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Immagine ritraente Timothée Chalamet nel trailer di "Marty Supreme"
New York, 1952. Marty Mauser ha un sogno: diventare un pongista professionista. È giovane, affascinante, talentuoso e arrogante. Il suo obiettivo è vincere il British Open, portando l’attenzione del pubblico americano su uno sport ancora di nicchia. Marty è determinato a riuscirci, in un modo o nell’altro, per dimostrare il proprio valore e vivere di tennistavolo.
Timothée Chalamet sembra nato per interpretare un personaggio così magnetico e controverso, ispirato alla figura reale di Marty Reisman. L’ossessione per il successo personale domina la vita del protagonista, come l’ambizione di affermarsi ai massimi livelli ha caratterizzato gli ultimi anni di carriera del divo hollywoodiano. Una prova attoriale da Oscar, che in parte richiama, per intensità fisica ed emotiva, quella di Leonardo DiCaprio in The Revenant, soprattutto per il valore simbolico che assume nel percorso artistico di Chalamet.
Il film, uscito nelle sale italiane lo scorso 22 gennaio, si presenta come un’odissea che spinge lo spettatore a empatizzare con il protagonista, nonostante i suoi tratti da antieroe. Il regista Josh Safdie ribalta i canoni classici della favola sportiva in cui il personaggio principale deve raggiungere il proprio obiettivo personale attraverso un percorso virtuoso, smontando così di netto quella fame tipicamente americana di essere “il migliore”. È un’opera che vibra, suda, respira in ogni singola scena. Ma soprattutto non chiede mai il permesso allo spettatore. Ti afferra per il braccio e ti trascina dentro il suo mondo imperfetto, scandito dal rumore delle palline da ping pong che rimbalzano sul tavolo.
Marty Supreme è una commedia con venature drammatiche destinata a spaccare il pubblico mondiale: abbastanza destabilizzante per chi cerca una costruzione narrativa quasi impeccabile, ma profondamente affascinante per chi ama il cinema che sperimenta, che rischia e che vuole lasciare un segno indelebile nella società moderna.