Giorno della Memoria

Arpad Weisz (foto dal sito del Bologna Fc1909)

 

Il 27 gennaio, giorno della memoria, per il Bologna ha un nome e un cognome che spicca su tutti: quello di Arpad Weisz. Definito da molti “il Mourinho dell’anteguerra”, fu l'allenatore ungherese che nella stagione 1935-36 e in quella 1936-37 portò il Bologna a vincere due scudetti consecutivi oltre a un Trofeo dell'Expo di Parigi, l'equivalente all'epoca della Champions League. Un uomo che ha rivoluzionato la tattica calcistica e la gestione della squadra, ma il cui nome è indissolubilmente legato a una pagina ben più nera dell’umanità. 31 gennaio del 1944 la data della sua morte, Auschwitz il luogo. Malgrado tutti i suoi meriti e la sua fama, Weisz aveva una “colpa” gravissima per le folli dittature europee dell’epoca. Era ebreo.

Nessuno può dimenticarlo al Dall’Ara, dove gli è stata dedicata la curva sud e una targa, davanti alla quale ogni anno viene deposta una corona commemorativa. Oggi a ricordarlo c’erano l’assessora allo sport del Comune, Roberta Li Calzi, l’amministratore delegato dei rossoblù, Claudio Fenucci, il vicepresidente della Comunità Ebraica di Bologna, Emanuele Ottolenghi e membri del Club cosmopolita Arpad Weisz. «La potenza comunicativa del calcio è enorme e allora è il nostro dovere dare l’esempio ed educare - ha detto Fenucci - oltre che comportarsi adeguatamente e ricordare i grandi come Weisz».

Per Ottolenghi la memoria non si onora solo con le storie, ma anche facendo scudo ai valori repubblicani della Costituzione che garantisce e tutela il diritto di tutti alla propria fede e alla propria opinione: «I dati ci parlano di un aumento del 400% delle azioni antisemite nel 2025. Di un 14% degli italiani che vorrebbero gli ebrei espulsi dal paese. La strada per Auschwitz non è solo la ferrovia con i treni carichi di deportati. Inizia ben prima, quando si disumanizza e demonizza un intero popolo». Il ricordo del tecnico rossoblù è poi continuato in via Luigi Valeriani, dove Weisz viveva con la moglie e i due figli prima di dover fuggire in Olanda per leggi razziali italiane ed essere lì arrestato e deportato. Un mazzo di fiori rossi e blu è stato lasciato vicino alle pietre d’inciampo  sul marciapiede che ricordano lui, la moglie Ilona, la figlia Klara e il figlio Robert.