto a trama larga usato dai garzoni dei fornai per setacciare la farina, lo stesso che divenne l’abito dei primi burattini. Fagiolino Fanfani nacque in quella che oggi è via de Galluzzi, a inizio ‘800 in Corte Galluzzi, tra le mani del burattinaio Cavallazzi. Compagne costanti della grande maggioranza dei bolognesi in quegli anni erano la povertà e la fame, madri dello stesso Fagiolino, che già nel nome richiama la pietanza più comune degli indigenti, legumi. Sempre con le tasche e lo stomaco vuoto, costretto a ricorrere alla propria astuzia per sopperire alla mancanza di mezzi e alla fame, in grado di ingannare ricchi e dotti arroganti. Quando il suo bastone nodoso calava sulle teste dei rappresentanti delle classi sociali più alte e snob, il pubblico di popolani esultava e applaudiva il vendicatore della loro misera condizione. Era nato un eroe, nipote dell’archetipo del servitore della Commedia dell’Arte cinquecentesca e fratello di tutti gli ultimi. Un po’ per volta, di spettacolo in improvvisazione e di burattinaio in burattinaio, Fagiolino divenne un personaggio sempre più dettagliato: venne codificato il suo vestiario, con immancabile fiocchetto rosso al collo e berretta da notte in testa, gli fu data una casa, fra facchini e lavandaie in via del Pratello, ebbe una moglie, Isabella che lui chiama Brisabella, trovò il suo migliore amico nel 1877 in Sganapino Posapiano, creatura di Augusto Galli dal naso prominente che sostituirà le spalle comiche non bolognesi che fino ad allora avevano affiancato il protagonista.

La consacrazione definitiva avvenne negli spettacoli di Filippo Cuccoli, che dopo l’unità d’Italia di metà Ottocento fece vivere infinite avventure al burattino nei suoi palchetti vicino alla fontana del Nettuno, in piazza del Podestà o sotto il Voltone in inverno, sempre circondati da una calca di grandi e piccoli. Fagiolino era come una sontuosa cornice vuota, perfetta per essere riempita di qualunque cosa. Un caso analogo a quello temporalmente più vicino a noi di Mickey Mouse, il topo creato decenni dopo da Walt Disney e Ub Iwerks. In ogni corto animato e ancora oggi in ogni storia a fumetti, di cui l’Italia è rimasta una delle ultime produttrici costanti, Topolino vive un’esperienza diversa. Pilota una barca, si improvvisa aviatore, è un investigatore o esplora un castello infestato. Fagiolino allo stesso modo è abbastanza caratterizzato da essere riconoscibile e abbastanza poco caratterizzato da poter fare tutto. E allora negli anni della Prima guerra mondiale userà il suo bastone per percuotere, al posto dell’avaro Pantalone e del saccente Balanzone, l’imperatore d’Austria e il kaiser tedesco, nemici dell’Italia. Durante il Ventennio fascista sostituirà la sua arma con un manganello e vestirà una camicia nera per perseguitare i dissidenti. Il legame così forte con il pubblico causa anche questo, se la società è fascista, Fagiolino lo è. Quando l’umanità mise piede sulla Luna anche lui e Sganapino salirono su un loro razzo verso le stelle. Paradossalmente si potrebbe anche fare a meno di Fagiolino, perché il mondo costruito attorno a lui è tanto solido da reggersi da solo. Accadde negli anni Settanta, quando lasciò spesso il ruolo di protagonista a uno Sganapino rivisitato per essere più di una spalla dall’ultimo storico burattinaio bolognese, Demetrio Presini. Nelle storie odierne i due sono di nuovo una coppia nell’affrontare i problemi del XXI secolo, come inquinamento e cambiamento climatico, affiancati dalla Fata Riciclina.

Il repertorio non è mai stato composto solo da spettacoli leggeri e commedie spicciole fatte di dialetto e bastonate, ci sono diversi copioni che interpretano anche testi molto più seri e profondi con il mezzo immediato dei burattini, financo tragedie. Commentava Antonio Bruers, critico letterario e scrittore, su “La voce di Bologna” nel 1942: «Il popolano spettatore comprendeva la filosofia di Shakespeare con l’immediatezza del più elucubrante teologo. [...] Ecco, io ti offro una formula: vuoi tu saggiare il valore di un’opera? Trasportala nel teatro dei burattini. Se vi resiste, allora essa è veramente e totalmente grande». Se a dover resistere però non sono le opere, ma il teatro dei burattini stesso? Nel secondo dopoguerra il successo delle teste di legno fu enorme presso un pubblico che cercava di nuovo una via per sfuggire alle difficoltà della vita quotidiana in un paese segnato dalla fine di un conflitto globale e una dittatura. Un po’ alla volta però una rivale dei burattini si fece strada nelle case e nel cuore dei bolognesi: la televisione. Mezzo di intrattenimento sempre più vario e potente, tolse molti dalle piazze dove si esibivano Fagiolino e compagnia. Inoltre per quanto scolpiti nell’immaginario, senza una mano che li muova e una voce che li faccia parlare non sono che legno e tessuto inerte. Il burattinaio per sua stessa scelta non ambisce i riflettori, non si mostra, sta piegato dentro il suo casotto e manda in scena i suoi personaggi, ma compie un lavoro complesso e faticoso: disegna il personaggio, intaglia il legno, cuce i vestiti, dipinge i volti e gli sfondi, procura gli oggetti di scena, scrive o adatta copioni, li memorizza, li recita. Un’opera che con gli anni è diventata sempre meno economicamente sostenibile. Non significa però che siano spariti baracca e burattini. Per volere del sindaco Renato Zangheri dal 1976 al 1990 ebbero uno spazio fisso per i loro spettacoli nelle stanze dell’ex Sala Borsa. Fecero visita anche alla nemica tv, partecipando a diversi programmi dello Zecchino d’oro da ospiti d’onore. Tornando allo Shakespeare con i burattini citato da Bruers, nel 2017 il cortile di Palazzo D’Accursio ha visto andare in scena l’Amleto con i burattini, realizzazione postuma di un’idea del pittore Wolfango Peretti Poggi. Sotto la direzione di uno degli ultimi portatori della fiaccola delle teste di legno, Riccardo Pazzaglia, Fagiolino e Sganapino divengono i becchini, Balanzone è il machiavellico Polonio e tutti e tre insieme partecipano alla trama del classico dramma Shakespeariano insieme a re Claudio, Ofelia, Gertrude Orazio e naturalmente Amleto.

Proprio Pazzaglia sta lavorando perché la città non dimentichi i propri personaggi. Con il progetto culturale “Burattini a Bologna” conserva e racconta la tradizione bolognese delle teste di legno, organizza le rassegne di Palazzo Pepoli e d’Accursio, scrive nuove storie per il duo ispirandosi a leggende e vicende bolognesi, come la mitica fondazione della torre Asinelli, la tentata fuga di re Enzo di Sardegna dalla sua prigione dentro una botte o il furto al Sacro monte di pietà compiuto dal conte Girolamo Lucchini. Al variopinto cast di personaggi tipici animati da Pazzaglia presto se ne aggiungerà un altro, non inedito, ma mai burattino. Il Bertoldo inventato da Giulio Cesare Croce a inizio ‘600: contadino robusto e rozzo, ma di intelletto e astuzia così fini da stupire persino un re. Forse in futuro gli faranno compagnia in stoffa e legno anche il figlio Bertoldino e il nipote Cacasenno.

 

L'articolo è stato pubblicato nel n.13 del Quindici del 12 febbraio 2026