Il libro

La copertina del libro edito da Pendragon (immagine concessa dall'editore)

 

Addentrandosi tra le pagine, si può sentire l’odore del fumo di sigaretta che annebbia la redazione, o il rumore assordante dei tasti delle macchine da scrivere, le mitiche Olivetti "Lettera 22". È questo l’ambiente che rivive in “Ultima pagina. Volevo fare il giornalista” (Pendragon), il romanzo d’esordio di Claudio Cumani, nota firma delle pagine culturali de “Il Resto del Carlino” e tutor e docente del Master in Giornalismo che edita InCronac@. Il libro verrà presentato dall’autore martedì sera in Salaborsa in dialogo con lo scrittore Marcello Fois e il massmediologo Roberto Grandi.

Un’opera prima che porta le vesti di una storia di formazione, dove il giornalismo, quello d’altri tempi, è più libero da certe “regole di forma”, spregiudicato, dinamico e intraprendente, la vera “caccia alla notizia” nella sua essenza.

Il romanzo è ambientato nel 1980, periodo storico di rilievo per Bologna (la città fa da sfondo alle vicende senza però essere nominata), segnata da due tragici eventi, Ustica e la bomba alla Stazione centrale. Ma oltre a ciò, il libro ripercorre anche le goliardiche avventure del giovane protagonista, Milordino, venticinquenne fresco di laurea e col desiderio di muoversi nel mondo effervescente dell’informazione. Il ragazzo finisce nella sezione dell’“Ufficio Province” e si ritrova immerso in una giungla di colleghi abili nell’arte del "cazzeggio", battute sconce, aneddoti erotici e tante risate, un microcosmo originale che omaggia i racconti fantasiosi e ricchi di ironia tagliente di Stefano Benni, uno dei più celebri scrittori bolognesi, scomparso di recente. Un personaggio unico che Cumani conosceva bene e ammirava.

Le vicissitudini di “Ultima pagina” sono costruite con uno stile di scrittura ricco, articolato, e dà proprio l’idea di uno scivolo nel farsesco della redazione di Milordino, o meglio del famigerato “Stanzone”, animato persino durante i turni di notte. La scrittura colta di Cumani, inoltre, non teme di riproporre il linguaggio divisivo e politicamente scorretto del tempo, rammentandoci come il passato meriti di essere riproposto e studiato senza correzioni di qualsiasi sorta. E così il vecchio giornalismo, quella della "Lettera 22", ritorna alla memoria in tutta la sua naturalezza, facendoci capire che a volte rivangare il passato può essere un ottimo strumento per comprendere al meglio la Storia, assimilando il tragico e il comico, e forgiando così una coscienza critica più forte verso i temi caldi dell’attualità.

 

 

La locandina della presentazione di martedì in Salaborsa